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“MURALES” | Le indagini: la droga da Rosarno e l’ascolto dei messaggi audio su WhatsApp

“MURALES” | Le indagini: la droga da Rosarno e l’ascolto dei messaggi audio su WhatsApp

In quattro mesi il pm della procura di Paola Anna Chiara Fasano, insieme ai carabinieri della Compagnia di Scalea, è riuscito a ricostruire passo dopo passo alcune delle presunte condotte illecite poste in essere da una parte degli indagati. L’estorsione a Presta monitorata passo dopo passo grazie anche una captazione rilevata attraverso l’uso dell’app messaggistica più utilizzata al mondo.

Sono 56 i capi d’accusa che formano il decreto di fermo di indiziato di delitto emesso ieri mattina dal pubblico ministero Anna Chiara Fasano, titolare dell’indagine “Murales”, che ha portato al fermo di 25 persone sospettate a vario titolo di traffico e spaccio di droga ed estorsione. Un’operazione condotta nei minimi dettagli dalla Compagnia di Scalea, diretta dal capitano Alberto Pinto, che nel cuore della notte è piombata nelle abitazioni degli inquisiti catturandoli tutti. Ora toccherà alla sezione gip del tribunale di Paola confermare o meno l’attività investigativa svoltasi in circa quattro mesi. Non succede spesso che un’operazione di polizia giudiziaria venga chiusa in così breve tempo ma come ha sottolineato il pm Fasano «i militari del Norm di Scalea hanno dimostrato un grande spirito di servizio che ci ha permesso di chiudere il cerchio in tempi rapidi». Ma come tutte le inchieste che nascono ieri, l’epilogo è ben lontano dall’essere scritto visto che tanti elementi sono ancora al vaglio della procura di Paola. I fermi, come hanno riferito gli investigatori in conferenza stampa, hanno scongiurato un furto in un supermercato.

LE INDAGINI. E’ centrale secondo gli inquirenti il ruolo delle donne che permettono di collegare chi commette reati indicati nei singoli capi d’imputazione con il clan Muto di Cetraro. La droga – secondo i carabinieri – veniva acquistata nella cittadina tirrenica e altre volte alcuni degli indagati si sarebbero spinti fino a Rosarno. Ciò dimostrerebbe una conoscenza del territorio criminale che va ben oltre l’attività di spaccio nel comune di residenza, anzi. Chi ha creato questi collegamenti con persone operanti nella delinquenza organizzata in provincia di Reggio Calabria? I carabinieri lavorano in questa direzione nel tentativo di stroncare definitivamente un’azione concorsuale che finora non ha i requisiti di una vera e propria associazione per delinquere come hanno spiegato ieri il magistrato e due Ufficiali dell’Arma dei carabinieri.

L’inchiesta “Murales” nasce quando i carabinieri della stazione di Diamante arrestano il 31 agosto scorso Giancarlo Barbiera, trovato a seguito di una perquisizione domiciliare, in possesso di circa 380 grammi di cocaina di 1 chilo e 871 grammi di hashish, nonché di 20mila euro in contanti. Per il pm Fasano, molto attenta a spiegare i meccanismi degli indagati, questo dato investigativo dimostra l’esistenza di un’intensa e redditizia rete di distribuzione dello stupefacente nella cosiddetta “Perla del Tirreno cosentino”. Ma è tutta la zona ad essere interessata, da Cetraro e fino a Grisolia.

Le “menti” del traffico di droga sarebbero Giuseppe Mandaliti, Mario Cianni e Carlo Ricca, «anelli di congiunzione tra i fornitori di fiducia, tra cui anche Grosso Ciponte Luca) ed i loro “pusher”, nonché gli altri numerosi “venditori al dettaglio intermedi” che assumono» scrive il pm Fasano «un’importanza gradata, a seconda del numero dei contatti e dello smistamento, al dettaglio, nelle singole piazze di spaccio». Giuseppe Mandaliti, nelle varie intercettazioni telefoniche secondo i carabinieri, è identificato come «Lui…». Quest’ultimo riceverebbe alcuni degli indagati nel bar di famiglia a Diamante. Per gli investigatori è importante, a tal proposito, uno scambio di messaggi tra Carlo Ricca e la fidanzata Annaelisa Esposito: «Amo che sei andata a fare…» riferendosi al bar. E lei risponde: «Amo cosa si va a fare lì». E ancora, lui: «Che ne so io amo, si può fare di tutto, io ad esempio non sono andato a fare colazione». Il pm Fasano scrive: «Appare evidente, quindi, che Ricca incontra Mandaliti per la consegna dei soldi, come riferito a Pastorali nella conversazione della sera precedente».

C’è un passaggio poi nel decreto di fermo che fa riferimento a una presunta estorsione finalizzata al recupero dei soldi per la precedente cessione di sostanza stupefacente. Al centro di questa attività investigativa ci sono Ivan Vilardi e Alessio Presta, con quest’ultimo che avrebbe rinviato più volte il pagamento della droga. Seguono una serie di telefonate tra i due che i carabinieri intercettano, registrando anche lo stato dei luoghi in cui le celle telefoniche si agganciano. «Non scherzare» dice Vilardi alle presunte rassicurazioni di Presta che per i carabinieri prende solo tempo. Una frase rilevante sarebbe quella in cui Presta direbbe che «non posso avere il fiato sul collo io per voi…». Ma tra i due le cose non procedono bene al punto che Vilardi sarebbe intenzionato ad ottenere la somma di denaro dovuta raggiungendo Presta nella propria abitazione. Le cessioni di droga sono mascherate dalla cessione di una macchina o dalla scarsa qualità del «vino di ieri».

La situazione precipita, così Vilardi fa capire al suo interlocutore che se il debito non sarà onorato, saranno informate “terze persone”, da lui stesso conosciute. Si arriva a un punto che Vilardi muoverebbe nei confronti di Presta «una vera e propria minaccia, affermando testualmente: “oggi finisce male”». L’interrogativo posto dagli inquirenti è il seguente: il debito è di 500 o 1450 euro? Presta dice che la cifra da dare ai suoi creditori è la prima e la stessa sarà saldata dal fratello, mentre Vilardi sostiene di dover avere ancora 1450 euro. L’estorsione, per gli inquirenti, si consuma nel momento in cui Presta viene aggredito e minacciato di pagare l’altra somma, ma la stessa “vittima” afferma di non essere in grado di saldare l’altro debito, smentendo più volte di aver acquistato droga da altre persone che non siano quelle contenute nel decreto di fermo con le quali lui aveva rapporti.

L’altro dato investigativo rilevante è che i carabinieri riescono ad intercettare anche i messaggi vocali di WhatsApp. La conversazione audio è tra Carlo Ricca e Ivan Vilardi.

Questa mattina sono in corso gli interrogatori di garanzia presso il carcere di Paola, dove sono detenuti le persone raggiunte dal decreto di fermo. (a. a.)

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