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Omicidio di Roberta Lanzino, nuovo esame del Dna per Franco Sansone

Omicidio di Roberta Lanzino, nuovo esame del Dna per Franco Sansone

Il difensore del principale imputato ha chiesto alla Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro che al suo assistito fosse eseguito di nuovo l’esame per l’individuazione del profilo genetico. La Corte ha accolto e ha rinviato il processo al 31 gennaio 2017 per il conferimento dell’incarico al perito che dovrà recarsi a casa del pastore di Cerisano. Intanto è stato sentito anche l’ex generale del Ris di Parma Luciano Garofano che è stato incalzato dalle parti civili. 

Udienza importante, quella di ieri, del processo in Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro sulla morte di Roberta Lanzino. Prima della conclusione della seduta processuale, il legale di fiducia di Francesco Sansone – imputato di aver ammazzato e violentato la giovane studentessa di Rende – ha chiesto che al suo assistito fosse fatto di nuovo l’esame del Dna, un dubbio sollevato dalla procura di Paola nel ricorso presentato in secondo grado avverso la sentenza della Corte di Assise di Cosenza che aveva assolto il pastore di Cerisano. La procura generale ha acconsentito al nuovo esame e così la Corte ha fissato la data del 31 gennaio 2017 per conferire l’incarico al perito che si recherà a casa di Sansone ad effettuare l’esame per l’individuazione del suo profilo genetico che già in primo grado non combaciava con quello rinvenuto nel terriccio dal Ris di Messina una volta aperta la scatola dei misteri custodita per oltre due decenni nel tribunale di Paola. Inoltre l’avvocato Enzo Belvedere, difensore anche di Alfredo Sansone – accusato in concorso dell’omicidio di Luigi Carbone – ha chiesto che gli esami del Dna di Remo e Alfredo Sansone, fatti all’inizio della nuova indagine sul caso irrisolto da ormai ben 28 anni, siano confrontati con Ignoto1.

Nelle precedenti udienze il procuratore generale Carlo Modestino aveva modificato il capo d’accusa, aggiungendo “in concorso con altri, allo stato rimasti ignoti”. Una richiesta che era stata sollecitata più volte dalle parti civili, rappresentate dagli avvocati Francesco Cribari, Ornella Nucci, Marina Pasqua ed Elena Coccia. Roberta Lanzino, uccisa il 26 luglio del 1988 lungo il tragitto Cerisano-Torremezzo, merita di conoscere chi le ha tolto la vita ed è in questa direzione che la procura di Paola, coadiuvata dal Comando provinciale dei carabinieri di Cosenza, sta lavorando alacremente per raggiungere un risultato straordinario. 

L’udienza di ieri, però, ha regalato altri momenti interessanti ai fini della riapertura dell’istruttoria dibattimentale. E’ stato sentito infatti l’ex generale del Ris di Parma Luciano Garofano, uno dei protagonisti della trasmissione in onda su Rete Quattro “Quarto Grado” condotta dal giornalista Gianluigi Nuzzi. Il teste, incalzato dall’avvocato Nucci, ha riferito che i reperti dell’epoca erano sì stati portati in Inghilterra, visto che in Italia non vi erano gli strumenti adatti per analizzare ed estrapolare profili genetici, ma che Oltremanica i risultati ottenuti erano da ritenersi inconcludenti. Il legale di parte civile ha evidenziato che fosse stato il generale, di sua iniziativa, ad andare dagli inglesi e ritirare il tutto senza essere stato autorizzato dal giudice istruttore dell’epoca Davino, ma l’ex Alto Ufficiale dell’Arma dei carabinieri ha chiarito che tutte le azioni intraprese a suo tempo furono concordate con l’autorità giudiziaria. Sul punto però le parti civili hanno contestato le dichiarazioni di Garofano – facendo rilevare che l’autorizzazione alla sospensione delle indagini recava una data successiva alla sua “autonoma” iniziativa – affermando inoltre che lo stesso non ricordava di averli riconsegnati ad alcun altro.   (Antonio Alizzi)

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