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Rapina in gioielleria, il racconto della vittima: «Così uno dei fratelli mi ha ferita alla mano»

Rapina in gioielleria, il racconto della vittima: «Così uno dei fratelli mi ha ferita alla mano»

Ore 10, corso Mazzini: due giovani a volto parzialmente coperto entrano in una gioielleria di Cosenza, minacciano con un coltello la titolare e portano via oggetti preziosi. E’ il 3 gennaio 2017 quando si consuma una delle tante rapine che si sono verificate nel capoluogo bruzio negli ultimi mesi. 

La telecamere di videosorveglianza del negozio funzionano alla perfezione e riprendono la scena, permettendo ai carabinieri di individuare anche la fisionomia dei due malviventi. Le indagini prendono forma quando i militari dell’Arma capiscono che i due soggetti sono Senibaldo Vincenzo e Francesco De Grandis, entrambi residenti a Castrolibero. Scatta il decreto di fermo che il gip di Cosenza Salvatore Carpino non convalida per mancanza dei gravi indizi di colpevolezza.

E’ necessario, quindi, ripartire da zero ed elaborare quelle tracce biologiche rinvenute durante i primi rilievi. E siamo ai giorni nostri: l’esame del Dna è compatibile con i fratelli. 

Il pubblico ministero Antonio Bruno Tridico affida al professore Emiliano Giardina l’approfondimento investigativo di tipo scientifico, il quale ha concluso che le macchie di sangue che il rapinatore aveva lasciato sulla vetrina nel momento in cui si era impadronito dei preziosi, ferendosi alla mano, sono riconducibili a Senibaldo Vincenzo De Grandis, mentre il frammento papillare prelevato da una delle vetrine della gioielleria è riconducibile al dito medio della mano sinistra di Francesco De Grandis.

La store manager della gioielleria ha tentato invano di attivare il sistema di allarme posto sotto la cassa e racconta nei minimi particolari la dinamica dell’aggressione. «Intorno alle ore 9.40» mentre era all’interno della sua attività, «si sono presentati due giovani, dall’apparente età tra 28-30 anni, di cui uno con fare minaccioso ed armato di un coltello da cucina, si è presentato innanzi a me e mi ha detto “Signora non le faccio niente ma mi dia le chiavi” mentre con la mano destra mi prendeva il collo e con l’altra mano cercava di strapparmi dal collo le chiavi delle vetrine interne che avevo appese con un laccio.

L’altro giovane, intanto, presente già all’interno del locale, era già fermo proprio di fronte alla vetrina dove sono esposti i diamanti, in attesa che» suo fratello «gli desse le chiavi per aprire le vetrine stesse». Sono fasi concitate. «Nel parapiglia e durante le fasi della mia aggressione, nonostante fossi trattenuta dal soggetto, cercavo di attivare il sistema di allarme posto sotto la cassa. Ma ogni mio tentativo si è vanificato in quanto la persona che mi ha aggredito è riuscito a strapparmi dal collo le chiavi occorrenti per aprire la vetrina ove erano custoditi i preziosi».

Dall’aggressione si passa alle lesioni. «Sono stata ferita al palmo della mano destra con il coltello che il rapinatore aveva in mano. Dopo aver preso le chiavi che avevo al collo, il rapinatore mi ha liberata ed io sono immediatamente uscita dal negozio, con l’intento di chiuderli dentro ma, purtroppo, non ci sono riuscita, mentre l’uomo ha raggiunto» l’altro fratello «presso la vetrina dove c’erano i diamanti e, dopo averla opera, si impossessavano di diversi preziosi». I due escono dalla gioielleria e si dileguano ma perdono per strada alcuni degli oggetti. «Dopo qualche istante, si è presentato da un ragazzo che mi ha consegnato dei preziosi che aveva recuperato per terra». (Antonio Alizzi)

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