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Rapporti tra la ‘ndrangheta cosentina e l’imprenditoria nel mirino dell’Antimafia di Catanzaro

Rapporti tra la ‘ndrangheta cosentina e l’imprenditoria nel mirino dell’Antimafia di Catanzaro

Imprenditori vessati, imprenditori “protetti”, imprenditori “prestanome”. Sono queste le categorie a cui fanno riferimento i collaboratori di giustizia cosentini che nell’ultimo anno hanno riferito sui rapporti tra ’ndrangheta e imprenditori che operano in diversi settori. 

A Cosenza, dunque, vi sarebbero dei collegamenti tra queste due “associazioni” che se la prima intende delinquere, la seconda cerca di produrre e la maggior parte sono vittime della criminalità. Non tutti, però.

La Dda di Catanzaro vuole vederci chiaro e ha acceso i riflettori su queste dichiarazioni che – come si evince dai verbali depositati sia a Cosenza nel processo ordinario “Rango-zingari” sia a Catanzaro nel processo in Corte d’Assise d’Appello col rito abbreviato – sono parte integrante di un nuovo procedimento penale. Cosa hanno dichiarato i pentiti Adolfo Foggetti e Daniele Lamanna è coperto da segreto istruttorio, ma una parte delle dichiarazioni non sono più “omissate”.

Quelle di Foggetti le abbiamo già riportate qui e riferiscono di un contesto poco trasparente tra alcuni imprenditori, che hanno investito sia a Cosenza che a Rende, ed esponenti della criminalità organizzata.

La mancata estorsione degli “italiani” – che per i giudici del Riesame non può essere ascritta a Mario Piromallo per mancanza dei gravi indizi di colpevolezza – all’imprenditore Giorgio Ottavio Barbieri permette di scoprire quali siano le strategie dei clan rispetto a coloro i quali hanno intenzione di aumentare il volume d’affari.

D’altronde, le ultime indagini antimafia fatte in Calabria – da “Cumbertazione” a “Cinque Lustri” – evidenziano che le associazioni mafiose per continuare ad arricchirsi, oltre alla serie di attività illecite che vanno dalla droga alle estorsioni, hanno bisogno di operare anche nel settore industriale, “appoggiandosi” a quegli imprenditori forti e insospettabili. Questo è quello che dicono gli inquirenti. 

A Cosenza, almeno secondo quanto dichiarano i collaboratori di giustizia, le cose sono leggermente diverse. Negli ultimi anni le varie attività commerciali della città e non, sono state prese di mira dal presunto clan “Rango-zingari” che, grazie agli accordi illeciti assunti con gli “italiani”, hanno conquistato una fetta di territorio. Così alcuni locali notturni e quelli della ristorazione hanno dovuto patire le pene dell’inferno: c’è chi ha denunciato subito, c’è chi ha atteso, c’è chi non l’ha fatto per timore di altre ritorsioni.

I pentiti, inoltre, raccontano che alcuni imprenditori – capaci di crescere anno dopo anno e di creare posti di lavoro – non possono essere toccati. Sono “protetti” e forse svolgono le funzioni di “prestanome”.

Alcuni di essi sarebbero andati anche a cena con soggetti condannati per associazione mafiosa e indagati per il medesimo reato, altri avrebbero consegnato somme di denaro a persone legate alle cosche cosentine alla presenza di Foggetti.

Un pentito reggino, infine, ha parlato di un grosso imprenditore/professionista cosentino che, oltre ad essere legato alla massoneria, sarebbe stato per anni «un uomo di Franco Pino». Cosimo Virgilio dice: «Mi riferirono che dovevano fare sempre i soliti imbrogli di riciclaggio con la Romania, non so in quale cosa». 

Ovviamente è ancora troppo presto per esprimere giudizi, visto che le attività investigative sono in corso e devono ancora prendere forma. Ai magistrati l’onere di aprire sentieri nascosti… (Antonio Alizzi)

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