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Sessant’anni dai Trattati di Roma, l’Europa rilancia il progetto di integrazione

Sessant’anni dai Trattati di Roma, l’Europa rilancia il progetto di integrazione

– di Maddalena Perfetti

L’Europa compie sessant’anni.

Una signora più vecchia, ma non più saggia quella che si è svegliata stamattina e che vede davanti a sé ancora molte sfide da raccogliere (tra queste la definizione della difesa comune e il rilancio del “pilastro sociale”), mentre il suo ruolo sembra essere sempre più sfumato.

Un’Europa che oggi ricomincia dalla sua storia, da Roma, dal Campidoglio, dalla splendida Sala degli Orazi e dei Curiazi, recentemente ristrutturata, che il 25 marzo 1957 fu l’incubatrice di tante aspirazioni e che, nel rimettere insieme i pezzi, guarda al futuro tentando di recuperare i suoi valori comuni e i principi fondanti.

Parafrasando Paul Gauguin, in questa storica giornata i Capi di Stato europei sono stati simbolicamente impegnati a rispondere alle fatidiche domande: «Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?»; la responsabilità è enorme, perché dal responso dipenderà il futuro di milioni di cittadini europei.

I trattati di Roma, 60 anni fa

Del resto il processo di costruzione di questa grande “casa comune” non è mai stato semplice e ha conosciuto, nel corso del tempo, momenti di debolezza seguiti da grandi slanci di vitalità e di conquiste importanti: i Trattati di Roma rappresentano, infatti, il grande progetto di rilancio dell’integrazione – i cui principali artefici furono il belga Paul Henri Spaak e il federalista francese Jean Monnet – dopo il fallimento della CED (comunità europea di difesa).

Erano, dunque, trascorsi circa due anni dalla Conferenza di Messina, che aveva gettato le basi per l’integrazione economica – come strumento di realizzazione dell’unione politica –  fra i sei Stati fondatori (Italia, Francia, Germania, Belgio, Olanda, Lussemburgo), quando un continente storicamente bellicoso come l’Europa, muoveva i suoi primi passi verso quel sogno unitario che da Giuseppe Mazzini ad Altiero Spinelli si era tramandato da una generazione all’altra di federalisti, attraversando gli anni bui delle due guerre mondiali – e, anzi, uscendone rafforzato.

Tuttavia, come la storia ha dimostrato, il sacro fuoco dell’unità politica fortemente agognato nel manifesto di Ventotene, non è riuscito ad attecchire nelle cancellerie europee, neanche in seguito all’allargamento e all’istituzione della moneta unica, così che il progetto di integrazione europea si è andato sempre più confermando, soprattutto agli occhi dei cittadini del vecchio continente, come una congregazione burocratica dai tratti marcatamente neoliberisti.

Opinione, evidentemente, resa ancora più solida dalle vicende che dal 2001, dopo l’attacco alle Twin Towers, hanno rimodellato i rapporti tra gli Stati, e, dunque, gli spazi di costruzione delle soggettività sovranazionali e di ridefinizione del concetto di cittadinanza.

Le firme dei capi di Stato e di governo

Oggi l’integrazione risulta, pertanto, fortemente compromessa dalla sfida lanciata all’Occidente dal terrorismo internazionale (l’attacco alla capitale britannica di qualche giorno fa, il secondo subìto dopo il 2005, ne rappresenta l’ennesima conferma), dalla crisi economica – frutto di una globalizzazione priva di regole – che a partire dal 2008 ha falcidiato la classe media acuendo le diseguaglianze sociali, dall’austerità imposta dalla Germania e dall’agonia della Grecia, dalla rivitalizzazione dei populismi e dal risorgere dei nazionalismi, dai profughi che sbarcano insieme alla loro disperazione sulle coste dell’Europa meridionale e dai muri con cui risponde l’Europa del Nord, da Brexit, da Trump e dal nuovo ruolo politico degli USA sullo scacchiere internazionale – fine del multilateralismo e inaugurazione di una stagione fortemente protezionistica. E, nel frattempo, in tale scenario si staglia la prospettiva di nuove elezioni in tre dei paesi fondatori dell’integrazione europea: Germania, Francia e Italia.

Oggi più che mai appare necessario riannodare le trame della memoria storica, ripartendo da ciò che non si sa o che si è dimenticato: l’integrazione europea come prezioso catalizzatore di politiche di sviluppo, piuttosto che come “mostro storico” divoratore di sovranità nazionali. Un esempio fra tutti? L’introduzione nei Trattati di Roma dell’art. 119 e, dunque, l’affermazione del principio della parità di retribuzione fra uomini e donne per uno stesso lavoro che più tardi, negli anni Settanta, avrebbe condotto all’emanazione, da parte della Commissione europea, delle direttive sulla parità di trattamento.

L’affermazione dei diritti delle lavoratrici deve tanto all’Europa. Dall’Europa, infatti, deriva il superamento dell’ottica protezionistica con cui si guardava al lavoro femminile e l’introduzione nel nostro ordinamento, attraverso l’art. 37 della Costituzione, del principio paritario quale esplicitazione del principio di uguaglianza sancito all’art. 3 della Carta costituzionale; dall’Europa si è determinata la rivitalizzazione e l’ampliamento del principio di non discriminazione contenuto nell’ art. 15 dello Statuto dei Lavoratori e la redazione del Codice delle pari opportunità nel 2006.

La visita di Papa Francesco quest’oggi a Milano, partita dalle case bianche, dalle periferie, dagli ultimi, ci ricorda che questa “tensione sociale” che ha connotato, seppur in maniera altalenante, il DNA dell’Europa unita non può e non deve arrestarsi. La storia ci insegna che le sfide si vincono quando la politica riesce a veicolare nelle istituzioni le istanze di cambiamento provenienti dal tessuto sociale.

Da qui, dunque, la necessità di ridefinire, alla luce della rivoluzione tecnologica e del ruolo cruciale svolto da internet sul piano socio-culturale, la nozione di “società civile”, partendo dalla lezione gramsciana per poi reinterpretarla: una nuova egemonia, ossia nuovi metodi di ricerca del consenso, attualmente ridotti a mero marketing elettorale.

Il premier Gentiloni insieme agli altri capi di governo a Roma

Più democrazia, ricerca di sistemi di welfare sostenibili e nuovi spazi di cittadinanza, dunque, perché una nuova società equivale ad una nuova politica. E’ questa la sfida delle sfide, lo spirito rinnovatore che dovrà animare il percorso di integrazione dei prossimi decenni. E oggi più che mai i rappresentanti dei 27 Stati membri sembrano averne preso cocscienza, firmando la dichiarazione per il rilancio del progetto di integrazione nei prossimi dieci anni.

«Dobbiamo anzitutto restituire fiducia ai nostri concittadini – ha affermato nel suo discorso il Premier Gentiloni – Crescita, investimenti, riduzione delle disuguaglianze, lotta alla povertà. Politiche migratorie comuni. Impegno per la sicurezza e la difesa. Ecco gli ingredienti per restituire fiducia. Serve il coraggio di voltare pagina. Il coraggio di procedere con cooperazioni rafforzate, e il coraggio di mettere al centro i nostri valori comuni.

Parlo dei valori che ci fanno sentire tutti colpiti quando il Parlamento Britannico è sotto attacco. Che ci fanno gioire quando riapre i battenti il Bataclan. Che ci fanno essere orgogliosi delle donne e degli uomini di quell’avamposto europeo della civiltà che è Lampedusa. Abbiamo imparato la lezione: l’Unione riparte – ha concluso – E ha un orizzonte per farlo nei prossimi dieci anni. Abbiamo la forza per ripartire perché è la nostra stessa storia a offrircela».

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