Giudiziaria

Tentata estorsione a una macelleria di Rende, pene ridotte in Appello per Mario Gatto e Renato Mazzulla

Il processo sulla presunta tentata estorsione ai danni di una macelleria di Rende arriva al giudizio dei giudici della Corte d’Appello di Catanzaro che ieri hanno emesso la sentenza di secondo grado, relativamente alle posizioni di Mario Gatto e Renato Mazzulla che avevano scelto di farsi giudicare col rito abbreviato.

In primo grado, i due imputati erano stati condannati dal gup Distrettuale di Catanzaro, il quale riteneva che fossero colpevoli dei reati a loro ascritti: nel caso di Gatto, la Dda di Catanzaro sosteneva che uno dei componenti del gruppo di fuoco del clan “Lanzino” di Cosenza avesse istigato Renato Mazzulla a compiere estorsioni nell’hinterland cosentino al fine di reperire somme illecite che servivano per il sovvenzionamento, e non solo, delle famiglie dei soggetti all’epoca in carcere. Una riscossione del “pizzo” che doveva avvenire in due periodi diversi. A Ferragosto e a Natale.

Nell’inchiesta è coinvolto anche Fabrizio Provenzano che in primo grado, davanti al tribunale collegiale di Cosenza, è stato assolto con formula ampia dal presidente Enrico Di Dedda, dopo le richieste di condanna formulate dal pubblico ministero Pierpaolo Bruni che aveva invocato una pena ad 8 anni di carcere.

Ieri, la Corte d’Appello di Catanzaro ha parzialmente riformato la sentenza di primo grado riducendo le pene di Gatto e Mazzulla: 7 anni al primo e 5 anni al secondo.

Nel corso delle fasi processuali, il tribunale del Riesame aveva annullato l’ordinanza di custodia cautelare di Mario Gatto, disponendo la scarcerazione dell’imputato condannato in via definitiva a 30 anni di carcere per l’omicidio di Antonio Sena.

L’inchiesta, come detto, si è focalizzata sul ruolo avuto dai tre imputati nella presunta tentata estorsione che viene alla luce dopo le conversazioni intercettate in carcere tra Adolfo D’Ambrosio e suo figlio.

L’esponente del clan “Lanzino”, venuto a conoscenza attraverso il racconto di uno dei suoi più stretti familiari che Mazzulla andò a chiedere soldi al macellaio, non la prese bene e di conseguenza – sostengono i carabinieri del Norm di Rende, in quel periodo diretto dal tenente Giovambattista Marino – mandò un messaggio a Gatto. «Gli amici di papà li ho fatti sempre “rispettare” e invece gli altri se li sono tenuti “riservati”». Una frase che secondo gli investigatori era da interpretare nel senso che D’Ambrosio non voleva che qualcuno andasse a trovare i suoi amici.

Il collegio difensivo è intenzionato a ricorrere in Cassazione. (a. a.)

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Redazione Cosenza Channel

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