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Fragomeni: «La strada è uno schifo, mi ha salvato la boxe. Volevo fare come Grisù»

Fragomeni: «La strada è uno schifo, mi ha salvato la boxe. Volevo fare come Grisù»
Photo Credit To http://www.teleducato.it

– di Antonio Clausi
In esclusiva per CosenzaChannel l’ex Campione del mondo WBC Giacobbe Fragomeni racconta la sua vita, l’eroina e il punto di rottura tra vecchi e nuovi sportivi. Nel week-end sarà a Cosenza ospite della Boxe Popolare.

Per ogni evento che si rispetti, c’è una star. E’ legge di mercato, inutile girarci attorno. Giacobbe Fragomeni da venerdì sarà a Cosenza ospite della Boxe Popolare che ha organizzato un evento a respiro internazionale. Una riunione pugilistica con esibizioni degne delle semifinali del campionato italiano. Appassionati e non, per farla breve, si accalcheranno giù dal ring che verrà allestito al Metropolis.

Fragomeni è il classico esempio di chi ha sfidato la sorte cambiando il proprio destino. Una vita privata difficile, l’eroina, poi la palestra e il titolo mondiale WBC dei pesi massimi leggeri nel 2008. Proprio sabato, invece, Joshua e Klitschko si sono sfidati per i massimi. «Non ho visto tutto l’incontro – spiega mentre accompagna i figli in palestra – Pensavo vincesse Klitschko, mentre Joshua si è dimostrato fortissimo. Sta crescendo mentalmente e fisicamente, si è ripreso dalle difficoltà ed ha finito il match prima del limite. Mi ha impressionato».

Fragomeni, partiamo da lontano: per lei cos’è la strada?
«Uno schifo. Dipende da come la interpreti, se stai in strada vuol dire che hai dei disagi e la vivi male. Se però sei intelligente e fai di tutto per vivere bene, la porti dalla tua parte. In caso contrario ti distrugge».

Si dice che ci sia droga e droga. C’è quella, appunto, di strada e quella per i ricchi. Che idea si è fatto a distanza di anni?
«Si parte dalla colletta con gli amici per compare il fumo, poi di solito si va avanti. Non si può fare di tutta l’erba un fascio, perché ci sono mille variabili incalcolabili. Ad esempio, se la si prova la prima volta da adulti non smetti più».

La sua storia è un libro a lieto fine, quasi una favola da raccontare ai bambini. Le piace quando glielo dicono?
«Più che raccontarla ai piccini, andrebbe fatto anche ai grandi. Col lavoro che faccio, mi capita di effettuare degli stage motivazionali in alcune aziende dove la produzione rende meno del previsto. Sono me stesso quando racconto cosa ho fatto e chi mi ascolta spero prenda spunto. Guai a mollare, è la prima cosa che dico».

C’è chi da ragazzo sogna di fare l’astronauta o il supereroe. Fragomeni chi voleva essere e cosa è diventato?
«Io volevo fare il Grisù, il pompiere. Da ragazzino non avevo futuro e non avevo speranze. Poi pian piano è arrivata la boxe ed ho sognato la cintura di Campione del mondo. L’ho sollevata, ma la mia infanzia mi ha portato solo disillusione. Il resto è venuto dopo».

Il professionismo italiano attraversa un momento di grave difficoltà, ma tanti giovani hanno deciso di provare il grande salto e abbandonare il dilettantismo. Esiste tra loro il suo erede?
«Sembrerebbe essere Fabio Turchi. Incontrai suo padre da giovane, combattemmo due volte e strappammo una vittoria a testa. Fabio è un mancino ben dotato, forte, non ha paura, affronta gli avversari a viso aperto. Spero che i manager lavorino bene con lui».

E’ d’accordo con chi sostiene che lei sia il punto di contatto tra i vecchi pugili, quelli pieni di fascino e storie da raccontare, e i boxeur moderni forse più attenti ai click dei fotografi?
«Oggi si vive sui social, mentre io ho vissuto la mia vita seguendo le mie idee. Di riflesso se eri bravo, gli altri di ammiravano e ti seguivano. Adesso, invece, bisogna arrivare al punto di incrociare avversari determinati per smettere di guardarsi allo specchio. Perfino in palestra riprendo spesso chi di fianco al sacco ha la testa altrove. Ho incontrato dei ragazzi fenomenali che però si perdono in un bicchiere d’acqua per questi atteggiamenti, perché non fanno boxe per se stessi ma per pavoneggiarsi con le ragazze».

Domanda da un milione di dollari: perché è sbarcato sull’Isola dei Famosi?
«Per mia moglie, è lei che ha insistito. In quel momento ero fermo a causa di un infortunio, dovevo combattere per un titolo e mi feci male in allenamento, Sara mi spinse ad andare pensando che sarei durato poco. Invece la cosa poi è andata come ha deciso il popolo (vincitore con un plebiscito del 71% dei voti, ndr)».

Lei è di origini calabresi e la Calabria ha bisogno di buoni esempi da seguire. Sente il legame con il sud e direbbe a suo figlio di imitare Fragomeni?
«Ai miei figli dico di fare ciò che sentono di fare, temo che la mia ombra possa dar loro fastidio. E’ tanto che non scendo in Calabria, l’ultima volta avevo 13 anni a Catanzaro. Venire in Calabria è pericoloso: c’è la ‘nduja, il capicollo, la salsiccia…».

Sui territori stanno sorgendo palestre popolari e società di calcio gestite interamente da tifosi. Si rivede in questi esperimenti sociali? Vale ancora l’equazione sport uguale integrazione?
«Lo sport è integrazione. Un ragazzo proviene da una situazione di insicurezza e, specialmente negli sport singoli, riesce poi a capire quanto sia forte e indipendente. Io mi chiedo, rivolgendomi non solo agli adolescenti, come diavolo si faccia a stare seduti sul divano tutto il giorno».

A 47 anni e dopo aver disputato in carriera 4 titoli mondiali, a giugno salirà sul ring per il 42esimo match da professionista. Ha scoperto un elisir di lunga vita o di eterna giovinezza?
«E’ una delle le mie sfide interiori, dove non devo dimostrare nulla a nessuno. Magari capirò che devo smettere, viceversa potrei continuare. Se diventassi campione di qualcosa diventerei il primo italiano a farlo a 47-48 anni. Se andasse per il verso sbagliato… beh: le botte fanno male e non mi va di fare il fesso. Ho moglie e figli e ci penserei mille volte prima di farlo di nuovo».

Sabato presenzierà alla riunione pugilistica organizzata dalla Boxe Popolare. Assisterà agli incontri di alcuni tra i migliori pugili calabresi, che aspettative ha?
«Alti, di godermi match belli e scrutare giovani su cui puntare. Voglio mandare messaggi alla federazione che è costantemente alla ricerca di nuove leve».

Tra cinquant’anni, guardando indietro, Fragomeni chi rivedrà?
«Se mi giro indietro, anche adesso vedo tanta roba. Io sono il fratello migliore, grande, con la testa sulle spalle, di quello che ero una volta. Mi viene da pensare alle parole che mi dicevano i vecchi. Ora sono io a ripeterle ai miei figli».

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