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Quando perdi, non perdere la lezione

Quando perdi, non perdere la lezione

– l’editoriale di Piero Bria –
Cosenza ha voglia di ritornare nei cadetti. E i dodicimila di ieri sera ne sono la dimostrazione. Ma la gloria (le vittorie) non arriva per grazia ricevuta. Ora serve programmare e spendere con giudizio.

Difficile scrivere in questi momenti. Difficile analizzare una gara dove la differenza l’ha fatta un gol al 98′. Ieri sera dodicimila persone si sono date appuntamento per trascinare i Lupi verso la semifinale di Firenze. Dodicimila cuori a battere per una squadra che ci ha provato fino alla fine. E sottolineiamo un aspetto importante: questa squadra, nella stagione appena conclusa, è andata oltre le sue possibilità.

Inutile spiegarvi il motivo, basta dare uno sguardo alle statistiche. Andare in B significava compiere un miracolo di proporzioni bibliche. Lo hanno capito persino i dodicimila di ieri sera che, alla fine, hanno riservato applausi e cori a giocatori e staff.

Il giorno dopo è ancora più dura. Analizzare da fuori non è facile. Perché a pensarci bene il Cosenza ha sfiorato il gol in più circostanze. Per una questione di centimetri non è stato possibile esultare. Vuoi per fortuna, vuoi per qualità. Eh si, la qualità dei giocatori spesso fa la differenza. Quella differenza che determina il risultato finale.

Ma c’è una frase del Dalai Lama che recita: “Quando perdi, non perdere la lezione”. Ed è una frase che deve accompagnare ognuno di noi nei mesi che ci attendono da qui all’inizio della prossima stagione. Soprattutto il presidente Guarascio (dal quale ci saremmo aspettati, ieri sera a fine gara, una bella intervista di ringraziamento per i suoi). Cosenza ha voglia di ritornare nei professionisti. E i dodicimila di Cosenza-Pordenone ne sono la dimostrazione. Ma la gloria (le vittorie) non arriva per grazia ricevuta o perché la fortuna gira dalla nostra parte. Bisogna cercare di costruire, programmare, trovare i tasselli giusti per comporre il puzzle perfetto. Per farlo serve identificare le persone idonee alla valorizzazione di un progetto.

Non sono i soldi a determinare il risultato finale, ma come li spendi. Ed è questo aspetto che Guarascio deve prendere in considerazione. Non me ne vogliano i giocatori, che hanno dato tutto quello che avevano, ma serve una rifondazione. In pochi servono alla causa. In pochi sono idonei a garantire uno standard qualitativo all’altezza di formazioni che, anche l’anno prossimo, verranno costruite con l’intento di ammazzare il campionato.

Non fermiamoci alla valutazione della gara di ieri sera. Il Cosenza ha dato tutto, ci mancherebbe. Ma è giusto valutare la stagione e capire come e dove migliorarsi. Altrimenti serve a poco perdere se non si ha la voglia e l’intelligenza di capire i motivi della sconfitta e cosa fare per evitare gli stessi errori in futuro.

In questo momento regna lo sconforto, l’amarezza. Ma il giorno dopo è utile per metabolizzare e cercare di trovare soluzioni. Ed è per questo motivo che, a differenza degli altri anni, il presidente Guarascio deve seguire una linea diversa da quella intrapresa fino ad ora.

Il patron silano deve comprendere a chiare lettere che non abbiamo bisogno di essere sfamati di anno in anno (accontentandoci di arrivare ai Play-Off). Abbiamo bisogno di intraprendere un percorso comune che ci consenta, a tutti nessuno escluso, di far tornare grande il Cosenza.

Non servono soloni del calcio, servono esclusivamente persone funzionali ad un progetto. E per progetto, intendiamo un progetto tecnico attraverso il quale garantire una crescita costante e duratura.

Bisogna dire a chiare lettere cosa avverrà nei prossimi anni. Si hanno pochi soldi? Bene, allora bisogna spenderli con intelligenza. Innanzitutto dando fiducia ad un allenatore con un’idea di gioco definita. Un allenatore che lavori in sintonia con il direttore sportivo. Da loro parte tutto. Da loro parte un progetto tecnico che preveda anche la (ri)strutturazione del settore giovanile. Settore giovanile che diventi utile proprio per la prima squadra, che diventi funzionale per la prima squadra.

Briefing mensili (o bisettimanali) tra allenatore della prima squadra e allenatori del settore giovanile per dettare le linee guida . In base al sistema di gioco, in base ai principi bisognerà lavorare. Il motivo? Produrre materiale utile alla prima squadra e venderlo per monetizzare. Cosenza è una delle provincie più grandi d’Italia. Non beneficiarne è da folli. Non siamo il Milan, la Juve, l’Inter o la Roma. Ma a differenza di queste società abbiamo una terra ricca di talenti. Non bisogna andare lontano per porre le basi e creare i presupposti per un futuro da protagonisti.

A patto da non rinnegare la gente della nostra terra. I ragazzi di casa nostra hanno dei limiti? Aiutiamoli a crescere dandogli gli strumenti per diventare eroi. Non servono soldi. Serve idee chiare e una programmazione su base triennale, quinquennale. E tanta, tanta pazienza. I tifosi capiranno, perché è meglio avere qualcosa di duraturo che non vivere un anno da protagonisti e ripiombare nell’anonimato.

Non serve uno scienziato per capire come bisogna muoversi. Serve un’idea, dall’idea di ciò che si vuole essere si passa al progetto. Dal progetto si identificano le persone. Scelti gli individui bisogna avere fiducia e pazienza. Ma bisogna dirlo alla città, bisogna renderla partecipe. Altrimenti è inutile arrivare ogni anno, di questi tempi a chiedere il supporto dei tifosi.

La città, la stessa che ieri ha dimostrato la propria passione e urlato la propria fiducia, è il perno su cui costruire il futuro. Cosenza è città poco equilibrata, lo sappiamo, ma di fronte ad un progetto chiaro e dichiarato diventerebbe il più importante sostegno alle ambizioni di lunga durata. Diciamo chiaro a tutti che il progetto comincia oggi e che in tre/quattro anni ci si propone di costruire un ambiente competitivo a tutti i livelli.

La tifoseria – che in questo momento è l’unico elemento di categoria superiore su cui si può contare – è appassionata oltre ogni limite. Non si può dire che abbia il dono della pazienza, è vero. Ma, se coinvolta, la tifoseria può essere la base sulla quale poggiare ogni genere di ambizione.

A patto che i progetti siano chiari e che l’intento di perseguirli sia coerente e costante; in una parola: credibile. La società riuscirà a resistere alle tentazioni di fare come si è sempre fatto per dedicarsi alla costruzione di un progetto?

A Guarascio l’ardua sentenza.

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