Giudiziaria

GARDEN | Omicidio Mariano Muglia: nuovo annullamento per Mario Baratta

Passerà alla storia giudiziaria come il caso più intricato e complesso della ‘ndrangheta cosentina. Ieri mattina la Suprema Corte di Cassazione ha riscritto nuovamente il processo per la morte di Mariano Muglia, ucciso nel maggio del 1983, per il quale è sotto processo da quasi 24 anni Mario Baratta, all’epoca dei fatti contestati nella maxi inchiesta “Garden”, affiliato al clan Perna-Pranno. 

Gli ermellini infatti hanno annullato con rinvio ad una nuova sezione della Corte d’Assise di Catanzaro per quanto riguarda il bilanciamento tra l’aggravante della premeditazione e la concessione delle circostanze attenuanti generiche equivalenti alle contestate aggravanti che in secondo grado avevano fatto scattare la condanna a 14 anni di carcere.

Sempre la Cassazione ha annullato senza rinvio l’aggravante del nesso teleologico, ovvero che Baratta uccidendo Muglia avrebbe agevolato la sua cosca di appartenenza.

LA RICOSTRUZIONE. La vicenda giudiziaria, come dicevamo, parte dal processo “Garden”, quando Baratta viene condannato all’ergastolo per il delitto “dell’uomo-mitra”. Il suo legale, Piergiuseppe Cutrì nei primi anni del nuovo secolo chiede la rimessione in termini, grazie a una nuova legge, e ottiene l’annullamento del “fine pena mai”, rinviando tutto alla Corte d’Assise di Cosenza alla quale l’imputato richiede di essere giudicato col rito abbreviato. La stessa Corte d’Assise di Cosenza non accoglie le richieste di pena formulate dalla Dda di Catanzaro e assolve per intervenuta prescrizione Mario Baratta.

Il pm Pierpaolo Bruni, che aveva richiesto l’ergastolo in primo grado, fa ricorso in Appello criticando il fatto che all’ex affiliato della cosca Perna-Pranno fossero state concesse le circostanze attenuanti generiche, visto che Baratta dopo la sua scarcerazione aveva completamente abbandonato il mondo criminale, circoscrivendo i fatti a un’epoca ormai lontana dal momento in cui l’imputato si trovava nuovamente sotto giudizio. I giudici di secondo grado, tuttavia, riformano la sentenza di Cosenza e lo condannano a 14 anni di reclusione, di cui 10 già scontati in carcere. E veniamo a ieri, quando l’avvocato Cutrì ha discusso di nuovo davanti alla Suprema Corte.

LA LINEA DIFENSIVA. «Si potrebbe scrivere un libro per la complessità giuridica del caso» fa notare il difensore di Baratta che nel ricorso presentato in Cassazione ha evidenziato tre punti fondamentali. L’avvocato Cutrì ha contestato il fatto che la Corte d’Assise d’Appello era andata oltre quelli che erano i suoi compiti, ovvero quelli di valutare le richieste della Dda di Catanzaro che aveva sottolineato come a Baratta non potessero essere concesse le attenuanti generiche. Ma sul punto, i giudici di secondo grado avevano condiviso il ragionamento del tribunale di Cosenza.

La Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro invece, riprendendo una recente sentenza delle Sezioni Unite, aveva concluso che un omicidio aggravato dalla premeditazione non si prescrive mai. Principio ormai conclamato anche per questo caso, che supera quanto espresso prima e dopo il 2005. I giudici d’Appello, sostiene l’avvocato Cutrì, non potevano motivare sulla premeditazione perché la Corte d’Assise di Cosenza non lo aveva fatto, evidenziando solo l’aspetto legato al nesso teleologico.

E su quest’ultima aggravante il difensore di Baratta ha sottolineato che l’associazione Perna-Pranno era esistente già dagli anni ’70 e quindi l’omicidio Muglia non agevolò la sua nascita, bensì poteva essere contestualizzato come reato-fine dell’associazione mafiosa e non come reato-madre, se si considera che il gruppo mafioso possedeva le armi già prima del 1983.

Alla Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro, dunque, il compito di rideterminare la nuova pena da infliggere a Mario Baratta. (Antonio Alizzi)

 

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Redazione Cosenza Channel

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