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Il Riesame “censura” l’avvocato di Cosenza che ha fatto arrestare il commerciante egiziano

Il Riesame “censura” l’avvocato di Cosenza che ha fatto arrestare il commerciante egiziano

Ricordate il caso del commerciante egiziano arrestato dalla procura di Cosenza perché avrebbe estorto denaro e stalkerizzato il suo avvocato di fiducia? Ebbene, nei giorni scorsi il tribunale del Riesame di Catanzaro ha depositato le motivazioni con le quali ha scarcerato l’indagato, riqualificando il reato in esercizio arbitrario delle proprie ragioni. 

I giudici di Catanzaro avevano escluso categoricamente sia i gravi indizi di colpevolezza sia le esigenze cautelari per il primo capo d’imputazione che aveva permesso ai carabinieri di Cosenza di eseguire un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Abdella Abdelaziz Reda Dawa, a cui erano stati applicati gli arresti domiciliari.

Il Riesame ha pienamente condiviso l’assunto avanzato dai legali di fiducia Ernesto Granieri ed Eugenio Caruso, i quali avevano smontato le tesi accusatorie dimostrando una verità processuale diversa da quella fornita dalla procura di Cosenza.

Al centro dell’indagine vi è un provvedimento di sfratto contro l’indagato che gestiva un esercizio commerciale a Cosenza e un altro a Lamezia Terme.

L’avvocato, vittima della presunta estorsione, a suo dire aveva assunto un impegno di tipo extragiudiziali.

Tuttavia il Riesame analizzando gli atti a sua disposizione ha ritenuto contrastanti le prove fornite dal denunciante. Secondo i giudici non erano chiari i rapporti professionali tra l’avvocato e il commerciante egiziano circa l’esecuzione di sfratto in relazione alle due attività commerciali né era chiaro l’esistenza di un’ipotetica assicurazione a favore del cittadino egiziano.

Ricostruendo il rapporto con l’avvocato del foro di Cosenza, Dawa Reda aveva dichiarato di aver conosciuto la presunta persona offesa nel novembre del 2015, facendogli visionale delle pratiche concernenti lo sfratto per morosità del locale di Kebab situato a Cosenza. L’indagato aveva detto che l’avvocato gli avrebbe prospettato due soluzioni: la prima era di rimanere per un altro anno nel negozio senza pagare alcun canone, ma con l’avvertimento che al termine del periodo avrebbe dovuto lasciare l’immobile – soluzione che l’indagato dice di aver rifiutato – mentre la seconda era quella di rateizzare il pagamento dei canoni in affitto scaduti e non pagati. Dawa Reda aveva specificato di aver accettato la seconda soluzione, dando un anticipo sull’onorario di 2mila euro e di aver corrisposto per i canoni 500 euro, mentre altri 500 nel marzo 2016 per l’altro negozio di Lamezia Terme per il quale aveva ricevuto intimazione di sfratto.

L’indagato poi aveva aggiunto di essere stato tranquillizzato dall’avvocato in ordine all’effettiva accettazione della rateizzazione con l’avviso che, per iniziare la rateizzazione, avrebbe dovuto attendere settembre 2016, invece a maggio 2016 arrivò l’ufficiale giudiziario per eseguire lo sfratto.

Il legale gli avrebbe anche detto di poter stare tranquillo che sarebbe rientrato nel locale e dell’intenzione del proprietario del locale di comprare l’attrezzatura del negozio per la somma di 25mila. Succede che il 26 settembre 2016 l’avvocato, aveva raccontato Dawa Reda, ammette di avergli detto una bugia in ordine alla possibilità di rateizzare i canoni e di rientrare nel locale; di avere ricevuto la proposta dell’avvocato di recuperare parte dei danni subiti, attivando un’assicurazione professionale.

Fatti quelli raccontati che alla fine hanno portato all’esasperazione l’indagato tanto da fargli pronunciare la frase: «Questi motivi sono abbastanza per bruciarti vivo» volendo significare – si legge nel provvedimento del Riesame – che per i danni subiti avrebbe meritato di essere bruciato vivo, ma che non lo avrebbe mai fatto. I rapporti tra i due – come dimostrato dalla difesa – erano comunque sempre cordiali.

Rispetto alle notifiche di sfratto, il Riesame ha rilevato che il 23 novembre 2015 nessuno si costituì per Dawa Reda e il tribunale di Cosenza di Cosenza convalidò lo sfratto. Il 23 febbraio del 2016 venne emesso il precetto che non fu opposto; lo sfratto venne emesso il 12 maggio del 2016 e realizzato il 30 giugno del 2015.

Secondo i giudici di Catanzaro, il materiale indiziario fa emergere un rapporto professionale tra l’avvocato e l’indagato che non si è svolto secondo normalità difettando «più di qualunque omissione – che viene anche ravvisata nel mancato quanto inspiegabile ritiro delle attrezzature presenti nel negozio successivamente sottoposte a procedura esecutiva – il dovere di lealtà, che consiste nella necessità da parte del professionista di informare il cliente in ordine alle strategie difensive utilizzate ed alle possibili conseguenze che ne derivano». E ancora: «Non appaiono chiare al collegio le ragioni che abbiamo determinato» l’avvocato «a fornire al cliente false informazioni di carattere sostanziale e processuale, così ingenerando nello stesso aspettative, poi puntualmente disattese, circa da ultimo la possibilità di poter ottenere un risarcimento economico pari a 25mila euro da parte di un’assicurazione professionale».

Il Riesame evidenzia che «è nella violazione del dovere di lealtà che si configura una responsabilità professionale in capo» alla presunta persona offesa «rispetto alla quale va correlata la pretesa economica» dell’indagato. (Antonio Alizzi)

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