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Accordo ‘ndrangheta-Cosa Nostra, i cosentini: «Non era necessario combattere lo Stato»

Accordo ‘ndrangheta-Cosa Nostra, i cosentini: «Non era necessario combattere lo Stato»

Lo storico collaboratore di giustizia di Cosenza Franco Pino è il primo ad essere inserito dalla Dda di Reggio Calabria nel paragrafo che si occupa di analizzare gli avvenimenti che portarono Cosa Nostra e la ‘ndrangheta a siglare un patto per mettere a punto una strategia stragista contro lo Stato. 

Come abbiamo avuto modo di raccontarvi, alla famosa riunione di Nicotera erano presenti anche le cosche cosentine. Tra queste vi era quella di Pino.

Se da un lato le mafie volevano ottenere dei vantaggi, uccidendo pezzi dello Stato, dall’altra tra alcuni componenti della ‘ndrangheta sorgeva più di un dubbio sull’opportunità di fare così tanto clamore. E Pino lo spiega bene ai magistrati della Dda di Reggio Calabria. «Noi demmo adesione a Nino Pesce, a Mancuso ed a Piromalli nel senso che avremmo ratto quello che sarebbe stato da loro deciso. Successivamente, io mi incontrai con Mancuso sia subito dopo la riunione sia nei giorni successivi e ragionammo insieme sull’opportunità di aderire a tale strategia; lui riteneva che per noi non fosse conveniente, ma disse che se gli altri avessero aderito lui non si sarebbe tirato indietro.

Preciso che in Calabria all’epoca “si viveva bene” dal punto di vista criminale; vi erano infiltrazioni tali da consentire anche di ottenere vantaggi processuali e non era necessario entrare in contrasto con lo Stato». E in tal senso Pino riassume la sua vita criminale, dal momento del suo arresto datato 1993 al giorno in cui decide di collaborare con la giustizia: siamo nel 1995.

Il suo racconto prosegue con le frequentazioni con l’avvocato Paolo Romeo al quale «curai anche la campagna elettorale nel 1992 e credo nel 1994. Poi svela un retroscena sulla morte di Giovanni Falcone. «La ‘ndrangheta disponeva di soggetti non appartenenti alle ‘ndrine, di cui potersi servire in caso di delitti particolari; vi erano vasti ed estesi rapporti con settori istituzionali con infiltrazioni anche nelle forze di polizia. Ricordo che subii una perquisizione da parte della P.G., con esplicito mandato, alla ricerca di apparati elettronici, telefonini, computer e similari, il riferimento era alla morte del Dr. Falcone ed al possibile utilizzo di un telefonino donato per dare il via all’esplosione….omissis».

PAROLA AD ARTURI. Pino aveva spiegato di essere andato alla riunione mafiosa accompagnato da Umile Arturi. Così la Dda di Reggio Calabria ascolta anche l’altro collaboratore di giustizia. «Mi chiedete se ho ricordo di un incontro fra componenti della ‘ndrangheta avvenuto nell’estate del 1992 dopo la Strage di via D’Amelio in località Nicotera Marina. Ricordo questo episodio. In particolare nel periodo da lei indicato Francesco Pino venne convocato da Luigi Mancuso era un capo ‘ndrina di Limbadi che riwpetto a Pino aveva una posizione ugual livello quanto al profilo criminale».

Arturo aggiunge che una volta arrivati a Nicotera «ci disse che l’incontro di cui sopra avrebbe avuto ad oggetto la richiesta di Cosa Nostra di aderire alla strategia della tensione che era stata avviata dai siciliani con gli attentati ai giudici Falcone e Borsellino». Ai presenti fu spiegato che «Totò Riina ed i Santapaola ci chiedeva di unirci a loro per l’attacco contro lo Stato. Fra i vari attentati di cui si parlava mi rimase impresso che si parlava di fare attentati ai magistrati. In generale posso dire che c’era un certo scetticismo da parte dei vari soggetti che via via presero la parola nel corso della riunione per commentare la proposta dei siciliani. In particolare era opinione diffusa che in ogni caso non era opportuno se non addirittura controproducente fare attentati ai magistrati».

DALLA SICILIA A COSENZA. Arturi va oltre la riunione di Nicotera e rivela che i rapporti tra Cosa Nostra e Cosenza erano buoni, al punto che un amico di Nitto Santapaola, un soggetto che aveva un’impresa importante che operava nel settore edile aveva vinto un appalto nella zona di Cosenza per costruire un’opera pubblica che non ricordo. Io non conobbi questa persona tuttavia Francesco Pino mi disse, in quanto suo uomo di fiducia, di avere particolare riguardo nei confronti di questa ditta che avrebbe, comunque, pagato una tangente del 2-3% sul valore dell’opera, e cioè circa la metà di quello che normalmente chiedevamo. Si trattava di un trattamento di favore che Pino faceva in quanto, mi disse, si trattava di una ditta vicina ai Santapaola che si era immediatamente presentata appena giunta sul posto. Si raccomandò con me di non commettere, nei confronti della stessa, alcun atto violento e di far proseguire i lavori nella massima calma». (Antonio Alizzi)

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