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Nove politici cosentini nel mirino di due pentiti. Dichiarazioni pubbliche senza prove?

Nove politici cosentini nel mirino di due pentiti. Dichiarazioni pubbliche senza prove?

Nel distretto giudiziario di Catanzaro ogni tanto succedono cose strane. Succede, ad esempio, che un verbale del 2013 di un collaboratore di giustizia finisce all’interno di una discovery di un’inchiesta che riguarda le presunte talpe della ‘ndrangheta cosentina nelle forze dell’ordine. Nessuna attinenza tra le accuse ai politici cosentini e le “cantate” di poliziotti e carabinieri agli esponenti delle cosche. 

Succede, inoltre, che il verbale oggetto di attenzioni giornalistiche non è stato depositato in formato pdf con i necessari “omissis”, ma è stato allegato in formato word, rendendo pubbliche le dichiarazioni che affrontano il tema del presunto voto di scambio.

Parliamo del collaboratore di giustizia Roberto Violetta Calabrese e delle sue propalazioni contro Sandro Principe, il “Barone” Collice, i due fratelli Gentile, Giacomo Mancini junior, Eva Catizone ed Ennio Morrone. I contenuti dei verbali sono stati pubblicati dal “Quotidiano del Sud” nei giorni scorsi e allo stesso quotidiano d’informazione regionale i politici accusati hanno immediatamente comunicato attraverso i legali di fiducia di querelare per diffamazione il collaboratore di giustizia.

Andando oltre le dichiarazioni di Calabrese, già esaminate in parte dalla Cassazione nell’indagine “Sistema Rende”, è necessario analizzare la situazione a 360 gradi.

Vige la regola che qualsiasi dichiarazione di un collaboratore di giustizia debba rimanere omissata qualora i riscontri richiesti dalla magistratura ed eseguiti dalla polizia giudiziaria non portino a nulla. Ovvero che, al momento, le sue parole non possono essere corroborate da attività investigativa o altro.

L’esempio in questione arriva direttamente dalla Dda di Reggio Calabria che nelle ultime operazione contro lo strapotere della ‘ndrangheta ha utilizzato dichiarazioni rese dai pentiti negli anni ’90 per arrestare Paolo Romeo e altri. Significa che le dichiarazioni verbalizzate prima del nuovo secolo non erano sufficienti a dimostrare quanto detto dai collaboratori, ma dopo gli ultimi pentimenti il quadro accusatorio si è notevolmente rafforzato tanto da arrivare a richiedere l’arresto per politici e mafiosi reggini. Ma dagli anni ’90 ad oggi la maggior parte delle dichiarazioni precedenti erano rimaste omissate.

Da Catanzaro in su, invece, in un caso gli “omissis” saltano per un errore tecnico e altre volte le dichiarazioni vengono rese pubbliche senza alcun filo logico. Perché nell’ordinanza di custodia cautelare contro le presunte talpe dei clan non vi era alcun riferimento al livello politico cosentino. Tra l’altro, le stesse dichiarazioni di Calabrese erano rimaste “omissate” negli accertamenti investigativi condotti contro Principe e gli altri politici rendesi, nelle parti che interessavano gli altri cinque politici.

Il problema dunque è di avere delle dichiarazioni di un pentito che inserite all’ultimo posto di una discovery non sono utili né alla magistratura né al pentito stesso che ovviamente viene accusato di infangare i politici.

E non è la prima volta che ci troviamo di fronte a queste anomalie, perché chi ci segue deve sapere che nei primi anni del 2000, l’allora Dda di Catanzaro insieme alla Squadra Mobile di Cosenza indagò sul livello politico-mafioso in città. Morale della favola: dichiarazioni pubbliche ma senza riscontri.

Nella discovery “della discordia” ci sono anche le dichiarazioni dell’ex reggente del clan degli “zingari” nel Tirreno cosentino che riguardano Enzo Paolini, Marcello Manna e Mario Occhiuto. Ci sono anche quelle contro Orlandino Greco ma, come prassi vuole, sull’ex sindaco di Castrolibero gli esiti investigativi sono stati resi noti anche se il Riesame è da quasi nove mesi che non decide sulla richiesta di arresto della Dda di Catanzaro.

Domande: sono state fatte indagini che non hanno portato a nulla? Se sì, perché sono saltati gli “omissis”, creando un danno ad ulteriori accertamenti ed in questo caso accusando senza prove i politici cosentini?

Non vogliamo pensare che ci sia malizia dietro a tutto ciò, ma è sicuramente compito del procuratore capo Nicola Gratteri controllare le dinamiche del suo attuale gruppo di lavoro e dare conto, quando vorrà, all’opinione pubblica. (Antonio Alizzi)

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