Tutte 728×90
Tutte 728×90

Pellicori si racconta: “Vita e carriera distrutte per nulla. Andrò avanti per dimostrare la mia innocenza”

Pellicori si racconta: “Vita e carriera distrutte per nulla. Andrò avanti per dimostrare la mia innocenza”

L’ex attaccante cosentino, oggi allenatore della Palmese in Serie D, ricorda il suo arresto: “Era l’alba. Ero a casa mia a Cosenza, hanno suonato, erano in venti. Quando ho aperto la porta ho pensato “chi ho ammazzato?”.

 

Alessandro Pellicori, ex attaccante cosentino classe 1981 ed oggi allenatore della Palmese in Serie D, è stato forse uno dei prodotti migliori della “cantera” del Cosenza calcio. Alla fine con la maglia rossoblù, per Pellicori si conta una sola presenza in Serie B, quella dell’esordio, prima di emigrare lontano e fare la fortuna di tante squadre con prestazioni e gol che per anni lo hanno portato a calcare campi importanti e vestire maglie prestigiose come quelle ad esempio di Lecce, Torino, QPR, Cesena e Avellino tra le altre tra Serie A e Serie B. In più di 10 anni di carriera, un ritorno a Cosenza sfiorato almeno in un paio di occasioni. La prima nell’estate del 2009. Sembrava tutto fatto. Era il Cosenza di Mirabelli ds e Toscano in panchina appena tornato in Lega Pro Prima Divisione. L’offerta del QPR all’ultimo istante, mandò tutto all’aria. La seconda volta nel gennaio del 2012 (leggi qui). Era il Cosenza del primo Guarascio che lottava per vincere la Serie D. Pellicori si allenò anche con la squadra ma l’affare non andrò in porto.

Pochi mesi dopo, iniziò l’incubo dell’attaccante che fu coinvolto nell’inchiesta delle Procura di Cremona denominata Last Bet insieme a tanti altri volti noti del calcio italiano. Alla fine Pellicori fu squalificato per 3 anni ponendo così fine anticipatamente alla sua carriera da calciatore. Per molti ha pagato lui per tutti. Oggi Pellicori ha raccontato tutta la vicenda al sito Toronews. Ecco la versione integrale della sua intervista:

“Io non ho mai giocato nemmeno una bolletta in vita mia, non sono mai entrato in un casinò, non scommetto, non amo il gioco d’azzardo perché se perdo anche solo dieci euro a carte mi incavolo. Ho il vizio del fumo, quello del gioco no. Io sono innocente.
Era l’alba quando sono venuti ad arrestarmi. Ero a casa mia a Cosenza, hanno suonato, erano in venti. Quando ho aperto la porta ho pensato “chi ho ammazzato?”.

Conoscevo Gervasoni perché avevamo giocato insieme nel Mantova. Dichiarò che Siena-Torino era stata truccata: secondo lui, io gli avrei telefonato per dirgli di avvertire uno degli “zingari” e combinare ‘sta partita, poi avrei informato anche i miei compagni del Toro. Io produssi la testimonianza di tutti i miei compagni che confermarono che non avevo detto nulla a nessuno. Nei tabulati dei giorni prima della partita non risulta nessuna mia chiamata a Gervasoni, né tantomeno a nessuno dei cosiddetti “zingari”. Il pubblico ministero chiese e ottenne un incidente probatorio in cui inserirono delle parole chiave sul mio cellulare: cercavano corrispondenze con “pareggio”, “zingari” e simili. Nulla, solo un paio di messaggi tra me e mia moglie in cui le raccontavo cose del tipo “Amo’, sono andato a una festa e c’era uno vestito come uno zingaro”. Dalle mie parti si usa “zingaro” come i milanesi usano “pirla”, provai a spiegarlo al pm. Trovarono un messaggio di mia moglie che scriveva “ho comprato delle cose dai cinesi”. “Chi sono questi cinesi?”, vollero sapere. Assurdo…

Vennero a prelevarmi alla stregua dei peggiori delinquenti. Mauri e altri vennero avvertiti per tempo e poterono andare loro a costituirsi, da me i poliziotti si presentarono a sorpresa. Non riuscivo a capire cosa volessero. Del mio coinvolgimento mi aveva avvisato con una telefonata un giornalista qualche settimana prima, disse che ‘sto Gervasoni ne stava dicendo di cotte e di crude. Mia moglie mi portava i ritagli di giornale, ero incredulo. L’arresto fu un momento orrendo. Gli agenti mi portarono subito a Cremona. Provate a immaginare le sensazioni: ti portano via da casa, quattordici ore in una volante sapendo che ti stanno per chiudere in una cella, con la consapevolezza in cuor tuo di essere innocente. I poliziotti stessi mi confessarono “noi ne vediamo tante, ma per un’accusa del genere non abbiamo mai arrestato nessuno”. È stato un processo mediatico, qualche pm forse voleva farsi un po’ di pubblicità…

In carcere avevo il divieto di incontrare gli altri indagati, ma comunque non avrei saputo cosa dire loro. Il mio avvocato mi sgridò: “tu sei pazzo. Perché non sei venuto da me a farti consigliare? Non ti avrebbero arrestato”. “Perché io leggevo sui giornali le ricostruzioni di Gervasoni e sapevo di non aver fatto nulla di tutto quello”, gli risposi. Ero convinto che prima si facessero le indagini, si trovassero prove certe e poi, nel caso, si arrivasse ai provvedimenti. Invece mi hanno trattato come un criminale, rovinato la vita e poi gli accertamenti della magistratura ordinaria hanno confermato che sui conti correnti miei e dei miei famigliari non c’era stato nessun versamento.
Mia moglie ne soffrì molto perché mi conosce e sa che non avrei mai potuto essere invischiato in una faccenda del genere. Sono stato fortunato ad avere lei e la mia famiglia a supportarmi. Sono sempre stati dalla mia parte.

Nei processi sportivi è impossibile arrivare alla verità. Non sono ammesse prove, né confronti diretti, nulla. Basta che uno dica qualcosa ed è legge. Gervasoni fece quasi 200 nomi in quel periodo, alla fine le condanne furono appena una decina. Tra l’altro all’inizio lui parlò solo delle partite col Mantova (facendo il mio nome in quattro casi e venni poi assolto per tutti e quattro). Fu arrestato e sei mesi tirò in ballo anche Siena-Torino. Era una cosa architettata a tavolino dai suoi avvocati per cercare di fargli ridurre la pena. Se Gervasoni avesse detto che avevo ucciso qualcuno, mi avrebbero arrestato per omicidio.
Perché lo hanno ritenuto credibile? Perché su duecento persone citate nel mucchio, una ventina aveva davvero commesso qualche illecito. Andarono dai rispettivi avvocati che consigliarono loro di confessare subito. Così hanno fatto e gli hanno dato 6 mesi di pena sospesa in penale e, a chi è andata proprio male, un anno di squalifica nel processo sportivo. Io non ho fatto nulla e ho preso tre anni.

Sono incazzato perché hanno usato cento pesi e 100 misure. Con gli imputati più famosi, quelli di Serie A (i vari Conte, Bonucci, Buffon e tanti altri), hanno scatenato un po’ di clamore e poi, Mauri escluso, non li hanno nemmeno sfiorati. Con noi di Serie B invece ci sono andati giù duro e ne hanno puniti dieci a caso.
I pm mi spingevano ad accusare Conte. Sarebbe bastata una mia ammissione per squalificare lui e far retrocedere il Torino. Volevano quello. Dicevano “noi sappiamo come sono andate le cose, ci faccia i nomi e lei se ne esce bello pulito”. In quel momento la cosa più facile sarebbe stata mettere in mezzo il Toro, ma io non accuso nessuno senza motivo. A mente fredda, dopo tutto quello che ho passato, mi sarebbe convenuto inventare qualcosa. Invece ho affrontato sei processi sportivi e non ho mai patteggiato nulla perché ero sicuro delle mie azioni. Uno patteggia quando ha la coscienza sporca e io volevo andare fino in fondo. Farò lo stesso con il procedimento penale, perché la verità deve venire fuori. Ci hanno distrutto l’immagine, la carriera, la vita e poi alla fine non c’era nulla. Nulla.

Carobbio, altro super pentito, dichiarò in seguito che Siena-Torino non era tra le partite truccate, ma l’elemento che avrebbe potuto realmente scagionarmi (e di conseguenza escludere anche il coinvolgimento del Toro) era la testimonianza di Almir Gegic, capo degli “zingari”. Anche lui non sapeva nulla di quel match, è scritto nei verbali. Peccato che fu ascoltato solo dopo la mia condanna. E ora, a sei anni dallo scoppio di quel caso, per me non è ancora finita: il processo penale deve ancora iniziare. D’altronde quando non si trova nulla di concreto i tribunali accettano i rinvii. Questo mi dà la forza di andare avanti.
Se il tribunale ordinario mi assolverà, non ho intenzione di chiedere i danni alla Federcalcio, perché se vuoi fare questo lavoro non è una mossa intelligente… E comunque non voglio più pensare al passato. Per me adesso è cominciata una nuova vita, ho riconquistato la possibilità di lavorare e fare quello che mi piace. Sto facendo la gavetta da mister, ora alleno la Palmese in Serie D e voglio godermela. Dei soldi non mi interessa niente. Voglio solo avere la possibilità di urlare che io non c’entro con quello schifo.

Ogni tanto penso che c’è gente che ha passato vent’anni in carcere per un errore giudiziario, io ci sono stato solo dieci giorni. La considero una croce da portare, la prendo come un’esperienza della vita e provo a scherzarci su, ma non sono più tornato a Torino. Ho paura di incontrare qualcuno che possa avere un dubbio sulla mia onestà. È dura convivere con gli sguardi della gente, soprattutto se penso ai tifosi granata. Nella mia carriera ho cambiato tante squadre e tante città e non me ne è mai fregato più di tanto. Torino mi è rimasta dentro; appena arrivato comprai casa, avevo deciso di rimanerci a vivere quando avessi smesso di giocare. Avevo tanti amici, poi ho perso i contatti perché quando sei indagato diventi immediatamente un appestato.
Il Torino, a differenza mia, patteggiò e prese solo un punto di penalizzazione. Fu una scelta legale, non glielo rinfaccio. I ricordi che ho in granata sono tutti positivi, da quella conferenza di presentazione in cui sdoganai il “calcio ignorante” in anticipo di anni sulla moda odierna, fino al colpo di tacco mancato. In spogliatoio ridevo con Gasbarroni: “me l’hai data ai 200 all’ora, come facevo a prenderla?”. Sarei potuto andare di piatto, ma mi ero mosso per anticipare il difensore e mi ritrovai troppo avanti col piede d’appoggio, sbilanciato col corpo. Ci ho provato. Se fai gol di tacco sei un fenomeno, se la lisci ti prendono tutti in giro. Ci sta. Se quella palla fosse entrata avrebbe cambiato la mia storia, però la soddisfazione più grande della vita io me la sono tolta comunque: segnare un gol sotto la Maratona è stato incredibile, per me vale molto di più di quel tacco sbagliato”.

Related posts