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Meluso: «Io, i giornali di gossip, Cosenza e Lecce. Vi dico tutto»

Meluso: «Io, i giornali di gossip, Cosenza e Lecce. Vi dico tutto»

Per la prima volta da quando ha lasciato Cosenza, Mauro Meluso ha accettato di rilasciare un’intervista ad un giornale calabrese. Sul Quotidiano del Sud ha spaziato a 360° toccando tanti argomenti.

Mauro Meluso è già tornato a Cosenza senza indossare il rossoblù e non è andata proprio benissimo. Lo stadio non gli ha perdonato l’addio dopo una stagione intensa, lo ha fischiato e il Lecce in campo perse l’ultimo treno per restare agganciato al Foggia destinato alla B. Storie di una stagione fa. In attesa di rimettere piede nello stadio in cui alzò al cielo la Coppa Italia di Serie C, nel pomeriggio cercherà di piazzare una bandierina dall’altra parte del Campagnano, a Rende, nel fortino del Lorenzon. Nel frattempo, dopo un lunghissimo silenzio, ha accettato per la prima volta dal suo addio a Guarascio di rilasciare una lunga intervista ad un giornale calabrese. E’ stato il Quotidiano del Sud a raccoglierla, ve la riportiamo integralmente.

Nel salotto di casa sua ci sono decine di scatti incorniciati. Il più ingiallito è di quando prendeva a calci il pallone sotto casa, poi c’è una targa ricordo consegnatagli ai tempi della Lazio. Le casse dello stereo diffondono musica disco anni ’80. Sono gli “Earth, wind and fire”, retaggio di quando tornava a trovare sua madre da Roma. Il volume non è alto, non disturba la conversazione, anzi invita a guardarsi intorno. Sul tavolino c’è un libro che tratta dei fratelli Bandiera, eroi risorgimentali caduti proprio a Cosenza.

“Il volto del coraggio” è anche il suo libro preferito?
«Sì, perché parla di un mio antenato, Giuseppe Meluso. Era un brigante silano che divenne la guida dei fratelli Bandiera in Calabria. Il suo nome di battaglia era “Battistino”. Tra quelle pagine ci sono le mie origini e il lavoro di mio padre, l’autore. Era un uomo coltissimo che amava da morire la sua terra».

Gli “Earth, wind and fire” hanno mescolato tanti generi: jazz, funk, soul. A lei i brani della disco-music ricordano la Roma biancazzurra di Bruno Giordano, dica la verità.
«Sì e no. Mi ricordano un’infanzia non del tutto completata. Quando li ascolto mi viene voglia di ballare, cosa che all’epoca facevano i miei compagni e non io».

Ma che dice? Finì perfino sui giornali scandalistici…
«Ero fidanzato con Laura D’Angelo, una showgirl che lavorava in Rai. All’epoca intraprendere una relazione con una soubrette significava automaticamente vivere la Capitale di notte. Mi etichettarono come uno che faceva la bella vita a 18 anni, ma non andavo mai oltre i limiti».

A proposito di Lazio, oggi c’è Lotito. Ha mai incontrato un presidente simile?
«No. Lotito è un caso atipico del nostro calcio. Credo si tratti di un’anomalia della società civile: in altri paesi non è permesso avere un’egemonia del genere».

Della corsa alla poltrona Figc che idea si è fatto? Tommasi, Sibilia o Gravina?
«Io voterei Tommasi. La Lega Pro si è compattata intorno a Gravina, ma io dico ciò che penso: vanno cambiati gli attori per cambiare le scene».

Dove ha trovato maggiore attenzione per la politica sportiva, a Lecce o a Cosenza?
«Non mi interessa molto, ma ho colto enormi differenze».

In meglio o in peggio? Sia più chiaro.
«Non c’è da fare classifiche, inoltre mi sono imposto di non esprimermi sui rossoblù».

Perché si auto-censura?
«Perché ci saranno tempi e modi per affrontare l’argomento-Cosenza».

Da Cosenza, per restare in tema, è partito un certo Mirabelli…
«L’ho sentito recentemente per questioni di mercato. Ha un ottimo rapporto con Liverani».

Parlò con lui prima di sceglierlo?
«Sì, lo caldeggiò, ma non fu determinante il suo parere. Mirabelli è ai massimi livelli dopo tanta gavetta. A volte capita improvvisamente l’occasione di una vita come era successo a me in estate con il Palermo. Ha una grande opportunità, faccio il tifo per lui».

Prima di Liverani sembrava Mimmo Toscano il favorito, un altro calabrese-doc.
«Quando ci ritrovammo nelle condizioni di dover sostituire Rizzo, prendemmo una settimana di tempo per decidere. I candidati erano loro due ed ero consapevole che i risultati sarebbero stati molto simili. A fare la differenza furono questioni tattiche».

Oggi si ritroverà contro Trocini. E’ vero che lo scrutò da vicino?
«L’ho seguito quando ero a Cosenza ricavandone un’ottima impressione. Ne ho sempre apprezzato la linearità dei comportamenti e la determinazione trasmessa alla squadra».

Rende-Lecce, è Davide contro Golia?
«La classifica dice di no e dopo così tante giornate non mente mai. Il Rende è con merito la quarta forza del girone C».

Sente odore di Serie B?
«No e non lo dico per mettere le mani avanti: basta pensare all’Alessandria dell’anno scorso che ha dilapidato un vantaggio abissale».

Teme più il Catania o il Trapani?
«Non immaginavo il Trapani a -6. A Catania ci sono i miei Tedeschi, Blondett, Caccetta e Fornito che stanno dando tanto a Lucarelli, ma credevo fossero meno forti di ciò che invece sono».

Perché Meluso non ha mai vinto un campionato?
«Non è del tutto vero. A Padova fui esonerato a fine gennaio per divergenze con il presidente Cestaro che voleva una svolta radicale. Tornò sui suoi passi e arrivò in B con la squadra costruita dal sottoscritto. A luglio ricevetti puntualmente il premio promozione. La mia più grande vittoria, ad ogni modo, è non aver vinto».

Audace come affermazione, che vuole dire?
«Ogni estate se ne scoprono di cotte e di crude e il fatto di non aver vinto può significare anche qualcosa di positivo. Io cammino a testa alta perché le vicende oscure non mi apparterranno mai, sfido chiunque ad affermare il contrario».

Che significato ha per lei la Calabria?
«Faccio base a Teramo dove vivo, ma a Cosenza c’è la mia famiglia e mi piace respirarne l’aria. Ogni volta faccio una passeggiata da Piazza Europa alla fine di Via Panebianco: è dove sono cresciuto. Nessuno può arrabbiarsi se dico che solo qui mi sento realmente a casa».

Ha visto il Ponte di Calatrava, può essere una metafora politica?
«Assolutamente sì. Un ricambio generazionale nella politica sarebbe l’ideale e lo dimostra il sindaco di Cosenza: non rappresenta il vecchio ed ha rotto schemi precostituiti. Noi calabresi abbiamo tante qualità, ma facciamo fatica a guardare oltre l’orizzonte. C’è bisogno di legalità e di meno corruzione, il vero male della nostra regione».

Ponte di Calatrava
Ponte di Calatrava

A proposito di volti nuovi, Berlusconi guida il partito che otterrà il maggior numero di voti alle prossime elezioni.
«Io sono per i giovani, lo ribadisco. Non sono contro di lui a prescindere, ma mi piacerebbe essere governato da chi non ha fatto parte di un passato più o meno recente».

Chi è il Berlusconi, calcisticamente parlando, delle categorie minori?
«E’ Stirpe del Frosinone. Adesso lotta di nuovo per la A e non ho dubbi a pensare che presto si ripresenterà ai nastri di partenza della massima serie con uno stadio nuovo di zecca».

Stirpe la ringraziò a margine il trionfo del 2015.
«Significò molto per me perché ogni distacco è sempre doloroso. Nonostante l’interruzione del rapporto fu burrascosa, quelle parole ci riconciliarono e non era un atto dovuto da parte sua. La reputo una persona di intelligenza estrema».

Crede di aver reso più ricchi i calciatori o i loro procuratori?
«Ho sempre cercato di essere equilibrato, ma gli agenti dicono che il mio aziendalismo mi porta ad essere troppo oculato con loro».

Chi è l’osso più duro con cui ha avuto a che fare di recente?
«L’avvocato Maurizio De Rosa è un brutto cliente, Caturano e Armellino sono stati casi spinosissimi».

In un periodo della sua carriera ha coadiuvato degli intermediari tedeschi in alcune operazioni importanti.
«Ebbi un ruolo con Capozzucca al Genoa per curare il profilo tecnico di una serie di calciatori. Portammo Rafinha e Boateng a Marassi».

Hai mai visto girare mazzette?
«Non lo direi mai, ma ho già sottolineato che certi comportamenti non appartengono al mio mondo».

C’è un’area sportiva più influente delle altre in Italia?
«Dopo l’epoca-Moggi c’è maggiore attenzione a non far sbilanciare il tutto e non credo che esistano persone o gruppi il cui peso specifico sia marcato eccessivamente».

Le parola plusvalenza è all’ordine del giorno.
«Si fanno in A, in Serie C dove lavoro io molto di meno. Due episodi, però, ho intenzione di raccontarli. Portai Mannini al Pisa la cui comproprietà fu pagata dal Brescia 800mila euro. La seconda metà del cartellino fu ceduta almeno al triplo dopo che il ragazzo si distinse in B ed entrò in pianta stabile nell’Under 21. Il secondo caso riguarda La Mantia. E’ diventato un elemento di assoluto valore tra i cadetti, tanto che la Pro Vercelli lo ha venduto all’Entella per 1 milione e 200mila euro. Qualcuno non si accorse delle sue potenzialità».

Quando andrà in pensione?
«Tra due mesi avrò l’età pensionabile, ma finché avrò entusiasmo e forza fisica continuerò a svolgere un mestiere che mi piace. A Lecce sono molto invidiato, soprattutto perché Sticchi Damiani è sprecato per ricoprire soltanto la carica di presidente di una squadra di calcio».

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