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Omicidio/suicidio a Rende, l’intervento di Chiara Penna: «Serve prudenza»

Omicidio/suicidio a Rende, l’intervento di Chiara Penna: «Serve prudenza»

– di Chiara Penna*


In merito a quanto accaduto nella villetta di Rende, mi meraviglia come sin dalle prime ore del fatto si siano accavallate una serie di informazioni in ordine alla criminodinamica del fatto, dal momento che fino a questo momento nemmeno gli inquirenti hanno ben chiaro l’ordine con il quale gli avvenimenti si sono sviluppati la notte fra l’11 e il 12 febbraio scorsi.

L’unico dato che pare essere certo è che non vi siano segni di effrazione che possano giustificare la presenza in casa di estranei entrati con la forza e che purtroppo tutta la famiglia Giordano non c’è più, probabilmente per mano di se stessa.

I tentativi, spesso romanzati, di stabilire chi ha sparato chi, in che ordine e perché, sono certamente comprensibili di fronte alle richieste di una comunità scossa in cerca di spiegazioni.

A volte, però, la necessità di capire diventa fastidiosa e morbosa, soprattutto quando si cerca di dare una risposta razionale a qualcosa che nulla ha a che vedere con la razionalità, intesa come capacità comune di trovare una ragione ad un evento mostruoso. 

La criminologa Chiara Penna
La criminologa Chiara Penna

Per tale motivo, l’unica cosa che c’è da dire in ordine alla vicenda è che, allo stato, non si può definire assolutamente nulla almeno finché non si avranno i risultati degli esami balistici, degli esami autoptici e di tutte le attività di sopralluogo.

I primi determineranno non solo chi ha sparato e con quale arma – se con entrambe, con una  o con nessuna delle due – ma soprattutto permetteranno di definire le traiettorie degli spari rispetto allo sparatore (o agli sparatori);  i secondi potranno invece dare delle informazioni concrete in ordine al tipo di ferite inferte (se anche da arma bianca o solo da arma da fuoco) ed alle cause della morte.

Tutto quello che oggi si argomenta senza avere il possesso di tali dati è dunque irrilevante, privo di riscontro e teso esclusivamente ad alimentare racconti frutto di informazioni apprese qua e là sbirciando sui luoghi del fatto, alimentando dubbi  e offrendo ricostruzioni non utili a nessuno.

La vicenda è certamente complessa e se dovesse, pertanto, essere confermata l’ipotesi dell’omicidio- suicidio, o più correttamente del suicidio allargato, bisogna partire dal presupposto che chi si toglie la vita dopo aver ucciso, lo fa perché non riesce a sopportare il dolore della perdita ed è incapace di sopravvivere all’atto stesso: questo dà l’idea dell’importanza del legame con la vittima.

Escludendo quindi il caso della gelosia, della malattia di uno dei familiari alla quale gli altri non riescono a far fronte, o l’ipotesi di un delirio psicotico in capo al soggetto agente, le uniche motivazioni che possono ricondursi all’avvenimento in questione vanno allora ricercate in qualche situazione – che ancora non sappiamo – ma che ha potuto generare nel capo famiglia un senso di impotenza di fronte ad un fallimento (non necessariamente economico).

Questa visione negativa verso il futuro, accompagnata da uno stato depressivo, ha potuto innescare un pensiero suicida, ma il senso di responsabilità nei confronti degli altri componenti della famiglia ritenuti più fragili, unito all’idea delirante di preservarli dalle sofferenze, può far decidere di portarli via con sé.

In questa ottica, il suicido allargato assume un significato salvifico per chi agisce.

Totalmente diversa sarebbe invece la ricostruzione dell’accaduto se saltassero fuori altri elementi che giustificherebbero una discussione accesa tra i familiari finita in tragedia; ulteriormente diversa sarebbe la criminogenesi dell’accaduto se a sparare non fosse stato il padre (o comunque non solo lui).

Ma ad oggi sarebbe più opportuno non azzardare ulteriori ricostruzioni.

*avvocato penalista e criminologa

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