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Il Mondo che non c’è più

Il Mondo che non c’è più

– l’editoriale di Federico Bria – Scaltro per temperamento, gentile per indole. Aveva creduto davvero nel sogno di una squadra di provincia – del Sud, poi – che coltivava la speranza di vedere la serie A per la prima volta. Ma Cosenza non era pronta. E non certo per limiti tecnici.


Ricordo perfettamente il giorno in cui è arrivato a Cosenza Emiliano Mondonico. Era il 16 ottobre 2001. Avevo appena accompagnato mia moglie in clinica. Stava per nascere il mio secondo figlio.

Ero in tutt’altre faccende affaccendato, quando mi ha chiamato il presidente Pagliuso per chiedermi di organizzare una conferenza stampa al San Vito per presentare il nuovo allenatore. La squadra era rientrata dopo una sconfitta in trasferta e il mio amico De Rosa era stato esonerato. Al suo posto, in panchina, si accomodava proprio Mondonico. Un extralusso per la categoria, ma anche per la storia calcistica della città che l’anno prima aveva sfiorato la serie A ed aveva preso gusto a considerarsi una pretendente al salto di categoria.

Ho vissuto quella giornata in trance. Tenendo a bada la crescente spinta di deconcentrazione familiare (mio figlio sarebbe nato da lì a poche ore!) condividevo l’euforia di tutti nel ricevere e presentare un allenatore con una carriera da serie A e significative apparizioni sui palcoscenici europei.

Era chiaro a tutti che l’arrivo del Mondo, per noi, fosse un bel lusso, conseguenza della grande stagione precedente e logica conseguenza della scelta di indossare la maglia rossoblù fatta da gente come Strada, Giandebiaggi e, soprattutto, il “suo” Lentini che lui aveva contribuito a creare nel Torino e a ricreare nell’Atalanta.

A parte tutto questo ambaradan, personale e ambientale, di quella prima conferenza stampa non conservo molti ricordi. Troppi i file che mi si affastellavano in memoria.
Dopo, però, la conoscenza del Mondo fu una piacevole sorpresa vissuta con grande partecipazione e dedizione professionale.
La prima vittoria in casa arrivò più per spinta emotiva che per altro. Poi, infatti, a Messina cedemmo le armi senza discussioni. Il Mondo intervenne con un cambio tattico, schierando la difesa a cinque e il centrocampo a tre. In questo modo restituiva fiducia al reparto difensivo consentendo alla squadra di trovare un buon equilibrio. Arrivarono così quattro vittorie, compreso il derby a Crotone con Nassim Mendil che cominciò a far parlare di sé anche in Algeria. Al punto che un giornalista sportivo, inviato da L’Equipe di Algeri, gli dedicò una intera pagina incaricando un inviato speciale di venire a Cosenza.
La mia frequentazione col Mondo era intensa all’hotel Virginia, più che al San Vito. Durante la preparazione infrasettimanale voleva un incontro ravvicinato solo sulla comunicazione. Mi ricordo di aver toccato il cielo con un dito: era la prima volta che accadeva, dopo diversi anni passati alla guida dell’Ufficio Stampa rossoblù. È con lui che ho potuto approfondire e concretizzare il concetto di comunicazione interna e non solo esterna. Il martedì voleva essere informato lui su ciò che era accaduto dopo la gara e dopo, solo dopo, si impostava il lavoro della settimana.

Non era mai diretto. Non nel senso peggiore, di ambiguità. Semmai il contrario. Amava esprimersi per metafore, gli piaceva giocare con le parole, così come da giovane gli piaceva giocare col pallone.

Lontano anni luce dal vecchio stereotipo dell’uomo di calcio sgrammaticato, amava le iperboli e i periodi ipotetici e iniziava le sue conferenze stampa a suon di congiuntivo (ahimé, spesso usato meglio di alcuni giornalisti): “guai a noi se pensassimo di aver già vinto!”

A tavola, poi, si rivelava convitato amabilissimo. Tanti anni vissuti in campo o ai suoi margini gli davano un immenso repertorio di aneddoti, ma con lui si poteva parlare di tutto. Sapeva ascoltare e spaziava dalla storia alla politica, dalla musica alla letteratura.

Era davvero piacevole intrattenersi. Peraltro, ci è voluto poco per rendersi conto che gli piacevano i giornalisti. Come categoria, ma anche per il loro modo di fare. E gli piaceva anche inquadrare i suoi interlocutori. Gli ci volle poco, a Cosenza, per tratteggiare il profilo di tutti i colleghi che bazzicavano la sala stampa. Per descriverli usava il fioretto, ma le sue sottigliezze erano sopraffine e, soprattutto, coglievano tutte nel segno.
La sconfitta col Napoli, in campo neutro dopo quattro vittorie di fila, ha rotto l’idillio iniziale. Si fidava di Paolo Pagliuso, che reputava uomo di calcio. Forse anche per questo ci è rimasto male quando gli hanno comunicato l’esonero. Non era venuto a Cosenza a svernare, raccattando gli ultimi frutti di una nobile carriera. Aveva creduto davvero nel sogno di una squadra di provincia – del Sud, poi – che coltivava la speranza di vedere la serie A per la prima volta. Ma Cosenza non era pronta. E non certo per limiti tecnici.

Quando è rientrato, l’anno successivo, lo ha fatto col disincanto di chi, avendo vissuto mille avventure, si sottopone a sfogliare l’ennesima pagina di un volume da leggere ormai senza passione. Era ancora sul libro paga del Cosenza e il dovere gli imponeva di rispondere presente alle chiamate della dirigenza. Obblighi contrattuali, si dirà, ma il calcio vero è un’altra cosa. Il suo, poi, era sideralmente diverso.

Tornò sul campo senza più mordente. Qualcuno si divertì pure a sbeffeggiarlo, ma alle spalle, vigliaccamente, perché il Mondo era pur sempre il Mondo. Non temeva il confronto, mai e con nessuno. Era il primo a sapere che quel ritorno non c’entrava niente col calcio, lo sport che lui amava.

Venne esonerato per la seconda volta. Altri se la sarebbero legata al dito, ma lui ha sempre distinto la città e la tifoseria con cui, seppur per un periodo brevissimo, ha avuto un intenso rapporto. Tanto che, in piena bufera, col Cosenza ad un passo dal baratro, quando gli chiesero di rinunciare alle sue spettanze arretrate per non determinare il fallimento della società, pur temendo quello che poi sarebbe successo, non ebbe remore ad acconsentire.

Era fatto così, il Mondo. Scaltro per temperamento, gentile per indole. Lo ritrovai qualche anno dopo in un appuntamento del CSI che lo vedeva come testimonial di valori. Era rilassato e lieto di aver avuto l’opportunità di ritornare a Cosenza. Quella sera avrebbe parlato di lealtà sportiva e rispetto per il prossimo. Concetti lontanissimi sia dal calcio business sia dai maliziosi espedienti da magliari di provincia che in ruoli diversi e con diverso rilievo stanno uccidendo quel calcio “pane e salame” di cui tanti di noi si sono innamorati e di cui Emiliano Mondonico è stato degno modello.
Ciao Mister. È stato bello fare un po’ di cammino al tuo fianco.
Ti sia lieve la terra.

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