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L’affondo di Giudiceandrea: «Il Pd non è un partito, perché ancora deve nascere»

L’affondo di Giudiceandrea: «Il Pd non è un partito, perché ancora deve nascere»

– di Giuseppe Giudiceandrea*


Ribadisco di non voler partecipare all’assemblea del 7 aprile, perché rinnova liturgie per le quali il  4 marzo abbiamo ricevuto sonori ceffoni in tutta Italia, e con maggiore vigore e forza in Calabria e soprattutto a Cosenza, ma in pochi sembrano averli sentiti.

C’è’ voluta la libertà e la saggezza di Emanuele Macaluso, ieri l’altro, per ribadire dei concetti che non possono sfuggire al nostro gruppo dirigente. Cito testualmente : “…il PD non è più un partito, ma un agglomerato politico-elettorale, con una struttura fondata essenzialmente sugli eletti (ed io aggiungerei gli eligendi) nelle istituzioni nazionali, regionali e locali. Ed e’ questa la sola competizione che interessa il quadro dirigente nazionale e locale. In questo contesto, aggiunge Macaluso, i processi politici, economici, sociali e culturali che attraversano la società non sono colti pienamente, perché non c’è una partecipazione larga, attiva e consapevole di persone orientate a sinistra, giovani o anziane, nella vita di un partito che non è più un partito…”

Ebbene, nonostante i vaticini di Macaluso e di chi (tanti) come lui a mo’ di novella Cassandra tentano di ricondurre alla ragione un gruppo dirigente nazionale e soprattutto locale un tempo dotato di lungimiranze dettate dalla pratica politica oltre che elettoralistica ed autoconservativa, ad un mese dal risultato elettorale che segna una bocciatura storica per la sinistra , il Pd calabrese più di ogni altro sembra più indaffarato a mitigare la discussione, a metterle il silenziatore, che a rimboccarsi le maniche.

A chi dovremmo andare a dirle queste cose in un’assemblea i cui componenti sono stati sostituiti nottetempo in base a chissà’ quali regole rinvenute nelle pieghe di uno sgualcito Cencelli? Un’assemblea che, in silenzio, verra’ disertata da decine e decine di Compagni, dirigenti, amministratori, stanchi di liturgie escludenti e peraltro elettoralmente inefficaci. 

L’onda di populismo che dall’Europa ha “sommerso” anche l’Italia poteva essere evitata, e sbagliato sarebbe non vedere che a votare per chi ha utilizzato un linguaggio politico aggressivo e che non ci appartiene, sia stata una grossa, grossissima percentuale di nostri elettori e dirigenti. 

Abbiamo dunque dato l’impressione prima ai “nostri” che al “ceto medio”, di essere diventato un partito chiuso su personalismi sfrenati, rinunciando persino a propagandare e promuovere le buone attività d’amministrazione realizzate in questa regione, impegnati ognuno di noi piu’ su se’ stesso ed il proprio futuro politico amministrativo, che sul l’interesse collettivo del partito, dei suoi militanti prima ancora che sui cittadini e la nostra terra. E mentre amministratori di sinistra, a partire dal Presidente Oliverio e sul suo esempio,  hanno dato il meglio di se’ sui territori, il partito ha innescato liturgie pessime, forse dettate dalla forzosa mancata costante presenza di un segretario regionale. Sicuramente dalla mancata nomina di una segreteria provinciale che desse una mano, in una delle province più vaste d’Italia, al partito più che al segretario, ad essere presente costantemente sui territori e nei circoli. 

Ed allora ti spieghi le assenze,  i disimpegni sulle ultime campagne elettorali.

E’ vero, il paese sembra averci bocciati per le politiche di riforma avviate dai governi Renzi prima e Gentiloni poi, ma e’ mancata più di ogni altra cosa la cassa di risonanza capillare del partito, che avrebbe potuto far ribaltare o quantomeno lenire l’evidente pessimo risultato delle urne.

Non si può pretendere che le sole istituzioni, tramite i risultati raggiunti con il loro operato riescano a bloccare  un malcontento che nasce dal basso, non trova risposte nei circoli, nelle federazioni, nel partito regionale, e dunque come si fa a pensare  oggi di riuscire a trovare una ricetta per la ripartenza lasciando tutto invariato, clonando a somiglianza del precedente apparato organismi  di partito piu’ che rispettabili, ma lontani dalla parte consistente di partito che per il gruppo dirigente ci ha pugnalato alle spalle, ma molto più verosimilmente e’ stato a viva forza allontanato dai processi decisionali e di scelta e partecipazione?

Il partito ha bisogno di trovare nuova linfa, nuove motivazioni e smettere di pestarsi i piedi da solo per poi fare spallucce ad ogni bastonata.

Il PD forse dovrebbe iniziare ad essere un partito e finalmente Nascere.

Per farlo si chiudano i lavori di questa assemblea e si apra un congresso vero, preceduto dalle dimissioni (vere) del segretario regionale, senza candidature unanimistiche precostituite, per quanto rispettabili, ed aprendo un confronto aperto, democratico, vivo fra chiunque abbia voglia di dedicare parte della propria vita alla ri-costruzione del PD in Calabria, senza duplicazione di ruoli, priva di velleità amministrative future (come da regolamento) e  nell’interesse della collettività, per la radicale riforma del partito anche nei territori.

*consigliere regionale 

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