Dalla CalabriaGiudiziaria

Rapina a Bisignano, la Corte d’Appello riduce la pena ai due imputati

In primo grado il tribunale di Cosenza aveva ritenuto che solo uno degli imputati andasse condannato per una delle rapine avvenute a Bisignano, mentre tutti gli altri erano meritevoli di una sentenza assolutoria. Ieri la Corte d’Appello di Catanzaro, in parziale riforma della sentenza emessa dai giudici collegiali bruzi, ha dimezzato la pena ai due imputati che avevano fatto ricorso. 

Si tratta di Marilena Mazzuca e Gino Pirri, condannati in appello rispettivamente a 4 anni e 2 anni e 6 mesi di reclusione. Per la donna, assistita nel giudizio di secondo grado dall’avvocato Angelo Nicotera, cadono le accuse di furto, danneggiamento e diversi ipotesi di spaccio, come cocaina e hashish. Per Pirri, difeso dall’avvocato Costantino Guido, rimane solo l’ipotesi di spaccio.

In primo grado Mazzuca era stata condannata a 7 anni e mezzo, mentre Pirri a 6 anni di carcere, ad esclusione della rapina per la quale era stato assolto. I fatti contestati sono riferiti al periodo tra dicembre 2007 e gennaio 2009.

L’avvocato Nicotera dichiara che si tratta «di una sensibile riduzione della pena. La Corte d’Appello ha praticamente dimezzata la condanna inflitta in primo grado. In favore della mia assistita, ricorrerò naturalmente alla Suprema Corte di Cassazione».

Per Mazzuca, coinvolta anche nel caso di sfruttamento della prostituzione minorile a Bisignano, rimane solo la rapina. Contestazioni, quelle della procura, arrivate grazie a tracce genetiche rinvenute in un guanto che sono proprio della donna.

Ma la difesa nei motivi d’appello aveva ribadito come la sentenza di primo grado fosse stata emessa senza tenere in alcuna considerazione che la persona offesa, vittima della rapina, aveva completamente scagionato Marilena Mazzuca.

L’uomo, infatti, dopo aver ricostruito la dinamica della rapina subita da parte di quattro malfattori, alla domanda di uno degli avvocati del collegio difensivo, in rappresentanza di uno dei soggetti assolti, “lei ha detto che quattro soggetti sono entrati in casa [..] erano maschi o femmine?” ribadì due volte in dialetto cosentino, che gli stessi erano “tutti masculi (…) no, tutti masculi». Ma anche altri testimoni, chiamati in dibattimento, avevano scagionato l’imputata. Motivi d’appello che avevano ripercorso tutta la fase delle indagini preliminari, facendo emergere incongruenze e soprattutto ciò che aveva valutato il gip del tribunale di Cosenza nel momento in cui fu chiamato ad emettere o meno la misura cautelare nei confronti dei soggetti finiti nella rete della procura di Cosenza, escludendo i gravi indizi di colpevolezza per le ipotesi di reato ascritte alla donna.

E in merito alle tracce genetiche, l’avvocato Nicotera aveva fatto notare che nessuno poteva affermare che quel guanto sia stato utilizzato per compiere il crimine per il quale solo la donna era stata condannata. «Allo stesso modo, nessuno può escludere che quel guanto si trovasse ove è stato rinvenuto, già da prima del 13.01.2009. E’ un dato meramente indiziario, isolato, che non può in alcun modo giustificare una condanna, peraltro, così aspra» si leggeva nelle note. (Antonio Alizzi)

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Redazione Cosenza Channel

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