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Bruno, Michele e… l'(Eu)Genio della Lampada

Bruno, Michele e… l'(Eu)Genio della Lampada

– l’editoriale di Piero Bria –
Prendete Trocini e Bruni: tecnici e addetti ai lavori della nostra terra hanno bisogno di più considerazione. La stessa considerazione data a Braglia in virtù del suo curriculum. Quello che, invece, deve necessariamente migliorare Trinchera. Non possiamo gongolare di non avere debiti con la Covisoc.

Triste, tristissimo. Non tanto perdere. Ci mancherebbe. E’ triste vedere come, a pochi chilometri di distanza, ci sia un allenatore (vedi Bruno Trocini) capace di plasmare a sua immagine e somiglianza tanti baldi giovani. Un allenatore su cui poteva tranquillamente puntare il Cosenza (e non solo lui, ci mancherebbe, visto che da noi ci sono allenatori preparati e vogliosi). Ho avuto il piacere di vedere Bruno all’opera a cavallo tra novembre e dicembre 2016. Ero lì per preparare la tesi da portare all’esame del corso Allenatore Uefa B.

Metodo di lavoro moderno, principi di gioco moderni. Concetti chiari e movimenti ripetuti fino allo spasmo per far si che ognuno, nessuno escluso, riuscisse ad assimilare il suo credo.

Non sto qui a tediarvi facendo un resoconto tecnico. Ma posso assicurarvi che ho apprezzato il lavoro di Trocini. E nel farlo ho avuto un’altra certezza che ha un nome ed un cognome: Michele Bruni. Quest’ultimo con troppa facilità lasciato andare via negli anni passati. Bruno e Michele. Due amici, ma non per questo sono qui a scrivervi. Bruno Trocini e Michele Bruni sono due prodotti della nostra terra.

E sono i risultati a dirci che, per entrambi, ci sarebbe bisogno di più considerazione. La stessa considerazione data a Braglia in virtù del suo curriculum. Quello che, invece, deve necessariamente migliorare Trinchera. Ed è qui che veniamo al nostro amato Cosenza.

Non facciamo l’errore di pensare che sia tutto da buttare. Del resto siamo riusciti a risalire in classifica attraverso i risultati (le prestazione, purtroppo, non sono state sempre esaltanti). Ma voglio porre l’attenzione non su questo campionato e sul suo andamento. Lo vinceremo? Speriamo. Ma cosa resterà? Cosa abbiamo in mano? Cosa rappresenta il Cosenza per Guarascio? Quale progetto c’è?

La contestazione palese del Marulla, domenica scorsa, dimostra che il presidente non ha seminato come ci si aspettava. E la debacle col Rende ha generato l’indignazione dei tifosi. Indignazione che covava da tempo. E questo a causa di una mancanza di comunicazione di un presidente che ama vivere alla giornata.

Un presidente che non ha investito nel Cosenza calcio. Perché investire significa programmare, costruire in base ad un obiettivo. L’obiettivo sembra risaputo (leggi serie B). Il problema è come vogliamo arrivarci. Senza un settore giovanile, senza strutture capaci di ospitare giovani e prima squadra. Senza produrre chiediamo un prodotto confezionato per sfondare nel mercato ed essere tra i migliori 40 club di Italia. Ma non è possibile. La fortuna aiuta gli audaci è risaputo, non gli incapaci o i faciloni. Eh no. Il Genio della Lampada ha funzionato in questi anni, ora sembra non rispondere agli “strusci”.

Ma che significa costruire basi solide? Innanzitutto partiamo da un presupposto. Il presidente Guarascio vuole restare presidente e vuole investire? Sì, bene. Prima cosa da fare iniziare a capire dove poter costruire la casa del Cosenza. Badate bene, non lo stadio (a quello dovrebbe pensarci Occhiuto, stando ai proclami). Bensì un luogo che sia utile per costruire i giocatori del domani e, perché no, ospitare anche i ritiri della prima squadra (qualora ce ne sia bisogno). Un luogo che abbia dei campi attrezzati di cui almeno uno al coperto. Una foresteria, luoghi di ritrovo e attrezzati per ogni esigenza. Utopia? Macché… non stiamo parlando di Milanello, Trigoria o Vinovo. Non chiediamo il lusso sfrenato. Chiediamo l’A-B-C.

Risolto il problema strutture bisogna trovare gli istruttori. Tanti istruttori e che siano di casa nostra e tutelati al cospetto di genitori megalomani. E con loro scegliere il piano quinquennale da mettere in atto. Avere un database dove inserire ogni cosa che accade. Conoscete la storia del settore giovanile dell’Atalanta? No? Beh, riassumiamo brevemente. L’Atalanta vive in una regione ed in una zona ricca di squadre importanti. Si è fatta spazio attraverso strutture ed istruttori ed ha reso giocatori mediocri, buoni giocatori. Negli anni ha investito; e dopo tanti anni ha raccolto quanto seminato. Senza cercare i campioni ma cercando di formare semplici ragazzi di periferia in giocatori pensanti capaci di poter giocare in Serie A.

E qui arriviamo alla parte finale del progetto. I giovani calciatori. Perché questa terra è ricca di calciatori, ed anche bravi. Non bisogna cercare di invogliarli. Bisogna istruirli, costruirli, instradarli. Bisogna forgiarli, plasmarli, strutturarli, educarli, farli crescere a pane e calcio.

“Ehhh quante ne vuoi”, penserà qualcuno. Eh: allora siamo destinati a morire, poi ricomparire, resuscitare, fallire, vincere qualche partita o qualche campionato. Mai riusciremo a sentirci parte di qualcosa. Perché non c’è futuro per chi non cerca di vedere il proprio futuro.

Il nostro futuro ad oggi? Non esiste. Ci accontentiamo e ci gongoliamo che domani non avremo debiti con Covisoc, Lega e affiliati. E su questo giudicheremo i presidenti. Perché? Perché il passato ci ha traviato, ci ha segnato ma non ci ha insegnato a capire che, per cambiare, serve sognare restando con i piedi ben saldi a terra. Senza sogni c’è l’apatia. La stessa che si sta generando negli anni in tanti tifosi ormai stufi della solita minestra. Spetta al (Eu)Genio trovare la soluzione e far capire le proprie intenzioni. Altrimenti saremo sempre qui a parlare dell’ennesima delusione calcistica di una città in cui lo sport è diventato un contorno e non il fulcro.

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