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Quando il boss Giuseppe Cirillo in aula disse: «Io collaboro, non mi sono pentito…»

Quando il boss Giuseppe Cirillo in aula disse: «Io collaboro, non mi sono pentito…»

Anni del terrore, anni in cui i morti non si contavano, anni in cui il termine “Locale” non era riferito a un magazzino, ma alla nascita di un sodalizio criminale di stampo mafioso che voleva comandare il territorio in tutti i suoi ambiti.

Nella Sibaritide vede la luce il “Locale di Sibari”, struttura ‘ndranghetistica che prevedeva il reclutamento, l’iniziazione ai riti di ammusino e la consumazione di reati per accrescerne il prestigio dal punto di vista criminale. E, ovviamente, aumentarne la forza economica, tanto da stipendiare chi ne faceva parte.

A capo del “Locale di Sibari” ci fu Giuseppe Cirillo, originario della Campania, arrivato in Calabria con intenti imprenditoriali, ma poi sfociati in ben altro. Il boss napoletano avrà il comando dal 1970 al 1980, poi passerà la mano ai suoi familiari che fino al 1990 manterranno unite le ‘ndrine di Castrovillari, Saracena, Altomonte, Cassano all’Jonio, Roggiano Gravina, San Lorenzo del Vallo, Francavilla Marittima e Rossano, spostatesi con il “Locale di Corigliano” dopo la spaccatura tra Cirillo e Carelli, a seguito dell’omicidio di Mario Mirabile.

Leonardo Portoraro fece una scelta di campo e rimase al fianco di Cirillo, portando avanti una politica criminale che andava in contrapposizione con Carelli. Da questo momento, l’uomo ucciso martedì scorso a Villapiana, seguirà una strada che, successivamente, lo porterà ad unirsi ai Forastefano e ai Faillace. Così, chiusa una guerra, come spesso accade nel mondo criminale, se ne apre un’altra. E quella con gli “zingari” di Cassano all’Jonio non sarà da meno per numero di morti.

LA STORIA DI CIRILLO. Giuseppe Cirillo nacque il 20 gennaio del 1939 a Castel San Giorgio, piccolo comune campano, dove era un commerciante di pollame e carne, avvalendosi dell’aiuto di sua moglie e dei due suoi cognati.

Prima di diventare capo società del “Locale di Sibari”, fu incriminato per l’emissione di assegni a vuoto, ma agli inizi del 1970 decise di trasferirsi in Calabria, aprendo la sua attività iniziale prima a Castrovillari e poi a Crotone, in un fabbricato della famiglia Vrenna. Spostò la sua residenza a Sibari, dove costruì un altro capannone per proseguire l’allevamento di polli.

Avendo avuto fortuna nel commercio di carni, Cirillo fece il grande salto, occupandosi anche di turismo, al punto di rilevare un complesso alberghiero a Sibari, reduce da un fallimento, e attuando una speculazione edilizia dopo aver acquistato un terreno in prossimità della foce del Crati.

Il passaggio alla vita criminale avvenne grazie alla conoscenza di Ciccio Spina, il quale – narrano le carte processuali di “Galassia” – presentò Cirillo a Ciccio Canale di Reggio Calabria. Da qui in poi, l’imprenditore campano salì al vertice della criminalità jonica, supportato dalle due famiglie menzionate, le quali garantivano la “forza militare”, qualora ce ne fosse stato bisogno. Con Spina i rapporti si deteriorano, al punto da eliminarlo.

Il ruolo di Cirillo fu quello di portare a termine estorsioni di alto livello, rimanendo fuori da azioni militari di sangue. Accordi importanti che gli consentirono di diventare capo del “Locale di Sibari”, di cui divenne promotore in tutti gli ambiti criminali, visto tutti i suoi alleati erano obbligati a rispettare le “regole della ’ndrangheta”. Ma arrivò il giorno in cui Giuseppe Cirillo lasciò il “crimine” e avviò il suo percorso di collaborazione con la giustizia.

«COLLABORAI, NON MI PENTII». Secondo Cirillo c’era differenza tra essere “collaboratore della giustizia” e “pentito”. E lo spiegò in una delle tante udienze del processo “Galassia”: «Io ho collaborato… non mi sono pentito, quindi usiamo un po’ termini diversi, che pentitismo è quello che non crede in certe cose. Io ho collaborato a chiarire certi fatti» richiamando gli arresti di sua moglie, suo figlio e altri familiari che, secondo lui, erano del tutto estranei al mondo a cui apparteneva.

«Io non credevo più in certe cose, perché quando certa gente era a scesa a livelli di andare a sparare nelle finestre, io non avevo più modo di fare lo ’ndranghetista, visto che centinaia di persone vicine a me s’erano dedite alla droga e ad altre cose. Per cui quando si dà, i capi storici danno ordini di fare queste fetenzie, di sparare ai vetri, io non mi sentivo più di avere a che fare con questo mondo, perché era cambiato, perché con la droga era cambiato tutto». Portoraro, ritengono gli inquirenti, era un uomo d’onore legato a queste regole, che ha continuato ad osservare negli anni. (2/continua). (Antonio Alizzi)

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