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Pascali, in alto il vessillo del re: «Cosenza, il giallo è il mio gesto d’amore»

Pascali, in alto il vessillo del re: «Cosenza, il giallo è il mio gesto d’amore»

di Carmen Esther Artusi
Intervista esclusiva con il difensore dei Lupi. Pascali apre lo scrigno dei suoi segreti e dipinge Cosenza come il nuovo centro del suo mondo. «Siamo esseri umani, chi non ha le spalle larghe come me viene travolto dai (pre)giudizi».

Manuel Pascali e la bandiera di Gigi Marulla. E’ forse la fotografia più bella della serata di domenica (scattata da Francesco Farina, ndr) insieme a quella di Kevin con il saio di Padre Fedele. Cosenza alla fine si è completamente infatuata della sua squadra di calcio. E pensare che poco più di un mese fa la città era in subbuglio. In una lunga intervista esclusiva, il leader dello spogliatoio dei Lupi parla di tutto, sottolineando come sia contrario al cliché che impone al calciatore di non sorridere dopo una sconfitta e di come consideri il suo cartellino giallo col Sudtirol un atto di amore per i compagni. Pascali lo aveva messo in preventivo, come quei generali coraggiosi che guidavano dalla prima fila il proprio esercito e prestavano il petto ai dardi dei nemici. «Pur di andare in finale – dice – in una situazione critica, avevo già deciso che non avrei tirato indietro la gamba. Ho pianto, sì, ma di gioia». Signori, ecco a voi Manuel Pascali. 

Pascali è stato il primo acquisto dell’era Trinchera a Cosenza. Era il 12 luglio 2017 e nei giorni precedenti tutti i siti specializzati l’avevano data ad un passo dalla Sambenedettese e dal Rezzato, in serie D. Quest’ultimo sembrava essere in pole position per la maggiore vicinanza geografica alla sua famiglia. Cosa le disse il direttore Trinchera di così convincente da sbaragliare la concorrenza?
«È tutto vero, con qualche precisazione. La Samb ebbe solo un colloquio con il mio procuratore, dopodiché notai in loro un tentennamento di qualche giorno che non mi piaceva. Mi informai e scoprì che avevano avuto abboccamenti con altri giocatori del mio stesso ruolo. Questo mi fece definitivamente desistere. Quando scelgo una squadra ho bisogno di sentirmi importante per il suo progetto, ho bisogno di percepire che vogliono me. Rezzato, invece, sarebbe stata una scelta di vita, perché avrei potuto restare a casa con la mia famiglia ed ero giunto davvero ad un passo dalla firma. La trattativa si inceppò sui dettagli finali. Proprio in quel frangente mi arrivò la chiamata del Cosenza e fin da subito mi colpirono i “modi” con cui mi hanno cercato».

L’hanno fatta sentire importante?
«Si, mi hanno fortemente voluto. L’ho capito fin da subito, dai colloqui telefonici avuti con il direttore Trinchera e con Fontana. Il giorno successivo ci incontrammo a Milano di persona e accettai subito la sfida. La mattina dopo ero a bordo del primo volo per Lamezia».

Al momento della firma ha ricevuto una speciale raccomandazione da parte di Gianluca Di Marzio, è vero?
«Con Gianluca siamo diventati amici ai tempi di Cittadella, è una bravissima persona che stimo molto. L’indomani del mio arrivo in città mi scrisse “Prenditi cura del mio Cosenza, è un posto speciale per me e per mio  padre”».

Si è pentito di aver virato sulla scelta che la portava lontano dalla famiglia?
«No, assolutamente. La tecnologia, nonostante i suoi contro, ha anche dei vantaggi e uno di questi è permetterti di sentire la tua famiglia vicina, anche quando non lo è fisicamente. Ho due figli, Francesco e Filippo, di 9 e 6 anni. Facendo tesoro dell’esperienza di altri miei compagni divenuti genitori prima di me, ho deciso di non sradicarli dalle loro abitudini e dalla città dove frequentano la scuola. E’ un sacrificio che preferisco fare io al posto loro e non mi pesa. Ci vediamo “fisicamente” ogni volta in cui è possibile. Avevo già organizzato tutto affinché potessero raggiungermi domenica scorsa, per la semifinale, ma Francesco ha preso la febbre. Così ho detto a mia moglie che ci saremmo visti a Pescara. A dimostrazione di quanta fiducia avevo».

Ha nominato sua moglie, Chiara, con cui sta insieme praticamente da tutta la vita…
«Si, io e Chiara ci siamo conosciuti al liceo. Lei andava in seconda ed io in quinta, avevamo 15 e 18 anni. Siamo nati lo stesso giorno, il 9 settembre, a qualche anno di distanza. La prima volta che me lo disse pensai fosse uno scherzo, infatti, da bravo figlio di poliziotto quale sono, le chiesi di verificare la carta d’identità. Lo presi come un segno del destino. E infatti, ad oggi, posso dire di aver trascorso più di metà della mia vita insieme a lei».

Un monogamo nella vita privata. Le sarebbe piaciuto essere “monogamo” anche nel calcio, in un’epoca in cui le bandiere non esistono più?
«Mi hai letto nel pensiero! Da bambino guardavo Maldini con occhi sognanti e pensavo quanto mi sarebbe piaciuto giocare vent’anni con la stessa maglia addosso».

Il calcio moderno non dà più molto spazio ai Maldini. Lei però dà l’idea, fintanto che fa parte di una squadra, di crederci davvero nel “per sempre”: quando viveva in Scozia, diceva che probabilmente non sarebbe mai più tornato in Italia, quando è andato via da Cittadella, alcuni tifosi hanno organizzato una raccolta di firme per farla rimanere lì.
«
Tutto vero. Ai tempi del Kilmarnock, in Scozia, credevo che sarei rimasto almeno 10 anni. Lì usanza vuole che al  giocatore giunto al decimo anno consecutivo con lo stesso club, viene dedicato un intero anno solare di eventi, con anche una partita di ringraziamento. Quello era il mio obiettivo, anche se poi le circostanze della vita mi hanno portato altrove. Anche a Cittadella sono stati due anni bellissimi e molto intensi, ma quando ho capito di non essere più al centro del progetto, ho preferito non elemosinare nulla e andar via. Come dicevo prima, sento ancora di poter dare tanto e ho bisogno di sentirmi importante per la squadra in cui gioco.

Torniamo un attimo indietro nel tempo, nel 2008 venne acquistato dal Parma, in serie A, che però non la fece mai esordire. Rimpianti?
«Tommaso Ghirardi, ai tempi, era il presidente del Carpenedolo, la squadra di C2 in cui militavo. Quando acquistò il Parma, portò con sé i giocatori che riteneva migliori. Io fui tra questi, ma non feci mai né le visite mediche, né il ritiro con la squadra. Come me , tanti altri furono lasciati a casa. L’anno successivo, dalla Scozia, rilasciai un’intervista dicendo che ero stato trattato male dal Parma e che la società considerava i giocatori alla stregua di pacchi postali, avendone messi sotto contratto ben 240. Queste dichiarazioni mi misero nei guai ed ebbi da più parti pressioni affinché ritrattassi ciò che avevo detto. A distanza di anni, purtroppo, ebbi la mia rivincita. Il Parma esplose e quelle parole che io avevo detto, che tanto non erano piaciute ai tifosi e che mi erano costata una valanga di insulti, alla fine si rivelarono avere un fondo di verità. Alla fine, nel mio percorso, sono contentissimo di tutto quello che è stato, perché mi ha condotto ad essere dove sono oggi. Probabilmente, se avessi esordito in serie A quell’anno, adesso non sarei qui a Cosenza a lottare per la B, a 36anni, con questa fame. Nessun rimpianto, assolutamente».
A seguire arrivò l’esperienza di Foligno, in una serie C che lei più volte ha definito maggiormente competitiva rispetto a quella di oggi.
«Confermo. In squadra con me all’epoca c’erano Cacciatore, Volta, Parolo, in panchina Bisoli, tutta gente che poi ha fatto carriera. La differenza con l’attualità, la fanno le regole sui giovani. Non vorrei parlare come un anziano, ma ai miei tempi approdare nei professionisti era una meta che dovevi sudarti con anni di gavetta e di gol in serie D. Dunque ci arrivavi con una maturità ed una consapevolezza ben diversa. Oggi il ragazzino di 18 anni che gioca in serie C, arrivandoci qualche volta anche per caso, rischia di non comprendere comprendere davvero cosa stia facendo».

E giungiamo così alla già menzionata Scozia, il capitolo forse più importante della sua carriera.
«Arrivò, anche lì, tutto per caso. Raggiunsi la squadra la prima volta in un hotel di Lucca, dove tenevano il ritiro pre-campionato. Non conoscevo nessuno e la maggior parte dei ragazzi parlavano in scozzese. Dapprima feci amicizia con gli stranieri del gruppo e poi pian piano iniziò l’avventura che mi ha cambiato la vita. Con il Kilmarnock ho vinto la Coppa di Scozia, ho indossato la fascia di capitano, ho collezionato più di 200 presenze e sono entrato nella hall of fame del club. Non avrei potuto chiedere di più.

 

 

 

Da grande Pascali vuole fare l’allenatore?
«Mi piacerebbe ed ho già preso il patentino».

C’è qualche qualità di mister Braglia che vorrebbe apprendere per la sua carriera futura?
«Il mister è molto pragmatico ed è un grande osservatore. Non gli sfugge nulla, anche durante gli allenamenti: se hai un qualunque problema, anche minimo, lui lo nota e non esita a concentrarsi su di te finché non lo hai risolto. Stesso discorso vale per eventuali problemi che possono venirsi a creare all’interno dello spogliatoio. Inoltre non lascia nulla al caso. Anche nelle ultime partite, lui aveva già in testa un preciso piano di come sarebbero andate le cose, e lo ha perseguito. Conosce la categoria come nessun altro. A volte, da giocatore, si fa fatica a comprendere il perché di alcuni atteggiamenti che ha il mister nei tuoi confronti. Ad esempio, si può digerire malamente una sostituzione fatta nel primo tempo. Poi, però, quando diventi maturo, inizi a vederla diversamente, e comprendi che se un allenatore fa determinate scelte non può che essere per il bene della squadra. Vorrei ereditare da lui anche questa schiettezza, il non temere di fare scelte che al momento possono sembrare impopolari».

C’è qualche suo attuale compagno che le piacerebbe allenare?
«Molti. Uno su tutti è Genny Tutino. Quando vedo in un compagno del potenziale inespresso, impazzisco. Se fosse un mio giocatore, lo metterei sotto torchio ogni singolo giorno, ma sono certo che dopo qualche anno si ricorderebbe di me con gratitudine».

Quale squadra, invece, sogna di allenare?
«Tutte le squadre per cui ho giocato, nessuna esclusa».

Pascali- uomo spogliatoio. Quanto è importante per lei fare gruppo e quanto la coesione tra i singoli può fare la differenza sul piano del gioco.
«È fondamentale per me, infatti ho sempre odiato gli sport singoli. Può sembrare un luogo comune parlare dell’importanza dello spogliatoio nel calcio, ma ora abbiamo l’esempio sotto mano. Non si vince niente in undici. Noi abbiamo ragazzi in rosa che giocano poco, ma si allenano tutti i giorni al massimo e così facendo mantengono alto il livello dell’intera squadra. Sono talmente pronti che potrebbero giocare qualsiasi partita e si rivelerebbero certamente all’altezza. È così  grande l’obiettivo comune che, alla fine, chiunque vada in campo, la vittoria è di tutti. E anche nel momento in cui tutto stava andando per il verso sbagliato, io la forza l’ho trovata proprio nei miei compagni. Capivo con piccoli gesti o parole che avevano bisogno di me e che la mia presenza, anche se marginale sul terreno di gioco, per loro significava tanto. Ne approfitto per ringraziarli».

Il suo modo di fare gruppo passa anche attraverso i suoi innumerevoli scherzi ai compagni. Quale il più memorabile?
«Quest’anno in realtà ne ho fatti pochi, soprattutto perché nei primi mesi non c’era il clima adatto. Purtroppo esiste questo cliché nel calcio, per il quale se perdi ti è vietato ridere. Ecco, io lo vorrei sfatare. È proprio il sorriso ciò che serve a tirarti fuori dai momenti difficili. E soprattutto, tentare di sdrammatizzare non significa non avere in testa la sconfitta o il periodo buio. Semplicemente non è piangendoci sopra che si cambiano le sorti. Il calcio non è un lavoro, ma passione. Non può e non deve limitarsi all’eseguire il proprio dovere quotidiano. Nel momento in cui si dovesse tramutare in lavoro, sarebbe tutto finito. Lo scherzo più memorabile? A Cittadella il mio bersaglio preferito era Arrighini. Uno su tutti, posso raccontare di quando comprò la macchina nuova e gliela ricoprimmo completamente con centinaia di post-it. Fu un lavoraccio!».

Si può dire che lei sia il più amato dai compagni, tranne da quelli a cui tocca dormire nella sua stessa stanza.
«Confesso: sono un russatore professionista! È una questione ereditaria: mio nonno russa, mio padre lo stesso, e anche uno dei miei figli ha già iniziato a farlo. Però, essendo un buono, ho preso le contromisure. In ritiro porto sempre con me una confezione di tappi per le orecchie e li offro al malcapitato che deve dormire insieme a me».

Prima della trasferta a San Benedetto lei ha lanciato un appello affinché i sostenitori dei Lupi venissero a salutare la squadra in partenza. Reputava che sarebbe stata la spinta decisiva?
«Quando sono arrivato al sud a giocare, essendo anche io di origini “terrone” , ero eccitatissimo all’idea di confrontarmi con questo tifo così caloroso. In quell’occasione ho pensato che, a volte, stando da questa parte della barricata, non si coglie appieno quello che si sta vivendo intorno, provenendo tutti noi da città lontane. Vedere i tifosi lì, di mattina presto, è stato bellissimo. Valeva la pena, vista l’importanza della battaglia che ci attendeva, non lasciare nulla di intentato. Magari avremmo vinto lo stesso… o forse no!»,

A fare definitivamente breccia nel cuore dei tifosi è stato  un fotogramma di domenica sera che resterà indelebile nella memoria storica di questa città. Pascali imbraccia la bandiera di Gigi Marulla e scorrazza sul terreno di gioco, come a voler dedicare a lui l’approdo in finale.
«Voglio cogliere questa occasione per raccontare come sono andate realmente le cose. Quando mi sono avvicinato alla tribuna, le bandiere erano tutte completamente arrotolate, sarebbe stato impossibile per me sceglierne una nello specifico. Mi piaceva semplicemente l’idea di festeggiare sventolando una bandiera in giro per il campo. Il destino ha voluto che, una volta srotolata, si rivelasse essere proprio quella di Marulla».

Quale fotogramma resterà invece impresso nel suo di cuore?
«A ripensarci ancora mi commuovo (gli occhi di Pascali diventano colmi di lacrime per davvero, ndr). Già all’arrivo allo stadio in pullman, da lontano, si vedeva la parte superiore della Curva Nord piena di gente, e non c’eravamo abituati. La più grande emozione c’è stata all’ingresso delle squadre in campo. Vedere questa coreografia fantastica che coinvolgeva lo stadio intero, vedere ogni settore gremito… non ho altre parole per descrivere ciò che abbiamo vissuto io ed i miei compagni se non “commovente”. Ed eravamo in tanti ad avere gli occhi lucidi. Un’altra immagine che mi viene in mente è quella di Dermaku, anche lui con le lacrime agli occhi, e che,  a causa della squalifica,  non ha potuto festeggiare insieme ai suoi compagni negli spogliatoi come avrebbe meritato. Questa regola la trovo davvero assurda».

Stessa situazione che potrebbe ritrovarsi a vivere lei a Pescara.
«No, per me è diverso. Il giallo di Dermaku era evitabile, quindi brucia di più. Il mio era necessario. Già nei giorni precedenti alla partita mi ero domandato cosa avrei fatto se fosse capitata una situazione del genere. Ho scritto sui social che questo è il cartellino giallo che più mi rappresenta, perché è servito affinché la squadra in quel momento non prendesse gol e andasse in finale. Sono felice di averlo preso e ciò fa sì che io non soffra nel saltare la finale».

Infine, c’è qualcosa che avrebbe voluto le chiedessimo in questa intervista e non abbiamo fatto?
«Vorrei soffermarmi un attimo ancora sui tifosi e raccontare un episodio accaduto ieri. Mentre ero su Facebook, mi sono imbattuto nel commento di un sostenitore che diceva di non avermi apprezzato ad inizio campionato e di aver pensato che fossi stato un acquisto sbagliato, per poi arrivare a ricredersi. Mi sono preso qualche minuto per rispondergli con il seguente messaggio, che poi è una sorta di monito che vorrei lasciare alla gente di Cosenza per il futuro: “ Ti ringrazio, ma mi dai occasione per dire due cose. Ne arriveranno tanti di giocatori ogni anno: date loro il tempo, non fatevi prendere da pregiudizi o quant’altro. Aspettate, perché c’è chi vi sfida, e vince, solo perché magari ha 36 anni e le spalle larghe. Chi magari è più giovane o con meno esperienza nella gestione delle proprie emozioni, ne viene travolto. Date modo e fiducia. C’è sempre spazio per esprimere i propri pareri ma fatelo con attenzione, noi siamo esseri umani!”».

Dove sarà Pascali in futuro?
«Io spero a Cosenza. Il mio sogno è quello di giocare l’anno prossimo il match contro il Cittadella, in questo modo si chiuderebbe un cerchio. L’ho detto anche a tanti miei compagni: ognuno di noi si trova a giocare in serie C perché qualcuno non l’ha reputato idoneo a giocare in categorie superiori. Ognuno di noi ha una piccola rivincita da prendersi, un po’ di sano orgoglio che pizzica e ti porta a voler superare anche i tuoi stessi limiti».

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