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Cosenza, se lo spaccio di droga è in mano (anche) a minori

Cosenza, se lo spaccio di droga è in mano (anche) a minori

Lo spaccio di droga a Cosenza non è solo campo fertile per le associazioni mafiose e per la “criminalità liquida”, ma anche di singoli pusher appena 18enni e in qualche caso minorenni, che si comportano allo stesso modo di gente navigata e abituata a “vivere” in galera.

Una società senza limiti e fuori controllo, che permette ai delinquenti di avvicinarsi anche dinanzi alle scuole, luoghi che dovrebbero essere inaccessibili per chiunque pensi che commettere reati sia il modo giusto per vivere. 

Le indagini condotte dalla Questura di Cosenza dimostrano, purtroppo, tutto ciò. A certificare lo stato delle cose è stato il gip del tribunale di Cosenza, Teresa Tarantino, firmataria dell’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di due minori, C. T. e D. D. R, finiti in comunità e sui quali dovrà vigilare l’amministrazione della giustizia per le attività di sostegno e controllo.

LE INDAGINI. La Squadra Mobile di Cosenza nei mesi scorsi, a seguito di alcune denunce, aveva avviato un’indagine al fine di verificare se all’esterno o all’interno di alcuni istituti superiori di Cosenza vi fosse un’attività di spaccio di droga. Perquisizioni, monitoraggi esterni, pedinamenti e intercettazioni telefoniche. Un modo di procedere che, alla fine, ha portato dei risultati. 

Uno dei due ragazzi indagati, difendi entrambi dall’avvocato Antonio Quintieri, anche per il reato di tentata estorsione, al cellulare – temendo di essere intercettato – usava un linguaggio criptico, tipico di chi deve nascondere qualcosa. Al centro della contesa un debito da saldare che più passavano i giorni e più raddoppiava la somma, motivo per il quale i due interlocutori hanno un diverbio: «A tetello non mi fate sentire di nuovo raddoppi che è sempre mio cugino a tetello, hai capito cosa ti voglio dire… perché alle persone grandi gli ha dato fastidio questa parola raddoppio…».

Quando i debiti non venivano saldati, si passava alle minacce, come il 21 aprile scorso quando C. T. scrive a una delle sue vittime che lo avrebbe picchiato, che gli avrebbe «“aperto la testa”» e che lo avrebbe «“mangiato”». (Antonio Alizzi)

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