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«Giacomo Mancini non avrebbe mai realizzato la Metroleggera»

«Giacomo Mancini non avrebbe mai realizzato la Metroleggera»

I sottoscrittori di questa missiva hanno a vario titolo partecipato alla programmazione di quella che, a buon diritto, può essere considerata l’opera più importante realizzata a Cosenza nel Dopoguerra: il Viale Giacomo Mancini, noto anche con il nome di Viale Parco.

Non è certo nostro interesse rivendicare presunti meriti, ma semmai abbiamo lo scopo di ricordare, prima di tutto a noi stessi e, poi, ai cittadini, i fatti storici per come si sono manifestati e per le importanti conseguenze che negli anni hanno prodotto.

Il Viale Mancini è stata un’opera assai impegnativa, che ha richiesto lo smantellamento di un rilevato ferroviario che aveva diviso in due la città e che segnava l’inaccettabile divisione sociale di una città che reclamava riscatto. Un’opera che ha unito, chiudendo ferite e recuperando dalla marginalizzazione tanti bravi concittadini che fino ad allora si trovavano loro malgrado ghettizzati. Un’opera che si proponeva di offrire alla città ed ai suoi visitatori una funzione nuova nel sistema complessivo dei trasporti, ma pure per il godimento di una nuova socialità, dinamica, moderna, o, per come si diceva allora, europea.

In questi giorni il Viale è chiuso per la realizzazione della metropolitana leggera e la città soffre enormemente. In una sua dichiarazione del 10 dicembre abbiamo letto che “tutti i partiti politici sono sempre stati d’accordo sulla realizzazione di questa opera. Compresi i sindaci dell’epoca, Sandro Principe e Giacomo Mancini, che furono addirittura tra i promotori.’ Capiamo la sua difficoltà ed il tentativo di scaricarne su altri almeno una parte.

Ci permettiamo, però, di farLe notare che la sua dichiarazione è impropria e non restituisce la verità sulle volontà politiche di soggetti, ed organizzazioni, che pure ha richiamato. Basta farLe notare che i consigli comunale di Cosenza e Rende, allora guidati da Mancini e Principe, nella seduta del 11/12/1998 (si, ha letto bene, venti anni addietro) hanno approvato il progetto di massima della Metropolitana Leggera, che non corrisponde in alcun modo a quello che Lei, assieme al Presidente 011verio, ha concordato di realizzare. Non corrisponde per tracciato e nemmeno per tecnologia utilizzata ma, soprattutto, non corrisponde per filosofia rea lizzativa.

Mai e poi mai Mancini, almeno per Cosenza, avrebbe consentito di ristabilire il diaframma tra la città del benessere e quello della marginalizzazione. Mai e poi mai il sindaco delle opere, del Piano Urban, del Viale, della Casa delle Culture, del rilancio del centro storico (solo per richiamare alcune delle sue realizzazioni) avrebbe consentito che accadesse ciò che sta avvenendo. Mai e poi mai Mancini avrebbe consentito la realizzazione di una nuova linea ferrata nel cuore pulsante della città moderna che aveva immaginato. Di sicuro Mancini non pensava ad una tecnologia dell’Ottocento per far muovere i cosentini del Terzo Millennio.

Più propriamente, sindaco, l’opera, per come viene oggi realizzata, può a buon diritto considerarsi un’operazione di restaurazione urbanistica e sociale. Un’operazione di restaurazione ad opera di soggetti politici che, evidentemente, hanno sempre subito l’attivismo ed il successo di quello stesso sindaco che, assolutamente a sproposito, hanno l’uso di nominare. E non ci stupisce che tutto ciò accada.

Mancini, e la sua politica riformista della migliore tradizione socialista, rappresentavano il riscatto di Cosenza in un momento storico in cui l’Europa prometteva di aiutare le regioni come la nostra, proprio quando il Paese, guidato da Berlusconi e Bassi, cominciava ad abbandonare il Sud al suo destino. Una scelta, purtroppo che nessuno dei governi succedutosi nella seconda repubblica ha inteso rivedere.

La restaurazione incarnata dalla realizzazione dell’opera, invece, interpreta appieno la fase oscurantista che viviamo, in cui l’Europa, magari pure per le sue contraddizioni, è utilizzata per alimentare il vento sovranista e populista, che sta ricacciando il Sud, e pure Cosenza, nel purgatorio del sottosviluppo e dell’arretratezza, dell’emigrazione e dell’emarginazione. In tutto ciò si spiega bene come sia possibile che un’opera, realizzata per restituire slancio urbanistico e riscatto sociale, possa diventare il nuovo simbolo della divisione e dell’immobilismo.

Ciò che non si spiega, e davvero si fa fatica a tollerare, è come sia possibile che si voglia presentare la restaurazione attribuendola al riformismo di Mancini.

Con estremo rispetto.

I firmatari

Saverio Carlo Greco

Carmelo Guido

Pietro Mari

Enzo Paolini

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