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Modesto: «Cosenza, ero il pupillo di Lentini. A Palermo commisi un errore»

Modesto: «Cosenza, ero il pupillo di Lentini. A Palermo commisi un errore»

Francesco Modesto ricorda il trasferimento dal Cosenza al Palermo e gli aneddoti di una carriera agli albori. «Devo tanto a Ciccio Marino».

Scovato nei tornei giovanili da quel talent scout che è Ciccio Marino e forgiato dal neo 50enne Gigi Lentini tra Sanvitino e Virginia, la vita sportiva di Francesco Modesto ha mosso i primi passi nel Cosenza e si è consacrata poi nella Reggina che infiammava la Calabria in Serie A. Prima di appendere le scarpette al chiodo e di sedersi sulla panchina del Rende, esperienze significative anche ad Ascoli, Genova (sponda rossoblù), Bologna e Palermo. Sabato, pertanto, al Marulla andrà in scena una sorta di revival per lui, un match dove si sfideranno la prima e seconda squadra della sua lunga carriera.

Modesto, lei arrivò in città grazie ad un’intuizione del ds Ciccio Marino. Ricorda gli albori del suo viaggio nel mondo del calcio?
«Il ds mi ha letteralmente scoperto. In quegli anni Marino si occupava del settore giovanile del Cosenza e mi portò in questa nuova città quando io ero veramente piccolo. Diventò poi a tutti gli effetti il ds della prima squadra e fece fare anche a me il salto».

Cosa rappresentava per un giovane calabrese esordire in B con i Lupi, per poi diventare anche una bandiera della Reggina in A?
«
Io ho avuto una grande opportunità e sono felice di averla colta. Sono di Crotone ed all’epoca la mia città nativa militava in Eccellenza, due erano le squadre in Calabria: Cosenza e Reggina, ma solo la prima aveva un buon settore giovanile. Questo perché alle spalle vi era una società strutturata ed organizzata. Quindi, su suggerimento anche dei miei genitori, andai a Cosenza. Qui sono diventato un calciatore professionista ed a Reggio, invece, mi sono affermato militando in serie A».

Si narra che fosse il pupillo di Lentini, è vero?
«
Ero il pupillo di Gigi perché ero il più giovane della squadra (ride, ndr). Da piccolo tifavo Milan e ritrovarti a giocare insieme a chi hai sempre ammirato… mi sembrava di vivere un sogno! Mi ha insegnato tanto avendo io il suo stesso ruolo e mi ha aiutato infinitamente sia dentro che fuori dal campo. Da persona matura ed esperta mi ha cresciuto, consigliato e mi ha insegnato come si ci comportava. Quando, a distanza di anni, mi sono ritrovato poi io al fianco di ragazzi più giovani, ho cercato di essere per loro una “guida” come Re Luis era stato per me».

Condivide con il popolo rossoblu il suo momento più emozionante?
«
Il mio esordio in coppa Italia contro il Venezia di Prandelli. Gigi De Rose, l’allenatore di quel particolare momento, si girò verso di me facendomi capire che era arrivato il momento tanto atteso. Sentii una grande responsabilità perché sapevo che dover dimostrare sul campo il valore. Lo stadio era gremito, fu veramente un ingresso in campo da brividi e fu una grande partita».

Subito dopo Cosenza ci fu il Palermo, si trasferì in Sicilia di buon grado?
«E’ stata un’esperienza straordinaria! Iniziò l’era Zamparini e il presidente era più infuocato che mai. Il primo anno giocai poco, andai ad Ascoli in prestito e poi rientrai a Palermo. Forse lì ho commesso il classico errore di gioventù, quello di sentirmi già un giocatore affermato quando invece dovevo dare e dimostrare tanto. Anche questo è servito a capire che non si finisce mai di imparare».

Il calcio giocato da lei è lo stesso di quello moderno?
«Una volta c’erano pochi giovani e più giocatori con nome ed esperienza che militavano nelle categorie tra A e B.Oggi, al contrario, vi è uno scenario in cui c’è una maggiore predominanza di giovani e scarseggiano i giocatori con una carta d’identità più pesante.Sono inoltre cambiati i metodi di allenamento e la gestione dello spogliatoio. Andando avanti col tempo non ci sono neanche più le regole e la severità di una volta, ma è giusto che sia così perché un tempo ilgiocatore era più di adesso».

Quale piazza è più calda tra Cosenza e Palermo?
«Piazze entrambe passionali, calorose a cui piace vedere un buon calcio. Hanno avuto un grande passato con grandi nomi, sia come calciatori che come allenatori, che hanno fatto la storia della città e del calcio in generale».

Che gara si disputerà sabato al San Vito-Marulla: prevarrà la qualità dei rosanero o la determinazione del Cosenza?
«Nei 90 minuti potrà capitare di tutto: il Palermo punta a vincere il campionato, il Cosenza sta dando prova di grande carattere con ottime prestazioni e mira alla conquista immediata della salvezza.Sicuramente sarà una bellissima partita da vedere».

Appese le scarpette al chiodo ha deciso di intraprendere la strada di allenatore, è più facile fare il calciatore o il tecnico?
«L’allenatore ha più responsabilità, devi gestire 27 giocatori, interfacciarti con società, staff, giornalisti, tifosi, vivere di risultati ed esser un supervisore. E’ un mestiere completamente diverso perché sei un uomo solo. Il calciatore gioca per una squadra, per una maglia, ma è “un’azienda” che deve mirare a curare se stesso e fare il professionista, anche come scelta di vita, coadiuvato dal gruppo e dal club. A me piace lavorare e mi piace questa nuova sfida che sto affrontando: sono felice perché ho un gruppo straordinario che mi sta dando grandi soddisfazioni e una dirigenza che mi supporta. E’ un anno speciale per me».

Chi è il miglior tecnico con cui ha lavorato ed a cui si ispira?
«La fortuna di un calciatore è quella di incontrare sul proprio percorso tecnici preparati in grado di insegnare, stimolare e far crescere. Sono orgoglioso di esser stato sotto la guida di persone competenti e preparati come Giampaolo, De Rose, Gasperini e Mazzarri: tutti allenatori innovativi che ancora oggi stanno di dimostrando il proprio valore. Ho imparato tanto da loro come approccio alla squadra».

Ha sempre voluto fare il calciatore?
«Fin quando giocavo pensavo solo a correr dietro un pallone. Poi grazie alla società del Rende ho avuto l’opportunità di iniziare questa nuova carriera.Non immaginavo di avere questa passione recondita, invece sono molto felice di aver intrapreso questo percorso e quando si ama il proprio mestiere non pesa mai lavorare ed io ho scoperto una seconda vita professionale». (Annalisa Mazzuca)

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