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Disabile morto a San Fili, la Cassazione annulla assoluzioni e condanne

Disabile morto a San Fili, la Cassazione annulla assoluzioni e condanne

Luigi D’Agostino precipitò con l’ascensore insieme al figlio Antonio, morendo sul colpo. In appello gli imputati avevano ottenuto una sentenza di assoluzione.

Tutto da rifare il processo per la morte di Luigi D’Agostino, disabile di San Fili sulla sedia a rotelle, morto sul colpo il 7 settembre del 2011 dopo essere precipitato dal terzo piano a causa di un mal funzionamento dell’ascensore installato presso la casa popolare di proprietà dell’Aterp. Il figlio Antonio, che era con lui il giorno della disgrazia, riportò gravi ferite.

La tragedia di San Fili

Il giorno dell’incidente, come accadeva normalmente, Antonio D’Agostino aveva accompagnato il padre disabile e si apprestava ad uscire dalla abitazione utilizzando l’impianto appositamente montato direttamente nella stanza da letto del genitore. Tuttavia, all’apertura della porta e a causa dell’imprevista assenza della piattaforma al piano dell’abitazione, entrambi si erano ritrovati nel vuoto, cadendo da un’altezza di oltre sette metri.

Il processo di primo e secondo grado

Il processo che scaturì da quel gravissimo evento vide coinvolti lo stesso figlio della vittima, Antonio D’Agostino, Nicola Ungaro e Paolo Cairo, il secondo nella qualità di titolare della ditta che aveva installato l’impianto e che ne curava la manutenzione e il terzo quale tecnico della stessa, tutti imputati per il reato di omicidio colposo e tutti e tre condannati dal Tribunale di Cosenza all’esito del primo grado di giudizio, che accertò una serie di gravi guasti e irregolarità a carico del mini ascensore e, conseguentemente, dichiarò la responsabilità dei diversi imputati. Per Ungaro e Cairo una condanna di 8 mesi di reclusione e risarcimento dei danni nei confronti dei familiari della vittima che si erano costituiti parti civili, mentre per D’Agostino 6 mesi di reclusione.

Tutti gli imputati avevano impugnato la condanna e la Corte d’Appello di Catanzaro, con sentenza del 11 aprile 2018, riformava la decisione di primo grado, confermando la condanna solo a carico del figlio della vittima dell’incidente. I due tecnici ottennero una sentenza di assoluzione, escludendo qualunque tipo di responsabilità in capo ad essi.

In sostanza, per i giudici di Catanzaro, contrariamente a quanto stabilito dal processo di primo grado, la colpa dell’evento mortale era da addebitare unicamente all’accompagnatore della vittima, egli stesso coinvolto dall’incidente e sopravvissuto per pura fatalità, mentre i soggetti deputati a vigilare sul buon funzionamento dell’ascensore venivano inaspettatamente assolti.

Contro quella decisione della Corte d’Appello avevano proposto ricorso per cassazione sia l’avvocato Andrea Onofrio, difensore di Antonio D’Agostino, sia gli avvocati Oreste Magnelli e Fabio Puja, difensori delle parti civili. Così come il procuratore generale della Corte d’Appello.

L’udienza in Cassazione

L’udienza dinnanzi la Suprema Corte di Cassazione si è celebrata a distanza di poco più di un anno, il 18 aprile scorso. La quarta sezione penale (specializzata nei reati di omicidio colposo), all’esito delle discussioni dei difensori, ha annullato la sentenza dei giudici di Catanzaro, accogliendo i motivi di tutti i ricorrenti. I Supremi giudici hanno ritenuto indubbiamente fondati sia il ricorso dell’unico imputato condannato, D’Agostino, sia i ricorsi dei familiari della vittima e del pubblico ministero dell’appello.

Persino il Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, oltre a sollecitare l’annullamento della sentenza catanzarese in accoglimento del ricorso del collega Procuratore e delle parti civili, ha segnalato al Collegio giudicante la fondatezza dei motivi di impugnazione proposti dall’avvocato Andrea Onofrio, chiedendo, anche per l’imputato D’Agostino, l’annullamento della condanna con conseguente rinvio ad altra sezione della Corte d’Appello, per una nuova valutazione dei tragici fatti.

I giudici della Cassazione, in definitiva, chiamati a valutare la decisione dei magistrati della Corte d’Appello, hanno confermato la validità delle ragioni dei familiari di Luigi D’Agostino e dello stesso figlio della vittima, imputato per la morte del padre, che si erano opposti ad una decisione che ritenevano iniqua in quanto escludeva la responsabilità proprio dei tecnici che avrebbero dovuto eliminare tutti i difetti di funzionamento dell’ascensore, così scongiurando il pericolo che accadesse ciò che poi era purtroppo accaduto.

La vicenda processuale, quindi, non è ancora conclusa e una diversa sezione della Corte d’Appello dovrà nuovamente giudicare la responsabilità di ciascuno degli imputati, sulla scorta, però, delle indicazioni che proverranno dalla quarta sezione della Corte di Cassazione.

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