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Planetario, l’astrofisica Savaglio racconta l’Universo tra le stelle di Cosenza

Planetario, l’astrofisica Savaglio racconta l’Universo tra le stelle di Cosenza

La storia dell’Universo è tutta nelle stelle che brillano nel loro presente ma raccontano a noi del loro passato.

Le luci della Via Lattea e le ombre di Powehi, il buco nero Messier 87, sono state il cuore della lectio “Vita e morte delle stelle” dell’astrofisica Sandra Savaglio, che ieri ha concluso il primo ciclo di eventi  al Planetario “Giovan Battista Amico” di Cosenza.

In settimana i tecnici dello Zeiss si occuperanno dell’installazione di componenti aggiuntivi al simulatore che oggi proietta nel Planetario di Cosenza più di 4mila stelle, a settembre, invece, inizieranno i percorsi didattici per le scuole. Mentre gli spostamenti astrali sono da far girare la testa, le proiezioni delle diapositive sono sicuramente da affinare per sfruttare appieno la superficie curva del soffitto dove il pubblico può ammirare i movimenti stellari dalle sedute reclinabili.

Apparsa nel 2004 sulla copertina della rivista americana Time, come simbolo della fuga dei cervelli europei negli Stati Uniti, Sandra Savaglio, oggi docente al Dipartimento di Fisica dell’Università della Calabria, ha raccontato non solo il destino delle stelle ma anche quello che riguarda più da vicino la nostra Terra, sfiorando la storia delle costellazioni più affascinanti da cui ci separano distanze che anche l’immaginazione fatica a calcolare.

Luce e buchi neri

«La luce viaggia nel vuoto a 300mila chilometri al secondo, nulla in natura può superare questo limite; per arrivare fino a noi, la luce di alcune stelle particolarmente distanti, può impiegare davvero molto, molto tempo». Ecco perché quello che vediamo con i nostri telescopi è il loro passato, ha spiegato al pubblico nella sala del Planetario, piena in ogni posto, che è rimasto in religioso silenzio e con il collo in su per tutto il tempo. Le stelle brillano, riusciamo a coglierne i barbagli anche a occhio nudo, eppure nel momento in cui noi riusciamo a catturarne la luce quelle potrebbero non esserci già più. Alcune delle stelle che muoiono si trasformano in altro, ad esempio in buchi neri.

Durante la lezione nel Planetario “Giovan Battista Amico”, l’astrofisica cosentina ha raccontato dell’ormai famoso buco nero fotografato nella galassia ellittica M87. Il buco, diventato un caso mediatico oltre che scientifico, è un super massiccio che si trova a 56 milioni di anni luce da noi. E non è certo l’unico. Ce ne sono molti altri, come anche molte stelle che sono destinate a diventarlo. Stelle che hanno una massa anche cento volte più grande del nostro Sole.

«I buchi neri sono voraci ma mangiano poco perché lo spazio intorno a loro è vuoto, ecco perché non tirano dentro intere galassie» ha spiegato rispondendo alle domande della sala. «Quando esploderanno le stelle che sono ormai vicine alla fine, come quelle individuate nella Nebulosa della Tarantola, saremo costretti a riscrivere tutte le nostre carte. Ma sarà meglio non trovarsi nelle vicinanze».

Così lontane e così vicine

L’evento ha portato il pubblico dall’emisfero australe al cielo cosentino. Mentre l’astrofisica spiegava la bellezza della nostra Via Lattea, la simulazione ha spostato il cielo nella sala con un effetto quasi straniante. Dalla costellazione della Vergine passando da quella del Leone, fino a Orione, il soffitto a semisfera, ha disegnato di luce le sagome con cui gli antichi avevano tracciato le stelle per riconoscerle e mapparle.

L’Armageddon vicina?

A 7500 anni luce dalla Terra, la minaccia che ci pende sul capo ha un nome: Eta Carinae. «Ha 120 volte la massa del nostro Sole, e ha mostrato da tempo segni di instabilità. Già intorno alla metà del 1800 sono state rilevate sul suo suolo delle esplosioni superficiali, di quelle che accadono sul nostro Sole, visibili a occhio nudo. Questi fenomeni non hanno distrutto il sistema ma sappiamo che presto accadrà. Sebbene il suo asse di rotazione non sia puntato su di noi, essendo così instabile, è possibile però che si orienti verso la Terra».

Cosa accadrebbe se Eta Carinae esplodesse? «È già accaduto nel nostro passato che una razza si estinguesse probabilmente in seguito all’esplosione di una stella. I raggi ultravioletti che emanerebbe sarebbero sufficienti a distruggere lo strato di ozono che ci protegge e sopravvivere non sarebbe facile. È già successo e succederà ancora, solo che non sappiamo quando». Eta Carinae ha una forma a clessidra, è quasi un avvertimento. L’Universo, a volte, ha uno strano senso dell’umorismo. (Alessia Principe)

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