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Strage di via Popilia, il pentito: «Non volevamo uccidere Chiodo e Tucci con il kalashnikov»

Strage di via Popilia, il pentito: «Non volevamo uccidere Chiodo e Tucci con il kalashnikov». In aula parla Francesco Bevilacqua.

Il processo sulla strage di via Popilia oggi ha vissuto una fase importante. La Dda di Catanzaro, rappresentata in udienza dal pm Camillo Falvo, ha sentito come teste dell’accusa, il collaboratore di giustizia Francesco Bevilacqua, meglio conosciuto come “Franchino ‘i Mafalda”, ex capo degli “zingari” di Cosenza nei primi anni del 2000. Lui e altre quattro persone, secondo gli inquirenti e la Dia di Catanzaro, avrebbero ucciso Benito Aldo Chiodo e Francesco Tucci. Bevilacqua per questo duplice omicidio ha già una condanna definitiva e le sue dichiarazioni sono servite, al pari di quelle di Franco Bruzzese, per individuare altri presunti responsabili.

In Corte d’Assise di Cosenza, il presidente Maria Lucente (giudice a latere Francesca De Vuono) ha ascoltato attentamente le propalazioni del pentito che per tutta la mattina ha ripercorso tutte le fasi del duplice delitto, spiegandone i motivi che hanno portato il gruppo degli “zingari” ad eliminare un esponente del clan degli “italiani”, ovvero Chiodo.

Nel corso dell’esame del co-imputato, il collegio difensivo ha annotato tutte le parole rese davanti alla Corte. E tra le cose dette da Bevilacqua ce n’è una inedita. Il motivo scatenante del pentimento, la decisione di collaborare con lo Stato. «Ho fatto questa scelta perché temevo di essere ucciso». Secondo Bevilacqua, prima del suo addio al Crimine, nel carcere di Cosenza erano stati battezzati due soggetti e nella copiata non figurava il suo nome. Un segnale per “Mafalda” che da lì a poco sarebbe arrivato il suo momento. Fine fatta, poi, da altri suoi amici, annoverati tra i casi di “lupara bianca”, di cui se ne sta occupando la Dda di Catanzaro.

Strage di via Popilia, la “firma” del kalashnikov

Nel raccontare i momenti preparatori del duplice delitto, Francesco Bevilacqua spiega anche perché il suo gruppo di fuoco non volesse utilizzare il kalashnikov. «Fino a quel giorno nessuno a Cosenza aveva utilizzato un’arma del genere per compiere un omicidio. Tutti sapevano che gli “zingari” lo adoperavano per fare gli assalti ai furgoni portavalori e portandolo sulla scena del delitto, avremmo messo la “firma” sulla strage. Cosa che non volevamo, ma che fummo costretti a fare, provvedendo a sparare anche con una calibro 9×21».

Il commando, a dire di Bevilacqua, era ben informato sugli spostamenti delle vittime, così da colpire nel momento opportuno. Parole e ricostruzioni che saranno oggetto di contestazione nel controesame del collegio difensivo che si terrà il prossimo 16 luglio a Cosenza. In questa data la Corte d’Assise di Cosenza ha disposto l’accompagnamento coatto di Mario Trinni, mentre oggi sono stati acquisiti i verbali della moglie di Francesco Tucci e della sorella di Perri, l’uomo che avrebbe nascosto l’auto dell’agguato, poi ucciso insieme alla moglie per ritorsione. (a. a.)

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Redazione Cosenza Channel

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