lunedì,Febbraio 6 2023

Centro storico di Cosenza, storia di dignità e persone vere

Una delle opere più mature del Novecento italiano in letteratura è stata scritta da una donna innamorata della città di Cosenza. Maria Brandon Albini, nel 1936, in pieno Fascismo, ormai prossimo alla svolta razziale e bellicista, pubblica “Ragazze inquiete”, uno straordinario ibrido narrativo dove la vita dei personaggi si interseca alla storia delle istituzioni culturali

Centro storico di Cosenza, storia di dignità e persone vere

Una delle opere più mature del Novecento italiano in letteratura è stata scritta da una donna innamorata della città di Cosenza. Maria Brandon Albini, nel 1936, in pieno Fascismo, ormai prossimo alla svolta razziale e bellicista, pubblica “Ragazze inquiete”, uno straordinario ibrido narrativo dove la vita dei personaggi si interseca alla storia delle istituzioni culturali in questo Paese dove la subordinazione femminile era forte ed educativamente invasiva. È anzi da dire che quel volume non ha il successo e la fortuna che merita perché arriva troppo presto: mette in questione la restrizione delle libertà politiche, il linguaggio della famiglia patriarcale, gli abusi del potere e la pluralità degli stili di vita. Fosse stato pubblicato anche solo trent’anni dopo, sarebbe potuto essere il compendio e il vessillo di una generazione di lotte civili per l’autodeterminazione femminile.

FOSSE STATO PUBBLICATO ANCHE SOLO TRENT’ANNI DOPO, SAREBBE POTUTO ESSERE IL COMPENDIO E IL VESSILLO DI UNA GENERAZIONE DI LOTTE CIVILI PER L’AUTODETERMINAZIONE FEMMINILE. “RAGAZZE INQUIETE”

La Albini, storica meridionalista, aveva nel cuore i paesaggi calabresi e pugliesi e dedica pagine meravigliose alla città vecchia che sorge e s’inerpica intorno alla confluenza tra il Crati e il Busento. Non solo: la scrittrice italo-francese scrive una sorta di storia politico-affettiva della città, sin dai tempi delle insurrezioni locali contro i Romani, passando per le meraviglie del Castello arabonormanno e della Cattedrale, arrivando alla lunga tradizione di autonomie territoriali sperimentatasi nel Cosentino e forse troppo presta rimossa dalla coscienza comune. Anche Giacomo Casanova, qualche secolo prima, aveva tessuto un proprio elogio della città dei Bretti, ma comprensibilmente si era soffermato su quell’altro volto della vita locale che tuttora è dialetticamente contrapposto al resto: non l’operosità degli ultimi, non il patrimonio storicoartistico troppo spesso lasciato a se stesso, non il conflitto sociale come occasione di riscatto e di partecipazione democratica.

ANCHE GIACOMO CASANOVA, QUALCHE SECOLO PRIMA, AVEVA TESSUTO UN PROPRIO ELOGIO DELLA CITTÀ DEI BRETTI, MA COMPRENSIBILMENTE SI ERA SOFFERMATO SU QUELL’ALTRO VOLTO DELLA VITA LOCALE CHE TUTTORA È DIALETTICAMENTE CONTRAPPOSTO AL RESTO.

Casanova, al contrario, solidarizzava e con la sua tipica brillantezza nei confronti delle mollezze, del ceto mercantile, del notabilato di vecchio lignaggio, degli ori, degli eruditi e, ovviamente, delle donne. La grande storica vede una storia di legami umani radicali; il grande seduttore ripercorre una storia di legami conviviali. Chissà che forse la verità non scritta di Cosenza sia proprio il continuo negoziato pratico tra la sua ironia godibile, anche se talvolta conformistica ma non per questo intollerante, e la sua tenacia schierata, partigiana, vissuta. Fatto sta che tutti i viaggiatori che si sono imbattuti nella parte storica dell’abitato cittadino se ne sono innamorati o, comunque sia, ne sono rimasti profondamente colpiti, persino quando ne hanno deprecato i costumi (le battute fendenti, il disagio economico, la cattiva organizzazione dei servizi). 

I VIAGGIATORI CHE SI SONO IMBATTUTI NELLA PARTE STORICA DELL’ABITATO CITTADINO SE NE SONO INNAMORATI O, COMUNQUE SIA, NE SONO RIMASTI PROFONDAMENTE COLPITI.

Oggi Cosenza vecchia riscopre una non sopita vena dignitosa e operativa, che dà voce alle sofferenze di un quartiere dove il malcostume edilizio, la precarietà amministrativa e l’assenza di alternative occupazionali non impedisce di progettare il futuro, di reclamare spazi sociali, manutenzione urbanistica, soluzioni possibili. È difficile fare una mappa realistica e del tutto esaustiva degli immobili che meriterebbero i minimi puntelli abitativi necessari a preservare la comune incolumità. Non va fatto, però, un censimento di rovine, né un’etichettatura.

Il centro storico, le sue realtà associative e anche i Comitati come quello di Piazza Piccola sono il contrario delle letture di comodo, della narrazione ostile dove ci sono i sommersi e i salvati (e ovviamente la città vecchia, privata della grazia gentile di un poeta come Fabrizio De André, per il luogo comune diventa da sommergere e da non salvare). Si dirà: lo stato sociale costa. Però i danni della omessa azione di ripristino e riqualificazione costano molto di più, nell’immediato e nel tempo. 

Intanto ci attardiamo nei pressi di San Domenico, dove la Albini descrive l’abbraccio tra i fiumi e parla della città laica, socialista, repubblicana, che già nel Risorgimento ospitava un sentire di trasformazione sociale e che, però, in quegli stessi decenni era fermata e frenata dall’indifferenza soverchiante di troppi possidenti e plenipotenziari. Nulla cambia, allora? Cosenza vecchia sembra volersi tenere solo la sua grande, enorme, bellezza. E imperterriti, il Busento e il Crati, per citare ancora la Albini, “stringono nella loro ansa la città del Medioevo che sale a piramide lungo una collina”. 

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