Minamò

La volpe, Stefano Trinchera, il centravanti e l’uva

Nonostante la squadra, rispetto alla passata stagione, sia stata rinforzata in difesa e a centrocampo, manca la ciliegina sulla torta. Attenzione al passato...

Questa scena di Fantozzi (https://www.youtube.com/watch?v=5ezIv-wQpvI) documenta bene il mio stato d’animo alle ore 22.01 del 2 settembre 2019. Cioè alla chiusura del calciomercato. Credo di aver provato una sensazione simile soltanto all’alba del 23 ottobre 1998 quando, neopromosso con Giuliano Sonzogni (altro vero signore della panchina rossoblù), il Cosenza lasciò partire Stefano Morrone per sostituirlo con Scaringella e Jankovic. Avevo 16 anni. Ci salvammo all’ultima giornata. Le due situazioni non sono davvero paragonabili fino in fondo (almeno lo spero), ma il parallelo resta utile. In entrambi i casi la società aveva la possibilità di “alzare l’asticella”.

Nel primo scelse di cedere dopo 7 gare il capitano, il calciatore più forte e rappresentativo. Stavolta, invece, «l’uomo dei sogni» non è riuscita ad acquistarlo, e Piero Braglia si ritrova con un solo centravanti di ruolo nella rosa. Vent’anni fa c’era in sella un presidente che sosteneva di voler portare il Cosenza in serie A, salvo smentirsi sistematicamente nei fatti. Oggi, invece, c’è Guarascio, un patron che ha fatto dei conti in ordine e del risparmio la sua bandiera, ha riportato i rossoblù in B e, a giugno, ha rinnovato il contratto al tecnico grossetano con l’obiettivo dichiarato di avvicinare la zona playoff.

PIERO BRAGLIA SI RITROVA CON UN SOLO CENTRAVANTI DI RUOLO NELLA ROSA. VENT’ANNI FA C’ERA IN SELLA UN PRESIDENTE CHE SOSTENEVA DI VOLER PORTARE IL COSENZA IN SERIE A, SALVO SMENTIRSI SISTEMATICAMENTE NEI FATTI.

Braglia chiedeva un attaccante, ma il ds Trinchera non è riuscito a prenderlo.
Piero Braglia è per il terzo anno di fila l’allenatore del Cosenza

A due giorni dai titoli di coda del mercato, Trinchera ha fatto bene a metterci la faccia e spiegare strategia e retroscena. Un’ora di conferenza stampa dalla quale, per quanto mi riguarda, sono emerse due notizie (che invece Palmiero volesse tornare in rossoblù, purtroppo, era cosa nota). La prima è che il profilo di attaccante che Trinchera e il tecnico grossetano avevano individuato rispondeva alle caratteristiche di Mbakogu e Nzola. E allora non si capisce perché, se soprattutto il secondo era interessato al trasferimento, si sia atteso l’ultimo giorno per mettersi a un tavolo e firmare le carte.

Appeal? Il precedente di Marulla (e Clementi)

La seconda è che il principale ostacolo verso l’acquisto di calciatori più importanti (Ceravolo, Bonazzoli) è che, spiega il ds, «Cosenza non ha appeal». Mi soffermo su quest’ultima. Trinchera dice una sacrosanta verità, e lo sappiamo tutti. Da anni. Nel 1991, quando Gigi Marulla sembrava sul punto di andare al Bari, il ds Ranzani aveva quasi chiuso per sostituirlo con tale Claudio Clementi dall’Atalanta – ma il giocatore (che poi non andò oltre le 84 presenze e 11 reti in B) rifiutò proprio perché lui al Sud non voleva giocare. Era un comportamento tristemente diffuso, che faceva rabbia.

I tempi in cui il Cosenza sfornava talenti…

Cosenza non è a mezz’ora dai locali della Versilia come Livorno e Pisa, e nemmeno a due ore da Milano come Chiavari o dalla riviera romagnola come Ascoli. E su questo tanto vale mettersi l’animo in pace. Ma è anche vero, però, che proprio negli stessi anni in cui Clementi sceglieva di andare a Venezia (e condannarsi all’anonimato) Cosenza riuscì a mettere in piedi il proprio hype da zero. Calciatori in rampa di lancio (Urban, Bergamini, Padovano, Statuto, Lucarelli, Negri, Biagioni, Balleri, Zampagna, Zaniolo) e in cerca di riscatto (Maiellaro, Lentini, Strada) scelsero proprio questa città per ripartire.

Trinchera però con le sue parole non offende la città e, forse senza rendersene conto, dice una cosa diversa – e infatti aggiunge: «Chi a Cosenza ci viene, poi, non vuole andarsene». Riconosce cioè a Cosenza e ai tifosi la capacità di conquistare i calciatori. Un hype che, evidentemente, la società non è invece riuscita a costruire. D’altronde, pensiamo davvero che perdere 0-3 a tavolino per impraticabilità di campo una partita (Cosenza-Verona, la prima casalinga in B dopo 15 anni) non abbia conseguenze sul piano dell’immagine? Tuttavia è un peccato che questo mercato estivo si sia ridotto a un dibattito su «l’attaccante che non abbiamo preso», perché per il Cosenza è stato il calciomercato più importante degli ultimi quindici anni.

Una squadra più forte rispetto all’anno scorso

E quello che abbiamo oggi sono 12 calciatori di proprietà: tra i nuovi arrivi Sciaudone, Trovato, Greco, Carretta hanno firmato fino al 2021 (Schiavi e Baez un anno più in là). Tra questi almeno tre sono profili su cui Braglia ha già puntato o sa di poter fare affidamento come titolari. Ed è facile credere che saranno loro, insieme a Monaco (prestito con diritto di riscatto, Legittimo (contratto da rinnovare al più presto), Corsi e Perina a costituire l’asse portante della squadra per il prossimo biennio. Dunque io credo che la squadra agli ordini di Braglia, tenendo conto anche dei tanti prestiti sia più forte rispetto al “pronti via” dello scorso campionato.

L’assenza di un attaccante pesa, però

Ma il mancato acquisto dell’attaccante, oltre a essere un grosso azzardo considerata la fragilità di Litteri e la miseria di 34 reti messe a segno nello scorso campionato, rivela soprattutto una grossa improvvisazione collettiva. La scarsa consapevolezza di una comunicazione che, oggi, nel mondo dei social, viaggia a una velocità tripla rispetto al passato. In qualsiasi altra piazza lo slogan “alzeremo l’asticella” avrebbe avuto la conseguenza di pompare le aspettative sul mercato. Proprio com’è accaduto, ritorcendosi contro chi oggi dice di non voler gettare fumo negli occhi. E, dunque, in nessun altro posto del mondo un presidente avrebbe annunciato via social l’arrivo di un “grande giorno rossoblù”, generando un sorprendente equivoco tra un possibile “botto” di mercato e il match con la Salernitana. Infine, nessuna società avrebbe mai sostenuto pubblicamente di voler cercare «il profilo confacente alle esigenze tecniche» tra gli svincolati perché non lo aveva trovato sul mercato, riscrivendo in chiave calcistica la storia de La volpe e l’uva di Esopo.

I meriti non durano per sempre…

Questa società ha un merito, enorme (e per me lo avrà sempre): aver riportato il Cosenza in B. Ma i meriti non sono eterni – esattamente come la pagella del primo quadrimestre non ci garantiva l’ammissione agli esami di maturità. Sarà sufficiente questa squadra, il cui spessore complessivo resta inferiore rispetto alle esigenze di Piero Braglia, a garantirci la salvezza in una serie B che mette in fila corazzate come Empoli, Chievo Verona, Frosinone, deluse in cerca di riscatto (Benevento, Perugia, Pescara, Salernitana, Ascoli) e neopromosse ostiche come Pordenone, Entella e Pisa? Potrei azzardare un sì. Ma sono anche sufficientemente sicuro che non sarà abbastanza, invece, per “alzare l’asticella”.

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Andrea Marotta

Andrea Marotta (Cosenza, 1982) è sposato con Sara ed è padre di tre figli (Arianna, Caterina e Tommaso). Si è laureato a Perugia in Scienze della Comunicazione nel 2005. Giornalista professionista dal 2009, ha collaborato con Tam Tam e Segnali di Fumo, Il Quotidiano della Calabria, Calabria Ora, Il Firenze, Il Mucchio Selvaggio e L'Espresso. Lavora in Rai dal 2008, a Firenze dal 2013. E' autore di due libri: "Io Raimondo Ricci, memorie da un altro pianeta" (con Domenico Guarino, Sagep Editore) e "Eravamo tanto amati" (con Andrea Lattanzi e Domenico Guarino, Effigi Editore). Nel 2018 ha vinto il Premio Ghinetti - Sezione Giovani.

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