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“Madri assassine”, la sindrome di Medea e la mancanza del sostegno coniugale

Nei giorni scorsi a Benevento una trentaquattrenne avrebbe lanciato da una scarpata il figlio di quattro mesi, mentre a Merano una donna è stata fermata con l’accusa di aver ucciso il figlio neonato, probabilmente soffocandolo.

L’omicidio di un figlio è vissuto nell’immaginario collettivo come un delitto mostruoso e contro natura poiché agito a dispetto del primordiale istinto di protezione genitoriale. Esso però desta un maggior senso di inquietudine quando ad uccidere è proprio la madre: colei che dà la vita. Quanto pare sia accaduto in questi giorni a Benevento – dove una trentaquattrenne avrebbe lanciato da una scarpata il figlio di quattro mesi – e a Merano – dove una donna è stata fermata con l’accusa di aver ucciso il figlio neonato, probabilmente soffocandolo – però, se lascia sgomenti per la tragicità degli eventi in sé, purtroppo non stupisce.

I fatti in questione parrebbero rappresentare, infatti, esempi di figlicidio ad opera della madre le cui motivazioni potrebbero essere ricondotte tanto alla sola necessità di “sopprimere” il figlio in sé a causa di un disturbo psichico, quanto a mirare alla distruzione del legame con il padre, comportamento più propriamente definito come “Sindrome di Medea”. Situazioni dunque molto complesse, sia sotto l’aspetto psichiatrico per la loro drammaticità, sia per l’aspetto investigativo, vista l’apparente inspiegabilità delle dinamiche.

Qual è la causa dei “figlicidi”?

La maggior parte delle “madri assassine” conduce, infatti, una vita coniugale pressoché felice e regolare fino a che eventi gravi ed inattesi (un lutto, un trasferimento, la perdita o il cambiamento di un lavoro, la gravidanza in sé) ne turbano gli equilibri. A scatenare l’evento è, dunque, una particolare condizione di mancanza di sostegno coniugale e familiare unita ad una personalità immatura, spesso incapace di accettare il proprio nuovo ruolo genitoriale. In sostanza si tratta di donne che, non avendo mai reciso il cordone ombelicale con la loro “genitrice”, appaiono più figlie che mamme e, sentendo il figlio come una propagazione di sé stesse, ritengono di poterne disporre.

I figlicidi sono, dunque, molto più numerosi di quanto si immagini, anche se automaticamente il pensiero va quasi esclusivamente agli ormai più che noti casi di Anna Maria Franzoni e Veronica Panarello o a quanto accaduto a Ronchaps, dove una ragazza di ventisei anni annegò nella vasca da bagno la figlia di due anni ed il figlio di sei mesi.

“Madri assassine”, cos’è la sindrome di Medea

Ma se la sindrome di Medea è, pertanto, un comportamento materno finalizzato alla distruzione del rapporto tra padre e figli dopo le separazioni conflittuali, dove l’uccisione diventa una eliminazione simbolica, altro è ciò che accade alle madri gravemente depresse o schizofreniche. Non a caso quest’ultime, dopo aver ucciso i figli si suicidano, mentre le madri non affette da disturbi che ne possono compromettere la capacità di intendere, sono capaci di continuare la loro vita, in quanto hanno compiuto quell’uccisione perché non hanno in sostanza riconosciuto il neonato come frutto vivente del proprio corpo.

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Chiara Penna

Avvocato penalista e Criminologa, ha conseguito nel Marzo 2017 il titolo di Avvocato penalista specialista presso la Scuola di Alta formazione dell’Avvocato penalista dell’ Unione Camere Penali Italiane e nel 2012, il titolo di Master di II Livello in Scienze forensi presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza. Autrice di pubblicazioni scientifiche e dei libri: “La vera storia del mostro di Firenze” e “Suoni dal buio. Appunti di musica, cronaca a visioni”, è spesso ospite in qualità di esperta in programmi televisivi e radio nazionali.

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