Minamò

Ode a Pietro Perina

Frosinone sia da sprone a Guarascio e Trinchera per intavolare le trattative per il rinnovo del contratto di Perina. Braglia intanto...

Almeno tre volte, in vita mia, ho avuto bisogno che il Cosenza vincesse.
Sarà capitato pure a voi, no? di trovarvi in una situazione personale talmente orribile da aspettare che, dietro l’angolo, sbuchi fuori Brandon Lee nei panni del Corvo per dirti che non può piovere per sempre. Per me, il Corvo è sempre stato il Cosenza.

La prima volta è stato un inutile Cosenza-Catania del 2003 – l’anno del fallimento.
La seconda fu un pareggio, ma valeva come una vittoria: l’1-1 con il Melfi nel 2009.
La terza, infine, risale all’era Roselli.

Era il 24 aprile 2016 e, al Marulla, i Lupi affrontavano il Foggia. Ma soprattutto, per la prima volta allo stadio, c’era mia figlia accanto a me. C’erano due problemi. Il senso di colpa: per diversi motivi, mancavo dal mio stadio da troppo tempo. In più sapevo che con Giorgio Roselli in panchina non sarebbe stato calcio champagne, e speravo almeno in un buon risultato.

Andrea La Mantia la sblocca su rigore a venti minuti dalla fine e tutto sembra far credere che avremmo portato a casa i 3 punti, quando i rossoneri trovano (generosamente) il calcio di rigore. Prende la palla Pietro Iemmello, con le braccia già pronte a rifare il volo della quaglia a lui tanto caro. Ed è stato in quel momento che Pietro Perina è entrato nel mio Pantheon.
Penalty. Respinto. Palla tra i piedi di Iemmello, che tira di nuovo. Ancora respinto. Calcio d’angolo. Apoteosi.

In trent’anni di calcio, a Cosenza, avevo visto la reattività di Simoni, l’esplosività di Soviero, il lungo regno di Zunico, i miracoli di Frezzolini. Poco altro. E tuttavia quello a cui avevo appena assistito dimostrava un’intelligenza, una prontezza di riflessi e una determinazione che, forse, in rossoblù (e persino altrove) avevo visto raramente.

Mentre poi cercavo di rispondere alle tante domande di una bimba di 6 anni (tipo Perché quel signore ha detto ****e qui aggiungete un’offesa a piacimento), ricordo che pensai pure Questo il prossimo anno non resta, come minimo va in B.

E, invece, grazie alla miopia di un calcio che ormai abbocca a qualsiasi esca lanciata dai procuratori, Pietro Perina rimase a Cosenza, trovò l’allenatore sbagliato (Fontana), perse il posto, andò in prestito alla Sambenedettese uscendo dai playoff nello scontro diretto (con brutti strascichi personali al rientro). Un anno e mezzo sulle montagne russe, prima di ritrovare la maglia da titolare nel 2018, dopo l’avvio incerto di Saracco, e candidarsi a miglior portiere della B con 12 clean sheet su 23 gare giocate.

Tutto questo mi serve per implorare “come una figlia” (la mia) Guarascio e Trinchera di rinnovargli il contratto prima possibile. Se il passato serve a qualcosa, deve insegnare che gli addii a parametro zero di gente come La Mantia e Dermaku sono state autentiche perdite nette per la società e per la squadra. 

E sarebbe un bel segnale se la prestazione di Frosinone (almeno tre parate strepitose per il classe ’92 allo Stirpe) servisse proprio a intavolare il discorso. Anche perché la settimana appena trascorsa, purtroppo, mostra chiaramente gli effetti di un mercato avventuroso, che ha messo a disposizione di Braglia una “rosa” effettiva (e, ribadisco, complessivamente valida, visto quel che sto vedendo in giro in B) con ingiustificabile ritardo.

In Ciociaria, dopo la brutta prova in casa col Livorno, il Cosenza ha cambiato faccia. Braglia ha disegnato un 3-4-3 di necessità, per le assenze e la scarsa forma fisica di molti interpreti – tra questi, ancora, lo stesso Rivière. Il risultato sono stati due 1-1, entrambi in rimonta (buon segno), ma completamente diversi. Contro gli amaranto, si è assistito al furto con scasso di una squadra fisicamente con la lingua a terra, legittimato solo in parte dalla luminosa bellezza della rete di Pierini. Il secondo, dopo un altro rigore generoso agli avversari, conquistato con un gol “di pregevole fattura” (scusate, ma erano anni che sognavo di scriverlo), una buona prova collettiva (bene Bruccini e, a tratti Baez; brava la difesa, soprattutto con Idda), furba determinazione fino alla fine (Carretta che tiene palla al 93esimo sul corner), l’attenzione necessaria e un po’ di fortuna (la traversa di Modolo).

Braglia ha scelto, almeno per un po’, di privilegiare la forma fisica al talento degli interpreti – un’inversione di rotta rispetto a quello che fece nella scorsa stagione e che io stesso scrivevo qualche settimana fa. È stato un segno di grande intelligenza da parte del tecnico grossetano, e di enorme prudenza. Molti avevano puntato il dito contro lo scarso impegno degli 11 in campo al Marulla contro il Livorno; io credo fosse semplicemente carenza di benzina. Ad ogni modo, serviva un’inversione di rotta e, in parte, c’è stata.

Dopo la sconfitta col Pescara scrissi che, nelle quattro gare successive, il Cosenza avrebbe dovuto fare più di 5 punti per non complicarsi da subito la vita nella lotta per la salvezza. I due pari ottenuti tengono aperto il discorso, ma non risolvono i problemi. L’orologio biologico di questa squadra, oggi, è purtroppo ancora fermo a Ferragosto: poche gambe e altrettante idee confuse in testa. Eppure, ancora una volta, Braglia ha saputo tirare fuori il meglio. Tre punti conquistati (e altri tre, credo, li avremmo meritati). Ma “il risultato è casuale, la prestazione no” (diceva il Sommo Boemo) e, quindi, val la pena rimarcare che il Cosenza, Livorno a parte, non è mai stato inferiore a nessun avversario.

Ora c’è il Venezia. C’è bisogno, anche per il morale (della squadra e del pubblico), di mostrarsi finalmente superiori a qualcuno. E, se serve che porti di nuovo mia figlia allo stadio, per favore, fatemelo sapere per tempo.

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Andrea Marotta

Andrea Marotta (Cosenza, 1982) è sposato con Sara ed è padre di tre figli (Arianna, Caterina e Tommaso). Si è laureato a Perugia in Scienze della Comunicazione nel 2005. Giornalista professionista dal 2009, ha collaborato con Tam Tam e Segnali di Fumo, Il Quotidiano della Calabria, Calabria Ora, Il Firenze, Il Mucchio Selvaggio e L'Espresso. Lavora in Rai dal 2008, a Firenze dal 2013. E' autore di due libri: "Io Raimondo Ricci, memorie da un altro pianeta" (con Domenico Guarino, Sagep Editore) e "Eravamo tanto amati" (con Andrea Lattanzi e Domenico Guarino, Effigi Editore). Nel 2018 ha vinto il Premio Passetti - Sezione Giovani.

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