Società & Ambiente

Capitano Ultimo a Cosenza: «Il popolo italiano deve vincere la battaglia contro la mafia»

Il colonnello Sergio De Caprio, che nel 1993 arrestò a Palermo il super boss di Cosa Nostra Totò Riina, si racconta all'inaugurazione di "Letture in Chiostro".

Avvolto nella nota bandana, il colonnello Sergio De Caprio, meglio noto sotto il soprannome di “Capitano Ultimo”, ha fatto il suo ingresso all’interno del chiosco “San Domenico” per inaugurare la due giorni di dibattiti culturali promossa dall’amministrazione comunale. L’uomo, famoso per aver messo le manette ai polsi, quando era a capo del CRIMOR, il 15 gennaio 1993, al super ricercato, allora dominus indiscusso di cosa nostra siciliana, Totò Riina, e da quel momento nemico giurato delle consorterie dell’isola. Per quello storico colpo alla cupola, De Caprio è costretto a vivere sotto scorta. A Cosenza ha parlato davanti ai ragazzi del liceo classico “Bernardino Telesio”. Presenti il sindaco Mario Occhiuto, la vice-presidente della Commissione antimafia Jole Santelli, la parlamentare Fulvia Michela Caligiuri

Il richiamo alla società civile

Una vita, come la definisce lui stesso, trascorsa da “combattente”, anche contro quelle stesse istituzioni, sotto il quale ha riposto i suoi “servigi”, che recentemente hanno revocato e poi ristabilito il programma di protezione. Il suo obiettivo, lontano dall’attività attiva all’interno delle forze dell’ordine, si concentra nel sensibilizzare la società civile, provocandone una reazione in contrasto alla cultura malavitosa. «Manca – dice ai microfoni delle testate cosentine – l’attenzione delle persone, quel meccanismo che trasformi il potere in servizio per gli altri. Ci si siede, ci si guarda negli occhi e si dice cosa manca per vincere. Il nemico è di volta in volta diverso, le battaglie non sono sempre le stesse, ma la partecipazione dei cittadini obbliga chi ha una responsabilità a dare conto».

Capitano Ultimo a Cosenza, lo Stato e la criminalità organizzata

Le persone hanno il dovere di sollecitare l’attenzione dello Stato nella lotta contro la criminalità organizzata. Reclamando il motivo per cui questa guerra non la si riesce a vincere in modo decisivo: «Devono essere i cittadini a pressare le istituzioni, senza mai stancarsi chiedere, pretendendo risposte. Questa è una democrazia, è un modo di essere sicuri partecipando insieme alle forze dell’ordine. Senza aspettare il finale. Credo – rimarca – che dobbiamo chiedere cosa impedisce di vincere questa guerra, alle persone che la stanno conducendo, allo Stato, alle istituzioni. Senza fare alcuna polemica, si devono esigere spiegazioni: se mancano i mezzi, le competenze, le capacità, tali da impedire la vittoria. L’importante è non abituarsi a convivere con le violenze e le prevaricazioni. Non si vince sempre, chi perde deve farsi da parte lasciando spazio ad altri. Il popolo italiano deve solo vincere».

L’impegno del Capitano Ultimo

Capitano Ultimo, se non può esercitare appieno la professione di Colonnello (il suo attuale grado militare), il suo impegno viene profuso nel dialogo con le giovani generazioni, nelle scuole, nei quartieri degradati delle città, in mezzo agli ultimi, agli emarginati. “Ultimo” viene, appunto, da questa attitudine. Sinonimo di umiltà, unione, senza personalismi, ma il prevalere della cultura solidaristica. Infatti lui crede, più che alla politica nazionale, «nelle politiche delle famiglie, delle parrocchie, municipi, case popolari. Questa è la politica che esiste, che è forte. Da qui si deve ricominciare. La battaglia la si fa insieme. Gli spettatori diventano giocatori. Dobbiamo prenderne coscienza, serenamente. Insieme nell’uguaglianze e nella fratellanza». Personalmente «vorrei – confida – impegnarmi di più, mi costa un po’ stare al di fuori dalle attività. La battaglia, però, non è personale. E’ di tutti, della povera gente. Non si può stare in paradiso a dispetto dei santi». Una vita senza rimorsi: «Amare il popoli, donarsi ad esso, credo che ne valga la pena. C’è da andarne fieri. L’amore è darsi, l’amore si dà», racconta il Capitano Ultimo a Cosenza.

«Non mi interessa di quello che fanno i mafiosi»

Negli ultimi anni le cronache hanno accertato l’emergere di un nuovo fenomeno, tutto interno alle famiglie di mafia. Molti familiari, per lo più madri, hanno assunto la forza e il coraggio di andare contro gli stessi mariti, boss, nel tentativo di fornire altre prospettive di vita ai propri figli. Reggio Calabria ha fatto da apripista, ma sono notizia di oggi le dichiarazioni, rilasciate al Corriere della Sera, di Salvatore De Castro, figlio di Emanuele affiliato alla ‘ndrangheta lombarda. Entrambi sono collaboratori di giustizia, grazie alla pressione di Salvatore che ha convinto il padre a pentirsi. Sollecitato in merito, Ultimo taglia corto: «Io non mi preoccupo di quelli che fanno i mafiosi, né delle famiglie, né dei figli. Io ho a cuore di quello che fa la società civile, anzi, di quello che non fa. Noi ci dobbiamo prendere per mano e capire che siamo un popolo basato sull’uguaglianza e la fratellanza. Se lo capiamo, vinciamo su tutto», conclude il Capitano Ultimo a Cosenza

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Giulio Cava

Nato a Cosenza il 24 giugno ai titoli di coda del Novecento. Scrivo dal novembre 2013 di sport e attualità. Ho iniziato a Parola di Vita. Collaboro a Cosenza Channel dal luglio 2017, dopo averlo letto da quando ero piccolo. La prima volta allo stadio in tribuna stampa, da cui mi sono separato pochissime volte. Ho frequentato lo scientifico, studio scienze politiche all'Università della Calabria. Amo il calcio, quello umile. Aspiro a diventare giornalista...forse si...forse no...

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