Minamò

Ho fatto un… Zogno

Ho l’impressione che Braglia abbia sottovalutato l’aspetto psicologico di una gara come questa. Càpita. È capitato. Non deve capitare più.

C’era una volta un allenatore che veniva da Zogno. Riuscì a portare il Cosenza in B subito dopo la retrocessione del 1997. A tratti, il calcio migliore che si sia visto al San Vito. Eppure, anche nei momenti migliori, Giuliano Sonzogni continuava a ripetere: Noi siamo il Cosenza. Ma non lo diceva alzando il pugno al cielo tipo William Wallace.

Noi siamo il Cosenza era il mantra calmo, consapevole, modesto, determinato, per scendere a patti con i limiti di una squadra e di una città che dovevano tenere i piedi rigorosamente per terra. I grandi traguardi si raggiungono camminando in orizzontale, a lungo, con fatica, e non lievitando in cielo come il mago di Segrate.

È difficile ragionare a bocce ferme su due partite così diametralmente opposte, come quelle che il Cosenza ha giocato contro Chievo Verona e Virtus Entella. Ma io credo che, mentre leggete queste righe, dovreste fare lo sforzo di ripetere alla fine di ogni capoverso: Noi siamo il Cosenza. E, credetemi, che alla fine dell’articolo ci saremo capiti.

Tra il pari con una delle squadre destinate a lottare per la promozione e la sconfitta ad opera di una formazione che punta i playoff, c’è appena lo spazio di tre giorni. Eppure, nel dopo gara del Marulla le parole di Piero Braglia raccontavano una squadra di carattere, in miglioramento, capace di esprimersi a buoni livelli. A Chiavari, invece, brutta prestazione e tanti passi indietro: «Non siamo riusciti a fare nemmeno due passaggi di fila». Come se gli 11 in campo avessero perso consapevolezza. E, prima ancora della forma fisica, avessero lasciato a casa la testa.

Sgombero immediatamente il campo da qualsiasi equivoco dicendo una cosa: Braglia è il principale colpevole di questa sconfitta. Per me il nostro mister non era Pep Guardiola prima e non è Walter De Vecchi adesso. Sui social molti opinionisti, convinti di essere acuti come Gianni Brera (quando invece sono più ottusi di Franco Ordine), hanno puntato il dito inviperiti contro il turnover di martedì al grido di: Ma se la prossima partita è tra sei giorni? Il problema è che il Cosenza aveva giocato sabato, cioè 72 ore prima della trasferta in Liguria. Il turnover era rispetto agli impegni precedenti, non a quelli futuri. Tant’è – faccio notare – che la stessa Virtus Entella (molti sui social l’hanno derubricata a nostra concorrente per la salvezza: utinam, direbbero i latini) aveva cambiato 5/11 rispetto al 2-1 di Ascoli. E il tecnico Boscaglia lo ha fatto a rischio della sua stessa panchina, che sarebbe saltata in caso di sconfitta. Braglia cioè non ha perso questa gara per il tanto criticato turn over, ma perché ho l’impressione che abbia sottovalutato persino lui l’aspetto psicologico di una gara come questa. Càpita. È capitato. Non deve capitare più.

Sul turnover, però, una cosa va detta. A me non piace personalizzare le colpe – la responsabilità è sempre collettiva e i singoli sono solo un utile capro espiatorio. Tuttavia, come già si era visto contro il Livorno, affidare le redini del gioco a Leandro Greco è peggio che andare in Germania.

Al 33enne ex Verona e Foggia un mese fa sembrava difettare la condizione, mentre invece martedì gli sono chiaramente mancate la fisicità di resistere al pressing avversario, la corsa e anche la visione di gioco necessaria per garantire qualche break in serie B. Temo che, considerata l’età e il ruolo-chiave in regia, siano problemi insuperabili. Su due palle perse in mediana, nel primo tempo, il Cosenza ha rischiato di andar sotto in contropiede. E tuttavia a me pare evidente che Braglia abbia a disposizione questi uomini (se voi ne conoscete altri, presentateglieli) e volesse dare una pausa in mediana soprattutto a Sciaudone – che, anche nel filotto di quattro pareggi e una vittoria, è apparso spesso appannato. La colpa, insomma, è anche di un organico che, nelle seconde linee, per ora ha garantito ricambi adeguati solo in difesa. Fossi in Trinchera, stavolta proverei a trarre le conseguenze di tutto questo un po’ prima della mezzanotte del 31 gennaio.

La sconfitta con l’Entella ha fatto inviperire buona parte della tifoseria. E sinceramente soprattutto i 230, che si sono messi in viaggio martedì verso la Liguria, avrebbero meritato uno spettacolo migliore. Tuttavia siamo a dieci giornate dall’inizio del campionato, e cioè a un quarto del torneo cadetto. Il Cosenza finora ha incontrato sette squadre tra le prime dieci in classifica (restano solo Ascoli, Perugia e Pordenone). Cinque punti su otto li ha presi da lì. E, nella seconda metà di una graduatoria cortissima (appena 5 punti tra playoff e playout), è ancora pieno di “intrusi”: il Pescara, che sabato aveva battuto nettamente la capolista Benevento, e nell’infrasettimanale non è riuscito a gestire il vantaggio con la Juve Stabia; il nostro prossimo avversario, la Cremonese, una sola vittoria nelle ultime cinque gare. Siamo partiti male, ma per com’è andata poteva andare decisamente peggio.

In tutto questo, quando il Cosenza è andato a punti, finora lo ha sempre fatto in rimonta tranne in due occasioni (lo 0-0 di Crotone, l’1-1 con il Venezia). E questo credo sia al tempo stesso un valore e un problema: carattere e leggerezza. Temo che, a Chiavari, Braglia abbia capito che ora è necessario occuparsi della testa dei giocatori. Le partite si possono perdere, ma non con quella che, a conti fatti, è la peggiore prestazione della stagione assieme all’1-1 col Livorno. Il prossimo turno, lunedì, oppone al Cosenza una delle squadre più toste della cadetteria. E contro la Cremonese bisogna vincere a tutti i costi. Senza drammatizzare o crederci già con un piede nella fossa dopo la sconfitta di Chiavari. Senza voli pindarici né retorica in caso di risultato positivo. Senza dimenticare, come diceva l’uomo di Zogno, che Noi siamo il Cosenza.

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Andrea Marotta

Andrea Marotta (Cosenza, 1982) è sposato con Sara ed è padre di tre figli (Arianna, Caterina e Tommaso). Si è laureato a Perugia in Scienze della Comunicazione nel 2005. Giornalista professionista dal 2009, ha collaborato con Tam Tam e Segnali di Fumo, Il Quotidiano della Calabria, Calabria Ora, Il Firenze, Il Mucchio Selvaggio e L'Espresso. Lavora in Rai dal 2008, a Firenze dal 2013. E' autore di due libri: "Io Raimondo Ricci, memorie da un altro pianeta" (con Domenico Guarino, Sagep Editore) e "Eravamo tanto amati" (con Andrea Lattanzi e Domenico Guarino, Effigi Editore). Nel 2018 ha vinto il Premio Ghinetti - Sezione Giovani.

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