Giustizia e Criminologia

Xenofobia e razzismo, in Italia sempre più crescente il “disprezzo culturale”

Xenofobia e razzismo sempre più in crescita nel nostro Paese. Ma il primo allarme risale al 2017, da una relazione della Camera dei Deputati.

Nell’ultimo anno gli episodi di razzismo, le ostilità verso gli stranieri e per chi si attiva a tutela dei loro diritti, nonché le aggressioni a sfondo xenofobo, sembrano essere aumentati in maniera allarmante. Gli esempi, solo per citarne alcuni, sono innumerevoli: scritte o cori razzisti contro sportivi (come nel caso di Bakary Dandio, l’atleta senegalese adottato da una coppia di Melegnano o in quello del più noto Balotelli), gli  insulti espressi da un maestro elementare contro un bambino nigeriano in una scuola di Foligno, le ripetute aggressioni fisiche contro un ragazzino egiziano nel quartiere Portuense di Roma, l’aggressione subita da una donna nordafricana, gettata a terra da un uomo italiano nei pressi di Piazza Bologna per un parcheggio che, secondo l’uomo, non aveva il diritto di occupare perché straniera.

Fino ad arrivare a quanto accaduto qualche giorno fa ad Alessandria, dove una signora di 60 anni avrebbe occupato il sedile dell’autobus con la sua borsetta per non far posto ad una bimba di colore di 7 anni. In ultimo, gli insulti alla Senatrice Segre e gli incendi dolosi ai danni di due locali antifascisti di Roma, sembrano avvenimenti surreali.

Episodi che vanno oltre la semplice violenza

C’è da dire innanzi tutto che questi episodi vanno molto al di là della semplice violenza riconducibile ad azioni penalmente rilevanti e che esiste un problema di definizione in ordine al concetto di crimine di odio, dal punto di vista criminologico. Una prima differenziazione andrebbe fatta distinguendo le violenze verbali dalle violenze fisiche, laddove le prime a loro volta sono distinte in offese, minacce e propaganda razzista, mentre le seconde spaziano, purtroppo, dai danni alle proprietà, alle azioni discriminatorie atte a cagionare persino la morte (definizione contenuta nel Testo unico sull’immigrazione del 1998). Poi c’è “una terza dimensione” che riguarda i cortei pubblici e le manifestazioni dai contenuti discriminatori fondati fondamentalmente su una profonda ignoranza, perché tale è da intendersi la non conoscenza del fatto che il concetto di razza, in realtà, non è sostenibile scientificamente.

Esso non ha alcuna radice nei fatti biologici e, in quanto tale, non ha alcuna forma di relazione intrinseca né con le scienze naturali, né con la biologia, né con la etnografia, né con l’antropologia, né trova fondamento nelle teorie evoluzionistiche o nella filologia storica. Invece, paradossalmente, il concetto di razza diventa un argomento fluttuante che si radica, di volta in volta ed in modo arbitrario, praticamente su tutto.

In sostanza, la nozione di razza, pur non essendo la rappresentazione o la descrizione di fatti concreti ben definiti, diventa la proiezione di un’ideologia, al fine di stabilire l’esistenza di differenze ed eventualmente di propugnare la supremazia di presunte identità “migliori”. E le derive razziste della società contemporanea portano inevitabilmente ad allargare il discorso sul perché singoli individui, ma anche interi gruppi sociali o addirittura popoli, siano arrivati in passato a commettere atrocità terribili senza sentirne la responsabilità, nonché a domandarsi se fatti del genere possano di nuovo verificarsi.

Dalla Seconda Guerra Mondiale ai giorni nostri

Uno studio realizzato dopo la fine della seconda guerra mondiale dal filosofo T.W. Adorno, assieme a Frenkel-Brunswik, Levinson e Sanford, sul rapporto fra violenza e obbedienza all’autorità, ha messo in evidenza come in realtà sia tutto tragicamente molto facile da realizzare. Intervistando oltre duemila cittadini americani, il filosofo della Scuola di Francoforte – tra l’altro costretto a fuggire negli Stati Uniti a causa della persecuzione nazista – intendeva capire come fosse stata possibile non solo l’acquiescenza, ma anche la partecipazione della maggioranza del popolo tedesco ai crimini del Terzo Reich. Dalla ricerca risultò come l’antisemitismo e l’etnocentrismo fossero stati la matrice di ogni atteggiamento di esclusione dell’altro, sino ad ammettere forme di violenza e oppressione.

Nello specifico arrivarono a spiegare come il fascismo ed il nazismo non poterono limitarsi ad una semplice sottomissione del popolo per affermarsi, ma dovettero contare su una collaborazione attiva della gente attraverso il soddisfacimento non tanto di interessirazionali”, ma piuttosto dei loro bisogni psicologici. Ciò fu possibile puntando sulla paura del diverso e del nemico: bisogno di protezione, dunque, che una volta instillato in una popolazione di diversi milioni di persone – tutt’altro che ignorante – divenne un pensiero ossessivo al quale fu difficile resistere (per paura o per ignavia, non c’è una risposta univoca) e che portò al credere automaticamente di essere dalla parte dei “giusti”.

Facendo un salto ai giorni nostri, già dalla relazione finale dell’anno 2017 della Commissione Cox sull’intolleranza, la xenofobia ed il razzismo istituita presso la Camera dei deputati, emergeva come in Italia si stesse già allora diffondendo “un razzismo culturale” e “sottile” che, pur non basandosi più apertamente sulla “razza”, faceva delle differenze culturali un motivo di pregiudizio, separazione o discriminazione.

Cosa significa etnocentrismo?

Il termine più corretto sarebbe dunque, ancora una volta, etnocentrismo, laddove si considerano gli altri comunque diversi non tanto per il colore della pelle ma per la cultura ed i modi di vivere. Tenendo dunque conto di quanto finora emerso ed alla luce del fatto che la situazione negli ultimi giorni non sembra affatto essere migliorata (anzi, pare quasi aleggiare addirittura il risorgere dell’antisemitismo un po’ ovunque in Europa) non si può fare a meno che riflettere sul perché ciò stia accadendo e sulla spinta di quali paure alcuni episodi di violenza ed intolleranza si verificano. 

La linea di demarcazione tra il bene e il male (concetti ben diversi da ciò che è penalmente rilevante e ciò che invece non lo è) non è affatto ben visibile e nessuno di noi può pensare di essere immune da condizionamenti dettati da minacce reali o artatamente inculcate. L’unica arma a disposizione per non sbagliare sarebbe tener sempre presente che di fronte ad un clima di imbarbarimento culturale facilmente riconoscibile, si dovrebbe sempre optare per l’umanità.

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Chiara Penna

Avvocato penalista e Criminologa, ha conseguito nel Marzo 2017 il titolo di Avvocato penalista specialista presso la Scuola di Alta formazione dell’Avvocato penalista dell’ Unione Camere Penali Italiane e nel 2012, il titolo di Master di II Livello in Scienze forensi presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza. Autrice di pubblicazioni scientifiche e dei libri: “La vera storia del mostro di Firenze” e “Suoni dal buio. Appunti di musica, cronaca a visioni”, è spesso ospite in qualità di esperta in programmi televisivi e radio nazionali.

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