Minamò

Denis on my mind

Tra una settimana saranno 30 anni dalla morte di Denis Bergamini. Per analizzare il pari di Trapani, si parte dal suo ricordo e dalla speranza che il Cosenza lo onori ad Ascoli

Il primo pensiero, mentre comincio a scrivere, non va a Trapani ma a Roseto Capo Spulico. Trent’anni fa il mondo intero celebrava la caduta del Muro di Berlino; a Cosenza invece per la mia generazione (io avevo sette anni) il 18 novembre 1989 arrivava la perdita dell’innocenza.

La morte di Donato Bergamini fu la scomparsa di un uomo perbene, un ragazzo a cui “piaceva vivere”, e di un magnifico giocatore (in estate lo avevano cercato Parma e Fiorentina, e quanto servirebbero ancora oggi i suoi sorrisi aperti e le sue incursioni in attacco…). Per Cosenza fu un lutto dolorosissimo e la fine di un’era: nel giro di pochi mesi, il gruppo che aveva portato i rossoblù in serie B dopo venticinque anni sarebbe definitivamente migrato altrove.

Non erano stati pochi i giocatori, prima di Denis, a morire in circostanze nebulose. Mai però prima d’allora una morte così crudele aveva macchiato quello che era ancora considerato “lo spettacolo più bello del mondo”. Mai era stato costruito un intero castello di improbabili spiegazioni e mistificazioni incredibili per nascondere una morte tanto violenta. E mai un’intera tifoseria si era mossa accanto alla famiglia di una vittima per pretendere la verità, come invece è accaduto agli ultrà del Cosenza e alla famiglia Bergamini.

Se oggi parto da qui, è perché credo che – prima di qualsiasi partita di calcio – sia giusto ricordare la perseveranza di Donata, di chi anno dopo anno ha ricordato Denis, fino a pretendere pubblicamente la verità oltre quella parola (suicidio) che, già dalle prime evidenze, non aveva mai convinto nessuno. E che sia l’occasione per rimarcare una volta di più l’importanza di radici e legami, senza i quali sarebbe stato impossibile anche solo provare a squarciare la cortina di bugie attorno al nostro unico numero 8.

Radici come queste non possono mai essere definite un hobby, per parafrasare l’uscita del presidente Guarascio che ha fatto infuriare molti. Parole infelici, certo, ma vi garantisco che ho visto presidenti innamorati del Cosenza fare il suo male e lucrarci sopra in egual misura – e, per questo, non leggo la voce di sen fuggita dell’attuale patrón come una sciagura. Anche se non sarebbe certo una cattiva idea se lasciasse seguire questo hobby a un direttore generale con solide competenze calcistiche…

Questo trentesimo anniversario della morte di Denis cadrà nel bel mezzo della terza sosta del campionato. Sarebbe bello se il Cosenza calcio, ad Ascoli, ricordasse ancora una volta Denis e (permettetemi un filo di retorica) onorasse la sua memoria con una prestazione combattiva, in questo campionato dai contorni sempre più strani.

Solo per stare all’ultima giornata prima della sosta, il Cittadella e la Cremonese (due squadre tutto sommato superate dai rossoblù con le loro migliori prestazioni stagionali) hanno battuto Perugia e Salernitana – due formazioni accreditate per i playoff. E soprattutto la Juve Stabia, per molti una delle Cenerentole del torneo, ha costretto la capolista Benevento al pareggio. Pure l’Entella ha strappato un 1-1 al Pordenone. E l’Empoli è precipitato in poche giornate al decimo posto, mentre lo Spezia è ufficialmente risucchiato nel gorgo di una lotta retrocessione mai così allargata.

In questa classifica, virtualmente, il Cosenza sta nel mezzo. Come l’Ovosodo  del famoso film di Paolo Virzì. I punti dicono playout, è vero, ma la squadra (a parte la battuta a vuoto di Chiavari) appare in ripresa. Torno tuttavia su una notazione che avevo fatto dopo Cittadella – e che, sinceramente, in questo momento mi sembra il problema maggiore dei ragazzi di Braglia. È già la seconda volta che vedo funzionare il “trappolone” su Kanouté, ovvero il raddoppio sistematico fisso in marcatura – e, in un centrocampo a tre, è una condanna. Era accaduto a Cittadella (nel primo tempo), si è ripetuto a Trapani. La squadra ha cercato di ovviare al problema abbassando talvolta Bruccini in difesa, ma ovviamente non è stata la stessa cosa. Kanouté, soprattutto nel primo tempo, si è trovato costretto a salire alla ricerca di palloni potabili, lasciando così scoperta la mediana alle sue spalle. Intendiamoci, le prestazioni del centrocampista senegalese, tranne contro l’Entella, non ne hanno risentito molto – ma chi ha patito è stata soprattutto la difesa. E così, a prescindere dal rientro di Monaco, è davanti che serve un’inversione di rotta.

Bene Pierini – sontuosa la sua doppietta, magari il ragazzo ora trovasse continuità e si lasciasse alle spalle le esultanze polemiche e Carretta -, ancora non pervenuto Machach. Altalenante invece Baez, che continua a dilapidare occasioni da gol.

Dev’essere chiaro che il 4-3-3 obbliga gli esterni d’attacco a un superlavoro offensivo, non ad attendere i palloni per le ripartenze. È dalle ali che dipende la qualità del gioco di questo modulo. Se la loro pressione cala, il rischio concreto è quello che abbiamo visto a Trapani (e, in parte, a Chiavari): perdere improvvisamente il controllo di una gara che invece, fino a poco prima, sembrava in mano.

Arriva ora un filotto di sette gare in trentacinque giorni, per chiudere il girone d’andata. La classifica dice che la gran parte delle prossime avversarie sono nella parte alta: Ascoli e Perugia (fuori), Pordenone e Empoli (in casa). Considero la prima – quella con i piceni – la più difficile, specie dopo la loro sconfitta di Crotone. Dalle altre può davvero arrivare di tutto. Quello che deve invece arrivare dai tifosi a questa squadra, lo so. Serve fiducia. Serve sostegno. Serve una pigna attorno a Braglia, troppo spesso scioccamente messo all’indice (a Frosinone, con Nesta fino a poche giornate fa, cos’avrebbero dovuto dire?), e ai suoi ragazzi. Perché le prossime sette giornate ci diranno che 2020 sarà per i colori rossoblù. Per Denis, speriamo sia l’anno della verità.

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Andrea Marotta

Andrea Marotta (Cosenza, 1982) è sposato con Sara ed è padre di tre figli (Arianna, Caterina e Tommaso). Si è laureato a Perugia in Scienze della Comunicazione nel 2005. Giornalista professionista dal 2009, ha collaborato con Tam Tam e Segnali di Fumo, Il Quotidiano della Calabria, Calabria Ora, Il Firenze, Il Mucchio Selvaggio e L'Espresso. Lavora in Rai dal 2008, a Firenze dal 2013. E' autore di due libri: "Io Raimondo Ricci, memorie da un altro pianeta" (con Domenico Guarino, Sagep Editore) e "Eravamo tanto amati" (con Andrea Lattanzi e Domenico Guarino, Effigi Editore). Nel 2018 ha vinto il Premio Ghinetti - Sezione Giovani.

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