Giustizia e Criminologia

Il “caso Bibbiano”, la Carta di Noto e il ruolo dello psicologo: cosa c’è da sapere

Dal "caso Bibbiano" alle regole contenute nella Carta di Noto. Cosa c'è da sapere quando i testimoni di un fatto sono i minori.

L’ormai tristemente noto “caso Bibbiano”, relativo ad un articolato traffico di affidi di minori che sarebbero stati strappati con l’inganno alle loro famiglie d’origine a scopo di lucro, ha sollevato non poche discussioni in diversi ambiti. L’indagine, infatti, vede coinvolte circa trenta persone tra psicologi, neuropsichiatri, politici, medici, assistenti sociali, famiglie d’origine ed affidatarie dei bambini, ed avrebbe portato alla luce unsistema illecito di gestione dei minori in affido ad opera della comunità terapeutica La Curadi Bibbiano, che si avvaleva, a sua volta, della consulenza della Onlus piemontese Hansel e Gretel.

Essa parte nell’estate 2018, quando i Carabinieri del comando provinciale di Reggio Emilia notano che le denunce e le segnalazioni relative ad abusi sessuali su minorida parte dei servizi sociali della zona, con allontanamento dalle famiglie d’origine come diretta conseguenza, aumentavano in maniera esponenziale.

Cosa sappiamo sul “caso Bibbiano” e cosa dice la Carta di Noto

Uno dei protagonisti di questo sistema sarebbe Claudio Foti, psicoanalista molto conosciuto per il suo metodo che, definendo la Carta di Noto un “Vangelo Apocrifo”, parte dell’assunto che i “bambini non mentono mai” e che, scopo del terapeuta è “l’emersione del ricordo dell’abuso e la rielaborazione del trauma”. Al di là della vicenda processuale che verrà accertata nelle sedi opportune, appare necessaria qualche considerazione. Non si può, infatti, non rilevare immediatamente come un simile modo di procedere sia quantomeno discutibile sotto diversi aspetti, poiché lascia intravedere elementi di forte pressione, forzatura ed ingerenza nella vita del minore, in netto contrasto con quanto stabilito della Carta di Noto.

Essa è un protocollo di psicologia forense – certamente senza valore normativo – redatto per la prima volta nel 1996 da esperti del settore che, al contrario di quanto sostiene Foti, parte dall’idea che il bambino sia molto influenzabile e che, per tale ragione, si debba agire evitando di condizionarlo nella raccolta dell’eventuale racconto.

Il ruolo dello psicologo in un procedimento penale

Tenendo ben presente che lo psicologo-psicoterapeuta non accerta fatti giudiziari e non valuta la veridicità del narrato, ma lavora clinicamente sui vissuti del bambino eventualmente legati a quei fatti, lo psicologo nel procedimento penale può assumere invece tre ruoli: di esperto nominato come ausiliario per raccogliere le sommarie informazioni testimoniali, di perito per effettuare la valutazione sulla capacità a testimoniare del bambino e di consulente delle parti. Non può, pertanto, in ogni caso, esprimersi sulla veridicità dei fatti, sulla loro compatibilità con presunti stati di disagio psicologico o sulla credibilità delle dichiarazioni rese, perché tale compito spetta solo e soltanto all’Autorità Giudiziaria, che è l’unica preposta a stabilire se un fatto di rilevanza penale si è verificato o meno.

La vulnerabilità dei minori

La memoria, sia di un adulto che di un bambino, non è una riproduzione precisa degli eventi percepiti, ma è piuttosto un processo dinamico e ricostruttivo. Ed è proprio questo che rende i minori (ancor di più degli adulti) dei testimoni vulnerabili, non sempre consapevoli delle conseguenze delle loro dichiarazioni e propensi a compiacere i più grandi. Sia i minori che gli adulti sono suggestionabili e capaci di convincersi intimamente che le cose siano andate in un certo modo quando, più o meno esplicitamente, determinate risposte sono suggerite dall’interrogante. Il ricordo è, dunque, molto sensibile alle influenze esterne e per essere considerato accurato e credibile, deve essere corroborato da riscontri indipendenti ed estrinseci. 

“Metodo Foti” non compatibile con il processo penale

Già solo per questa ragione, allora, l’agire secondo il “metodo Foti” non pare proprio compatibile con le modalità di acquisizione della prova nel processo penale. Al contrario, la Carta di Noto aggiornata è da intendersi come un fondamentale strumento che delinea e specifica, alla luce delle attuali conoscenze scientifiche, le migliori prassi a cui attenersi nella raccolta della testimonianza di un minore e nella valutazione della sua capacità di testimoniare. È un insieme di linee guida dirette a garantire l’affidabilità delle metodologie utilizzate al fine di tutelare sia i diritti del minore, sia i principi costituzionali del giusto processo.

Non a caso l’ultima parte del documento si è deciso di dedicarla alle modalità di utilizzo dei test ed agli indicatori di vittimizzazione, tenendo presente che non esistono strumenti psicodiagnostici in grado di rilevare l’abuso, così come non esistono indicatori specifici di abuso sessuale e/o di maltrattamento. Aspetto, quest’ultimo, da tener ben presente nel corso dei procedimenti penali, dove vi è a volte la tendenza – da parte di chi non è tecnicamente preparato – ad utilizzare questi strumenti per interpretazioni prive di validità scientifica.

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Chiara Penna

Avvocato penalista e Criminologa, ha conseguito nel Marzo 2017 il titolo di Avvocato penalista specialista presso la Scuola di Alta formazione dell’Avvocato penalista dell’ Unione Camere Penali Italiane e nel 2012, il titolo di Master di II Livello in Scienze forensi presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza. Autrice di pubblicazioni scientifiche e dei libri: “La vera storia del mostro di Firenze” e “Suoni dal buio. Appunti di musica, cronaca a visioni”, è spesso ospite in qualità di esperta in programmi televisivi e radio nazionali.

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