Giustizia e Criminologia

L’ingiusta detenzione e gli errori giudiziari: cosa c’è da sapere

I casi di riparazione per ingiusta detenzione si devono distinguere da quelli di riparazione derivante da errore giudiziario. Ecco le cifre.

Ad oggi è molto difficile produrre statistiche aggiornate e precise sugli errori giudiziari e sui casi di ingiusta detenzione in Italia. Questo perché, nonostante la legge n. 47 del 16 aprile 2015 imponga di comunicare tutti i dati entro il 31 gennaio di ogni anno, gli ultimi pervenuti dal Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, risalgono alla fine di novembre del 2018. C’è da chiarire che i casi di riparazione per ingiusta detenzione si devono distinguere da quelli di riparazione derivante da errore giudiziario. Nel primo caso ci si riferisce, infatti, alla detenzione subita in via preventiva prima dello svolgimento del processo e perciò prima della condanna eventuale, mentre nel secondo, si parla di una condanna alla quale sia stata data esecuzione e di un successivo giudizio di revisione, instaurato a seguito di una sentenza irrevocabile di condanna che, in base ad altre prove o alla dimostrazione che la condanna è stata pronunciata erroneamente, porta all’assoluzione del condannato.

Ingiusta detenzione ed errore giudiziario, cosa dice il codice di procedura penale?

Secondo le disposizioni degli articoli 314 e 315 del codice di procedura penale, all’imputato è, pertanto, riconosciuto un vero e proprio diritto soggettivo ad ottenere un’equa riparazione per la detenzione subita ingiustamente, diritto che è stato introdotto in adempimento di un preciso obbligo posto dalla Convenzione dei diritti dell’uomo (ex art 5, comma 5, C.E.D.U.). Nonostante le difficoltà attuali connesse all’acquisizione di tutti i dati disponibili si può, però, affermare che dal 1992 (anno a partire dal quale si ha riscontro circa la contabilità ufficiale delle riparazioni per ingiusta detenzione presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze) al 30 settembre 2018, si sono registrati oltre 27.200 casi di ingiusta detenzione, per una spesa che sfiora i 740 milioni di euro di indennizzi.

La contabilità relativa agli errori giudiziari parte invece dal 1991 ed arriva fino al 30 settembre 2018, registrando 144 casi. Per la spesa in risarcimenti, non avendo il Ministro fornito i dati relativi al 2018, ci si ferma al 2017 e si registra un ammontare di circa 46 milioni e 733 mila euro (quasi 3,9 milioni l’anno). È in questo contesto che fa discutere il caso di errore giudiziario ad oggi più grave della storia processuale italiana: quello di Giuseppe Gulotta. Esso che si collega, infatti, tristemente anche ad un altro argomento terribile che sta finalmente venendo alla luce e cioè quello delle torture di cui sono spesso vittime i soggetti ristretti. 

La vicenda processuale di Giuseppe Gulotta

La storia di Giuseppe Gulotta inizia ad Alcamo Marina nel 1976, quando due carabinieri vengono trovati uccisi in caserma. Le indagini vengono da subito condotte in modo superficiale e frettoloso, tanto che tra le decine di persone attenzionate figura persino Peppino Impastato. Gli omicidi vengono confessati dopo poco tempo da quattro giovani del luogo, tra cui uno con evidenti problemi psichici ed un altro di appena 18 anni, che è il muratore Giuseppe Gulotta. Quando il ragazzo viene condotto finalmente con un avvocato davanti al magistrato, ritratta senza esito quanto dichiarato, tanto che nel 1990, dopo un lungo procedimento, viene condannato definitivamente all’ergastolo.

Nel marzo 2012, però, dopo ben 22 anni di carcere, Gulotta viene assolto dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria che, a seguito della Revisione del processo, stabilisce come la confessione resa all’epoca venne estorta con sevizie e torture da parte dei militari dell’Arma, che ottennero le dichiarazioni utilizzando metodi disumani quali acqua e sale in gola, pestaggi e scariche elettriche ai testicoli. Gulotta, arrestato a 18 anni e dopo aver perso i migliori anni della propria vita, ottiene così un risarcimento di 6,5 milioni di euro per ingiusta detenzione, che è la cifra più alta che lo Stato italiano abbia mai stabilito per riparare ad un errore giudiziario.

Il ricorso di Gulotta contro l’Arma dei carabinieri

I legali dell’uomo depositano, dunque, una nuova richiesta di risarcimento all’Arma dei carabinieri di 66.247.839,20 euro, conteggiando tutti i danni non patrimoniali (morali ed esistenziali) subiti, ma l’avvocatura di Stato si oppone, ritenendo che i 6 milioni e mezzo sarebbero sufficienti a ripagarlo dell’ingiusta detenzione ed escludendo, così, che Gulotta sia stato anche vittima di torture. Nonostante quanto affermato sia provato e riscontrato all’esito di un procedimento penale di revisione, avviato anche grazie a quanto dichiarato da un carabiniere in pensione che confermava i “metodi investigativi” messi in atto all’epoca dai suoi colleghi.

Quello che si evince da questa storia è, pertanto, il fallimento totale dello Stato Italiano che, attualmente, non solo si trova quasi ad agire da un punto di vista argomentativo contro se stesso, riconoscendo da un lato l’errore giudiziario e dall’altro negando le torture subite da Giuseppe Gulotta, ma che dopo anni di indagini e di processi non dà alcuna risposta all’omicidio dei due giovani carabinieri di Alcamo, il cui caso resta irrisolto.

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Chiara Penna

Avvocato penalista e Criminologa, ha conseguito nel Marzo 2017 il titolo di Avvocato penalista specialista presso la Scuola di Alta formazione dell’Avvocato penalista dell’ Unione Camere Penali Italiane e nel 2012, il titolo di Master di II Livello in Scienze forensi presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza. Autrice di pubblicazioni scientifiche e dei libri: “La vera storia del mostro di Firenze” e “Suoni dal buio. Appunti di musica, cronaca a visioni”, è spesso ospite in qualità di esperta in programmi televisivi e radio nazionali.

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