La Riva della Moka

Delitto all’Università della Calabria: Lou Palanca indaga

Lou Palanca sbarca all'Università della Calabria e confeziona un noir dal sapore antico e dalla sensibilità attuale, ambientato nel campus.

Ogni genere letterario ha la sua stagione di gloria. E tutti vogliono cimentarsi a raggiungerne le vette. È successo per la poesia e la moda dei libri a pagamento, è successo per la saggistica internazionale o di mafia, è successo per le autobiografie di viventi (poco) immortali. Visto lo sciocchezzaio che viene fuori dai commenti ai casi di cronaca o ai trend dell’attualità, presto avremo un’aforismatica dell’idiozia. Fatto sta che ci troviamo ancora al momento della tigre del giallo e del noir, e nessuno si nega il suo thriller fatto in casa scimmiottando modelli altrui. Ecco perché, per preservare l’attitudine raffinata e sperimentale del genere, è più che mai necessario che ad esso dedichino incursioni non estemporanee gli autori veri.

Tra i pochi capofila della resistenza possiamo oggi inserire anche i Lou Palanca, combo di scrittori calabresi che, in verità, temi affini al mistero e all’irrisolto aveva già toccato in due fortunati volumi come “Blocco 52” (dedicato a un sindacalista ucciso per ragioni ancora ignote) e “A schema libero” (incentrato sulle reticenze alle violenze di piazza). Oggi il gruppo sbarca ad Arcavacata e confeziona un noir dal sapore antico e dalla sensibilità attuale, ambientato tra i blocchi del campus, “Mistero al cubo”, per i tipi di Rubbettino (Soveria Mannelli, 2019). 

A morire in circostanze a dir poco sospette e in pose che rimandano a un’alcova malriuscita è un luminare degli insegnamenti penalistici, uomo di potere, forse, ma certo di rare complessità e contraddizioni: con le donne, col lavoro, con la professione legale, coi compromessi della vita. Il romanzo, bello nel genere, ma con in più il tocco di raccontarsi volta per volta col linguaggio dei suoi personaggi (vittima compresa), ha una fittissima prima linea di toni e caratteri ed è complicato distribuire le pettorine dei protagonisti e quelle dei comprimari.

I Lou Palanca ritraggono in fondo il mondo dell’università per tipi finanche macchiettistici, ma che nelle miserie e nei punti di forza affrescano il lato umanamente più esausto del sapere universitario in questo Paese. C’è il precario di valore che ha rinviato la vita al momento della sistemazione e che galleggia la mortificante routine del saltare da un contratto all’altro. C’è una dottoranda disinvolta che però non è solo futilità e arrivismo, ma una certa tempra e una certa scaltrezza appresa dal basso del mondo (non solo del suo). C’è l’eterno secondo, il talentuoso antiaccademico che non arriva ai piani altissimi perché non digerisce le commistioni e le compiacenze e semina educatamente un dire altro, un agire diverso (chissà poi fino a che punto). C’è l’antagonista di famiglia altolocata o, almeno, senza la pressione sistematica della difficoltà economica, che predica e pratica un’alternativa che tuttavia alternativa tutta sua sola sembra destinata a restare… 

Con “Mistero al cubo” i Lou Palanca hanno tratteggiato un ritratto impietoso dell’esistente, dove i difetti sono caricati con toni ruvidi non certo per posa, ma per consentire alla parola scritta di avere quell’affresco iper-realista che è destinato ad apparire surreale anche quando ci racconta, quasi cronachisticamente, ciò che rischiamo di diventare o che stiamo diventando. E c’è in fondo, più importante dello stesso coté letterario, un commento amaro sull’occasione sprecata – vinta a metà, o più che a metà, ma proprio per questo non vinta appieno – degli atenei nel Sud Italia.

Al momento della loro apertura e della lunga fase provvedimentale che ne ha preceduto le aule e i mattoni, sembravano la salvezza di regioni e generazioni e in parte lo sono stati. Hanno dato a un popolo il diritto di non dovere a tutti i costi emigrare per studiare. Hanno creato delle professionalità che in tanti settori, anche quelli giuridici, hanno dato lustro alle origini e creato dei ponti. Eppure si sono scontrati o finanche integrati con gli spiriti predatori, col lassismo burocratico delle riforme frenetiche e inconsistenti, con la rassegnazione di un mondo che lotta e ha lottato per la sua libertà, ma evidentemente non sempre scegliendosi le armi giuste. 

È un’università dolceamara quella che ne viene fuori, anzi più amara che dolce, più dolente che sconfitta, ma comunque in trepida difficoltà. Un’università che ha portato reti sociali, reti commerciali, reti immobiliari, reti scientifiche: senza un pensiero direzionale e meridiano, poca cosa. Quelle reti hanno a un certo punto imboccato la smagliatura del presente contro la bellezza del futuro. E i due segugi che indagano sul cadavere del professor De Vitis sono in fondo il riflesso del nostro sguardo che investiga sull’avvenire oggi negato alla forza del sapere e alle istituzioni sane dell’istruzione specialistica. Passa la notte e, dopo la festa, guardiamo il ponte, tra un cubo e l’altro, lasciare piccole nicchie alla prima luce del giorno. Ché in fondo i giorni … i giorni arrivano sempre. 

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Domenico Bilotti

Domenico Bilotti, docente di "Diritto delle Religioni" e "Storia delle religioni" presso l'Università Magna Graecia di Catanzaro. Ha svolto attività di ricerca e di studio in atenei americani ed europei. Ha pubblicato volumi e saggi in materia di laicità dello Stato, tutela dei diritti umani, garantismo penale e diritto di famiglia.

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