Minamò

Il secondo (secondo me)

Siamo dinanzi ad una squadra bipolare, ma vorrei che Braglia spiegasse ai suoi che la scorsa stagione è già in archivio negli almanacchi. L'altro giorno ho parlato con Lucarelli...

Ci sono due facce che riassumono la partita del Cosenza a Perugia. La prima è quella di Capone, dopo il palo colpito sull’1-0 con un tocco sotto sull’uscita provvidenziale di Perina (troppo incerto, invece, sui due gol subiti). Dragomir dopo l’espulsione per il faccia a faccia con Machach, nei minuti di recupero, è la seconda.

Il valore di una squadra si misura sempre attraverso gli avversari, e la sfida del Curi non ha fatto eccezione. Il volto di Capone, poco prima della mezz’ora di gioco, è quello di chi ha appena fallito una clamorosa occasione da gol, talmente facile da convincerlo che gliene capiteranno altre perché la squadra che ha di fronte è davvero poca roba. Dopo l’accesso agli ottavi di Coppa Italia, lunedì il Perugia di Oddo aveva l’opportunità ghiottissima di salire anche al secondo posto in classifica. E l’espressione di Dragomir al 92esimo racconta lo sconcerto di chi non si capacita della trasformazione tecnica e agonistica del Cosenza nell’arco del secondo tempo.

E sinceramente non ce ne capacitiamo nemmeno noi. Perché del resto, se facciamo due conti, dopo la vittoria con la Cremonese, nelle quattro gare successive i Lupi sul campo hanno avuto la possibilità concreta di conquistare almeno dieci punti (saremmo noni, per dire, con Empoli e Pescara). Sono andati in vantaggio a Trapani, Ascoli e con lo Spezia, e rischiato di vincere anche in Umbria. C’è però questo curioso contrattempo, che vede le partite durare 90 minuti. E, nell’arco dell’intera gara, il Cosenza non ha davvero meritato più dei 3 punti ottenuti. Anche al netto di alcuni clamorosi errori arbitrali.

Dopo 15 giornate, in estrema sintesi, siamo di fronte a una squadra “bipolare”. Il primo tempo di Ascoli e il secondo di Perugia sono state forse tra le migliori prestazioni dell’era Braglia, ma la ripresa al Del Duca e la prima frazione del Curi hanno quasi fatto sembrare i Lupi un “portoghese” in serie B. Qual dunque è il vero Cosenza?

Per rispondere, sono costretto a prenderla larga. E raccontarvi una chiacchierata, qualche giorno fa, con il buon Cristiano Lucarelli – oggi tecnico del Catania. A un certo punto, com’era prevedibile, siamo finiti a parlare del Cosenza, ed è sempre bello vedere come un giocatore che vestì il rossoblù appena per una stagione continui a seguire i destini dei Lupi a distanza di vent’anni (a proposito di “appeal”). Le sue parole mi hanno riportato a una vecchia canzone di Caparezza, quella che “il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista”.

Lucarelli in sostanza diceva: «Il primo anno per una neopromossa paradossalmente è il più facile, soprattutto se si conferma il blocco che ha conquistato sul campo la serie B. Tutti vogliono mettersi in mostra, tutti sono ansiosi di dimostrare di valere la categoria, tutti giocano col sangue agli occhi. E, se le cose vanno bene, la stagione seguente c’è un calo di concentrazione quasi fisiologico. Qualche giocatore si rilassa, altri pensano al rinnovo o allo svincolo, e i risultati ne risentono».

Lucarelli parlava in linea generale, ci tengo a dirlo, ma a me è venuto in mente quello che accadde al Cosenza nel 1989-90, dove molti protagonisti delle cavalcate con Di Marzio e Giorgi degli anni precedenti, subirono la stessa flessione, anche per motivi anagrafici. Ci tengo a dirlo: non è un’accusa di “poco impegno” o di “scarso valore”. In fondo è umano, purtroppo, rilassarsi dopo un buon risultato, ma chi si gongola troppo a lungo finisce per rientrare nei ranghi dei mediocri. Quell’anno Ciro Muro, arrivato a Cosenza per rilanciarsi a 25 anni, segnò il suo destino successivo: l’ex vice Maradona nel Napoli del primo scudetto avrebbe chiuso la carriera tra Messina, Taranto, Ischia, Matera e Albanova. Triste, solitario y final.

Prima della gara con lo Spezia, scrissi che l’organico attuale è più forte di quello di un anno fa. Ne è nato un dibattito, anche in privato, con amici e colleghi, che mi ha costretto a domandarmi se avessero ragione loro o se dovessi invece tenere il punto. Ho deciso di tenere il punto. E vi spiego perché.

Tattica, tecnica e agonismo sono i tre parametri principali su cui va giudicata una squadra. Se rimonti la gara a Frosinone, Cittadella e Perugia, se metti alle corde il Benevento, se vai in vantaggio ad Ascoli, vuol dire che i primi due check (tattica e tecnica) li hai passati. Possiamo discutere all’infinito sul fatto che Monaco non sia Dermaku, che Palmiero e Tutino erano un’altra cosa, ma (credetemi) ci racconteremmo una balla. Parliamo ovviamente di tre giocatori molto forti, visto che Kastriot gioca con scioltezza in serie A e Luca è in predicato addirittura di tornare a Napoli a stagione in corso. Ma quello che manca davvero di questi tre atleti è il carattere che Braglia riuscì a tirare fuori da ciascuno di loro.

Per fare un esempio (ma potrei farne molti altri, in questa rosa), quando penso al Pierini visto in campo al Curi, rivedo a tratti il Tutino della prima stagione in rossoblù. Tecnicamente ineccepibile, capace di alternare numeri sorprendenti (l’azione che porta all’1-1) a leziosismi irritanti. E in fondo pure Palmiero diventò un signor regista, anche in B, grazie a un paio di panchine punitive che Braglia gli impose perché entrasse nel ruolo e non forzasse continuamente la giocata.

Braglia, appunto. Quando il tecnico toscano dice «La personalità non si allena, è una dote innata», sostiene una mezza verità. L’altra metà sta in una frase di Vince Lombardi, forse il più grande tecnico di football americano: «Se molli una volta, diventa un’abitudine». Nel primo tempo di Perugia il Cosenza non ha vinto un contrasto. Nella ripresa, non ne ha perso nemmeno mezzo. E avrebbe persino meritato i tre punti.

Così, in vista delle prossime quattro gare (Pordenone e Empoli in casa, Pisa e Juve Stabia fuori), mi piacerebbe che Braglia spiegasse ai suoi che la scorsa stagione è già in archivio negli almanacchi. Prendano esempio dalla fame di gente come Riviere, da quel gol del 2-2 strappato a morsi. Se non se ne fossero ancora accorti, ad agosto è iniziato un altro campionato. E, se il Cosenza è la quartultima in classifica, loro al momento sono i quartultimi atleti della cadetteria.

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Andrea Marotta

Andrea Marotta (Cosenza, 1982) è sposato con Sara ed è padre di tre figli (Arianna, Caterina e Tommaso). Si è laureato a Perugia in Scienze della Comunicazione nel 2005. Giornalista professionista dal 2009, ha collaborato con Tam Tam e Segnali di Fumo, Il Quotidiano della Calabria, Calabria Ora, Il Firenze, Il Mucchio Selvaggio e L'Espresso. Lavora in Rai dal 2008, a Firenze dal 2013. E' autore di due libri: "Io Raimondo Ricci, memorie da un altro pianeta" (con Domenico Guarino, Sagep Editore) e "Eravamo tanto amati" (con Andrea Lattanzi e Domenico Guarino, Effigi Editore). Nel 2018 ha vinto il Premio Ghinetti - Sezione Giovani.

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