Giustizia e Criminologia

I braccialetti elettronici possono risolvere il sovraffollamento delle carceri

I braccialetti elettronici da quasi 20 anni restano in molti casi inapplicati perché non disponibili e molti detenuti restano in carcere.

«Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni» scriveva nel 1866 Fëdor Dostoevskij in “Delitto e Castigo”. Ed il punto è proprio questo: senza bisogno di estendere il concetto all’idea della pena e del processo penale che attualmente si sta diffondendo nel nostro Paese, in Italia si registra un rovinoso regresso del pensiero evoluto. Con sessantamila detenuti, di cui più di un terzo stranieri, uno su tre affetto da disturbi psichiatrici, due su tre tossicodipendenti o alcoldipendenti, per appena 47 mila posti disponibili, invece di dare applicazione a norme già esistenti che potrebbero migliorare la situazione, l’unica proposta acuta che arriva dal Ministro alla Giustizia è quella di aprire nuove carceri riadattando vecchie caserme.

Eppure una soluzione immediata è sotto gli occhi di tutti da anni e sarebbe il semplice ricorso alle misure alternative alla detenzione, tanto ostacolate poiché confuse volutamente con una quasi totale libertà, che minerebbe il principio della certezza della pena. Informazione errata, perché il ricorso alle principali misure alternative alla detenzione quali: l’affidamento in prova al servizio sociale – con rigidi programmi da seguire all’esterno del carcere ed un controllo costante da parte degli assistenti sociali e del magistrato – la semilibertà, con la possibilità di uscire durante il giorno per recarsi al lavoro e tornare la sera a dormire in istituto, la detenzione domiciliare, non solo hanno dimostrato di essere molto più efficaci in termini di abbattimento della recidiva, ma riducono il sovraffollamento e costano notevolmente meno allo Stato. 

La funzione dei braccialetti elettronici

Le misure alternative, infatti, non solo hanno più senso del “non fare nulla” all’interno del penitenziario, ma hanno il loro carico di afflittività poiché il condannato non ha alcuna libertà, deve attenersi rigidamente alle disposizioni del magistrato ed è costantemente sorvegliato. Lo sarebbe ancora di più ed il numero dei detenuti si ridurrebbe ulteriormente, se si potesse dare attuazione agli artt. 275 bis C.P.P. e 58 quinquies dell’ Ordinamento Penitenziario. Le norme in questione introducono, infatti, l’uso dei braccialetti elettronici per gli arresti domiciliari e costituiscono uno dei più importanti rimedi al problema del sovraffollamento, soprattutto se si pensa all’elevato numero di persone ristrette in via cautelare. Tali dispositivi, però, da quasi 20 anni, restano in molti casi inapplicati perché non disponibili e molti detenuti in attesa di giudizio che ne avrebbero diritto, restano in carcere.

La circostanza diventa ancora più inquietante se si considera che il bando per la fornitura che aveva ad oggetto 12.000 braccialetti è stato aggiudicato da quasi due anni, il servizio sarebbe dovuto partire nell’ottobre 2018, ma ciò non è accaduto a causa del ritardo da parte del Ministero dell’Interno della nomina della commissione di collaudo: in poche parole, il ministero dell’Interno non ha rispettato i tempi in modo da garantire la loro entrata in funzione e le liste di attesa dei detenuti che potrebbero uscire, ma che non possono farlo perché manca la disponibilità dello strumento di controllo, aumentano. I braccialetti elettronici sarebbero del resto anche utili alle forze dell’ordine, che potrebbero così evitare di impegnare il personale per i controlli giornalieri dei detenuti ammessi a fruire di misure detentive domiciliari.

Bloccato il provvedimento dell’ex ministro Orlando

Ed è così, dunque, che l’Italia – c’è da dire insieme al Regno Unito, alla Polonia, alla Germania e alla Spagna – resta immobile dal 2013 di fronte ad un vero e proprio problema strutturale che investe il sistema carcerario, nonostante la Corte di Strasburgo l’abbia condannata più volte al pagamento di migliaia di euro di risarcimento per trattamento inumano e degradante a favore di alcuni detenuti. D’altra parte il tentativo di favorire provvedimenti alternativi promosso dall’ex ministro della Giustizia Orlando nel 2017, è stato letteralmente bloccato dal successivo governo gialloverde che, come è noto, invece di intervenire in tal senso e magari depenalizzare alcuni reati esistenti, ha fomentato la tendenza ad introdurre nuovi reati per ogni (reale o presunta è da verificare) “emergenza sociale”.

Lascia perplessi, dunque, non solo l’inerzia del ministero, ma anche l’ottusità del legislatore che, pur essendo consapevole dell’impossibilità oggettiva di intervenire e rendere efficaci le norme già vigenti, ne introduce delle altre solo a fini propagandistici. Esempio lampante è quanto disposto con il c.d. “Codice Rosso” che, tra le tante disposizioni poco risolutive del problema, introduce all’art. 15 la disposizione che rimanda all’art. 275 bis c.p.p. e dunque all’utilizzo del braccialetto elettronico per gli stalker. Disposizione irrealizzabile ed incapace di fornire alcuna tutela alle presunte vittime di atti persecutori, visto il numero di detenuti in attesa di dispositivi che non arriveranno mai.

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Chiara Penna

Avvocato penalista e Criminologa, ha conseguito nel Marzo 2017 il titolo di Avvocato penalista specialista presso la Scuola di Alta formazione dell’Avvocato penalista dell’ Unione Camere Penali Italiane e nel 2012, il titolo di Master di II Livello in Scienze forensi presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza. Autrice di pubblicazioni scientifiche e dei libri: “La vera storia del mostro di Firenze” e “Suoni dal buio. Appunti di musica, cronaca a visioni”, è spesso ospite in qualità di esperta in programmi televisivi e radio nazionali.

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