La Riva della Moka

Se la Regione lascia indietro Cosenza, lascia indietro se stessa

Infrastrutture, barriere architettoniche, deficit dei rifiuti: la città di Cosenza sembra essersi eclissata dal dibattito, eccezion fatta per le ambizioni o i nomi del suo personale politico.

Al netto della riforma costituzionale del 2001, l’ente regione è stato una scommessa persa. Doveva decentralizzare con metodo e virtuosismi; è diventato un centro di spesa che ha spolpato gli altri enti esponenziali che devono, con meno fondi, garantire la medesima interfaccia alla cittadinanza (come le province, che sul piano ordinamentale avevano dimostrato di poter funzionare).

Nella storia recente del diritto italiano, queste sostituzioni di ingegneria istituzionale portano spesso danni, se vediamo come è finita la transizione dalle preture ai “nuovi” uffici del giudice di pace, per stessa ammissione dei tanti professionisti coinvolti sull’uno e sull’altro fronte. La riforma Boschi-Renzi, se poche frecce pur poteva avere al suo arco, rimodellava le competenze e ribilanciava i poteri dello Stato; in una mentalità amministrativistica come quella italiana, certo, una riforma senza contrappunti attuativi avrebbe tuttavia aumentato e male e troppo il contenzioso tra Stato e Regioni. Già di suo elefantiaco. 

Andiamo all’oggi e a una esangue campagna elettorale dove si sprecano solo i personalismi, gli arrocchi e i trasformismi. La città di Cosenza sembra essersi eclissata dal dibattito, eccezion fatta per le ambizioni o i nomi del suo personale politico. Sul piano operativo e concreto, la discussione non è sfiancata: non sembra esistere proprio. Peraltro, una classe politica può far molto, nel quadro delle relazioni locali, anche quando non esprime un proprio candidato. In decenni non lontani, politici cosentini, senza avere specifico ruolo negli esecutivi centrali e periferici, hanno tuttavia monetizzato il loro interessamento – forse con tipico peronismo meridionale, ma certo incrementando le possibilità rappresentative della città. 

Oggi siamo in stallo, e su temi qualificati e qualificanti. Progetti inter-universitari di coordinamento regionale dell’istruzione specialistica non se ne sono visti, con responsabilità anche d’impresa, che non valorizza (non sui redditi, non sulle mansioni, non sulle conoscenze) le professionalità che qui talvolta si formano con competenza e dedizione. La mobilità interna è… immobile; e, si badi, non si tratta di lanciarsi in discettazioni (che pure, siamo certi, sentiremo!) su grandi opere, nuove infrastrutture e torte miliardarie. Si dovrebbe mappare i nodi critici che già esistono e che sono perdipiù collegatissimi all’inesistente autodifesa del territorio dagli agenti atmosferici e dall’inquinamento. Un territorio regionale, anche urbano, che ha barriere architettoniche e deficit di raccolta dei rifiuti; dove le esperienze virtuose di accoglienza non comunicano abbastanza tra loro, non essendoci nemmeno gli strumenti istituzionali del raccordo e tutti ben stanno nelle vesti dei corifei del buono proprio e del male altrui. Dove, ancora, i borghi si spopolano impietosamente, facendo di converso crollare i valori immobiliari. Qui non è questione se voti il 99, il 5 o il 51% della popolazione; se diventi presidente Messi, Garibaldi o il cantante degli Aerosmith. Qui è da vedere se sta ancora spazio per la Calabria nelle politiche statali ed europee di gestione. Ora come ora no; siamo taciturni confinati nel livore della nostra mancanza. 

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Domenico Bilotti

Domenico Bilotti, docente di "Diritto delle Religioni" e "Storia delle religioni" presso l'Università Magna Graecia di Catanzaro. Ha svolto attività di ricerca e di studio in atenei americani ed europei. Ha pubblicato volumi e saggi in materia di laicità dello Stato, tutela dei diritti umani, garantismo penale e diritto di famiglia.

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