Minamò

E’ il momento di essere impazienti

Domenica pomeriggio, al fischio finale del Menti, ho ripreso in mano il libro che ho iniziato durante queste vacanze. L’autore, David Peace, è uno dei migliori scrittori viventi sul calcio. Chi conosce la materia, ricorderà Il maledetto United, dal quale fu tratto anche un gran film, sul naufragio di Brian Clough alla guida del Leeds.

Io sto leggendo Red or dead, che invece è dedicato a un altro allenatore inglese leggendario: Bill Shankly, l’uomo che ha trasformato il Liverpool da squadra di seconda divisione a colonna del calcio internazionale. L’uomo che spiegò come il calcio non sia questione di vita o di morte, come pensano alcuni, ma una cosa molto più seria. Nelle pagine che sto leggendo ora, il Liverpool se la passa malissimo. Tornato in Premier League nel 1962, la conquista nel 1964 e nel 1966 (quando perde anche una finale di Coppa delle Coppe). Da allora, solo piazzamenti. Un deserto, si ripete Shankly, non andiamo da nessuna parte. Ci vorrà il 1972-73 per tornare a vincere. In tutto questo tempo, Bill non viene mai messo in discussione e la società continua a comprare alcuni tra i migliori giocatori in circolazione. E tuttavia lui non riesce a capire perché vada tutto storto, perché continuino a vincere gli altri. Comincio a scrivere dunque questo articolo dopo essere arrivato a leggere queste righe. In un altro campionato che si rivelerà di transizione, Shankly riflette sul ruolo dell’allenatore. “Sapeva che dovevi essere paziente. Anche se per natura eri impaziente. Impaziente di successi, impaziente di vittorie (…). Anche se la gente intorno a te ti diceva cosa andava fatto (…) dovevi essere un impaziente molto paziente”.

Non azzarderò un paragone tra Bill Shankly e Piero Braglia nemmeno se fossi sospeso sul ciglio del viadotto Bisantis con un morzeddhu tra le fauci, ma invidio molto la pazienza con cui il tecnico grossetano ha affrontato quel lunghissimo mese tra il 2-2 di Trapani e la sconfitta con il Pordenone. Intendiamoci. Il Cosenza, oggi, sarebbe retrocesso. Eppure il confronto con la scorsa stagione ci dice molte cose. La prima: un anno fa, con 19 punti, i Lupi avevano cinque squadre alle spalle. Il terzultimo posto e i 20 punti di oggi, invece, bastano appena a stare davanti a Livorno e Trapani. È l’effetto di una B livellatissima – per differenza reti i Lupi sono sullo stesso piano di squadre come Cittadella, Ascoli e Perugia – dove tutto è ancora possibile. La seconda: rispetto allo scorso girone d’andata, il Cosenza ha segnato 8 gol in più, che corrispondono più o meno alle marcature di Emmanuel Rivière. Va invece molto peggio quanto a reti subite (22 oggi): tra le 23 di allora, infatti, c’era lo 0-3 a tavolino contro l’Hellas Verona e il 4-0 con lo Spezia. I rossoblù 2019-20 non hanno mai subito imbarcate, ma hanno conservato la porta inviolata solo contro Crotone, Cremonese ed Empoli (contro le 5 delle prime 19 giornate di un anno fa). 

Dopo la sconfitta col Pordenone, scrissi che il Cosenza era capace di tutto – persino di vincere le tre successive partite. Non ci sono andato lontano. E, se allarghiamo il discorso agli ultimi cinque turni, si scopre che solo le prime quattro in classifica, Spezia e Juve Stabia hanno fatto meglio. Soprattutto contro Pisa ed Empoli, si è vista finalmente una squadra gagliarda nel pressing e sulle seconde palle, che pare essersi scrollata di dosso la paura che l’ha attanagliata per buona parte del torneo. È la nota più positiva da prendere e portare a casa prima della sosta. In questo, poche storie, Braglia è stato fondamentale. Questo intendevo – e questo continuo a intendere – quando dico che l’allenatore che abbiamo è l’unico capace di tirarci fuori dai guai. Tutti gli allenatori sbagliano – anche Bill Shankly sbagliava –, ma è la “pazienza infinita” a fare la differenza. E Braglia, dai playoff promozione alla salvezza di sette mesi fa, ha dimostrato di avere i polpastrelli adatti a trarre il meglio da situazioni così difficili.

Ora però è arrivato il momento dell’impazienza. Non servono rivoluzioni – altri in B ne avranno bisogno. Le rivoluzioni sono destabilizzanti e costringono a ripartire da zero. E qui, per fortuna, si riparte da 20. Braglia sa, per esempio, di avere tra le mani un signor centravanti (Rivière) e un buon pacchetto di ali. Carretta (e le sue condizioni di salute) e Pierini (al momento al 5% del suo potenziale) sono le vere incognite. Se c’è invece qualcuno che ha bisogno di cambiare aria (per il suo bene) è Litteri: dopo dodici mesi senza neanche un gol, un girone di ritorno da riserva di Rivière a 30 anni sarebbe una pietra tombale per la sua carriera (e un problema per lo spogliatoio). Ovviamente, al suo posto, dovrebbe arrivare qualcuno. Braglia sa anche, in difesa, di avere in Lazaar (se sta bene) e D’Orazio una fascia sinistra di alto profilo e di poter contare, a destra, su due terzini volenterosi, oltre che su uno dei migliori portieri della B (Perina). Quel che serve come il pane, invece, è uno (o due, se parte qualcuno) difensori centrali, per affiancare Idda, Legittimo, Monaco e Capela – di Schiavi non abbiamo notizie da mesi. In mediana, a gennaio, accanto a Bruccini, rientrerà Kanouté. Greco (utinam, con rispetto parlando) pare vicino alla cessione. Broh ha mostrato di meritare un po’ di spazio in più. Il vero problema sembra Sciaudone e la sua collocazione tattica: i tre gol messi a segno finora sono arrivati (non a caso) prima della svolta al 3-4-3, nel quale appare un pesce fuor d’acqua. Anche qui credo che serva un acquisto, o due se parte qualcuno.

Tre o cinque innesti, dunque. Non c’è bisogno di fenomeni. Stavolta la testa, le motivazioni, l’esperienza (o, al suo posto, la voglia di emergere) saranno più importanti dei piedi. Serve gente fisicamente pronta e serve che arrivi presto. Perché il girone di ritorno comincerà con quattro sfide da far tremare i polsi: Crotone e Benevento in casa, Pescara e Salernitana fuori. Al pubblico del Marulla, demoralizzato e svilito, è bastata una vittoria contro il Pisa per alzare la propria asticella e spingere i rossoblù a quella preziosissima vittoria conquistata contro l’Empoli e seguire la squadra in oltre 700 a Castellammare. Adesso è ora che l’asticella la alzi Guarascio. Sul mercato. È ora di essere impazienti.

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Andrea Marotta

Andrea Marotta (Cosenza, 1982) è sposato con Sara ed è padre di tre figli (Arianna, Caterina e Tommaso). Si è laureato a Perugia in Scienze della Comunicazione nel 2005. Giornalista professionista dal 2009, ha collaborato con Tam Tam e Segnali di Fumo, Il Quotidiano della Calabria, Calabria Ora, Il Firenze, Il Mucchio Selvaggio e L'Espresso. Lavora in Rai dal 2008, a Firenze dal 2013. E' autore di due libri: "Io Raimondo Ricci, memorie da un altro pianeta" (con Domenico Guarino, Sagep Editore) e "Eravamo tanto amati" (con Andrea Lattanzi e Domenico Guarino, Effigi Editore). Nel 2018 ha vinto il Premio Ghinetti - Sezione Giovani.

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