La Riva della Moka

Galeazzo di Tarsia, demone e lirico del Cinquecento calabro

Il professore Domenico Bilotti ripercorre la storia di Gaelazzo di Tarsia, nato a Napoli e signore di Belmonte, morto nel 1553. Ecco chi era.

Esistono artisti e letterati per cui è pressoché impossibile convergere su questioni biografiche e bibliografiche univoche. Soprattutto quando personalità del genere siano finite travolte, a torto o a ragione, nella temperie del tempo da loro vissuto. Non fa eccezione Galeazzo di Tarsia, nato a Napoli e signore di Belmonte, morto nel 1553 ad appena trentatré anni e dopo una vita vissuta a dir poco pericolosamente. Ci resta un “canzoniere” molto scarno, eppure già incisivo: poche decine di componimenti. Addirittura a lungo tempo ci si chiese se parte di quell’opera non fosse erroneamente attribuitagli, ma appartenente in realtà a un avo omonimo di alcuni decenni prima; vi fu persino chi ne mise in dubbio le doti di versatore, ritenendo che molti di quei guizzi creativi fossero spunti dei posteri affastellati, in modo emulativo, su un ancor più scarno canzoniere originale.

Tutte queste piste sembrano esser state superate e i componimenti oggi attribuiti all’umorale nobile di natali partenopei pare possano realmente dirsi frutto della sua opera. Ma chi può dirlo con certezza? Guardare all’archivistica, religiosa e civile, del XVI secolo calabrese è una via di mezzo tra un labirinto e una corsa a ostacoli: giuridichese che segnava il passo rispetto alle turbolente esigenze sociali, clausole di stile, documenti dispersi, roghi della più varia natura e una dedizione compilativa spesso prossima allo zero. Superato almeno nelle linee di fondo il problema della paternità dell’opera, non è più incentivante scorrere la biografia dell’A.; sappiamo che fu confinato a Lipari e non sappiamo esattamente il perché: esercitò in modo troppo dispotico la sua baronia, abbandonandosi ad atti predatori contro il suo popolo, o alla fin fine si mise di traverso al potere regio, disapplicandone norme, usi e decreti?

A Belmonte la sua signoria fu attribuita per il maggiorascato – una delle “spie” che spinsero Le Goff a datare la fine del Medioevo calabrese addirittura tra il XVIII e il XX secolo. La trasmissione ereditaria del potere feudale, in effetti, non può dirsi tipica di una modernizzazione del diritto; paralizza i possedimenti, favorisce l’immobilizzazione patrimoniale, non crea redistribuzione né attraverso la norma pubblica né attraverso i privati commerci. E sempre in una rivolta antifeudale pare trovò la morte, in una irrisolta via di mezzo tra un tumulto spontaneo e una congiura che nel territorio tirrenico andava da tempo maturando. Nel suo “dominio”, Galeazzo fu feroce contro gli oppositori e gli si attribuiscono comportamenti inqualificabili – ma persino legittimati dalla mentalità legale del tempo! – contro le donne, anche sposate e addirittura giovanissime. Se tutto ciò fosse completamente vero, non ci si riuscirebbe a spiegare la grazia sofferta di tanti suoi versi.

La poesia di Galeazzo è stilisticamente intuitiva, segna i presupposti per lo svecchiamento del petrarchismo imbolsito del suo secolo. Preconizza l’utilizzo di un lessico e di figure retoriche che si troveranno in Alfieri e ancor più in Foscolo e Leopardi. Sembra perciò, sul piano compositivo, una gloria locale conosciuta però soprattutto dagli specialisti e non molto battuta dalla manualistica basilare. Eppure è straordinaria anche la varietà tematica: c’è la competizione tra “amor fidei” e amore sensibile, c’è il sollievo e l’estasi dell’amore carnale, c’è una rabbiosa malinconia per la caducità della vita che si traduce in una palpabile inquietudine.

C’è un’esaltazione non di maniera per la bellezza, ma anche la capacità di regalare al sopruso e al destino sguardi che più torvi non si potrebbe. C’è il compianto per le due donne che hanno amato il poeta, al quale d’altra parte sono ascritte moltissime altre, anonime, conquiste amorose, forse persino estorte con la pretesa del suo desiderio. E ci sono squarci di vera beatitudine che proiettano all’infinito l’illuminazione dantesca fin dentro le pieghe più materiali del vissuto: “de le guance i bei fiori e del bel seno contempli i tersi avori a parte a parte, de la bocca le perle ed i rubini” (Rime, XXXIII). 

Il lato ribelle e romantico di Galeazzo di Tarsia rivive a Cosenza in molte cose. Nella concupita bellezza delle sue donne, nei suoi versi che stanno nelle biblioteche e nelle raccolte. Nella via che porta il suo nome, dove ha sede il gruppo di Cosenza Vecchia, che si regala nel quartiere uno spirito di frizzante fratellanza e di genuina ribellione alle menzogne. Ma rivive, a Cosenza, come due volti in competizione sulla stessa moneta, anche il suo lato umorale e dispotico. Rivive nella crassa indifferenza di chi ha spolpato il centro storico, nelle mentalità patriarcali, nel maggiorasco di chi usa il pugno di ferro contro i deboli e il guanto di velluto per i forti. Due mondi in tensione che ricordano la scritta che troneggiava su Combat Rock, un vecchio vinile dei Clash: il futuro non è scritto. 

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Domenico Bilotti

Domenico Bilotti, docente di "Diritto delle Religioni" e "Storia delle religioni" presso l'Università Magna Graecia di Catanzaro. Ha svolto attività di ricerca e di studio in atenei americani ed europei. Ha pubblicato volumi e saggi in materia di laicità dello Stato, tutela dei diritti umani, garantismo penale e diritto di famiglia.

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