Minamò

Imparare a (smettere di) perdere

Sabato scorso ero a Livorno e ho visto una squadra bellissima perdere una partita sfortunata. La squadra, ne ha parlato altrove su questo sito Antonio Clausi, è quella allenata dall’ex tecnico rossoblù Paolo Stringara nel carcere di massima sicurezza delle Sughere. Si chiama “Liberi dentro”. Hanno perso 2-1, immeritatamente. E tuttavia quello che mi ha colpito, a fine gara, sono state le parole di Pablo, uno che è finito dentro per spaccio di droga e a cui ora restano da scontare ancora due anni. In questa squadra, mi ha detto, ho imparato a vincere e a perdere. Quest’ultima parola, prima, non faceva nemmeno parte del mio vocabolario. Ed è una cosa che non avrei mai capito guardando le partite di calcio solo in tv. L’ho capita solo giocando a calcio.Né lui né i suoi compagni hanno parlato di “sfortuna” per spiegare il risultato finale.

Mi ero ripromesso di non scrivere mai a caldo, in questo blog. Invece è trascorsa da poco mezzanotte e sono davanti al computer, un’ora dopo il fischio finale del derby perso 0-1 col Crotone. Il secondo ko consecutivo, dopo due vittorie di fila che ci avevano fatto tirare un sospiro di sollievo.

Lo faccio come terapia. Perché è dura da mandare giù. Soprattutto per via di quel “gol fantasma” – quello di Sciaudone – davvero molto più facile da vedere rispetto a quello che, invece, ha avvantaggiato il Cosenza contro l’Empoli. E poi perché sarebbe troppo semplice ridurre la quarta sconfitta al Marulla soltanto a quell’episodio.

Comincio da tre punti.

1. Anche contro il Crotone, la squadra di Braglia ha mostrato grossi limiti difensivi – che, a dispetto dei gol subiti dal reparto, sono la “croce” di questa stagione. Il gol di Messias è nato in modo fortunoso, ma ci sono state almeno tre chiare occasioni da gol per i pitagorici per chiudere l’incontro. Poca lucidità sotto pressione, scarsa dimestichezza nel far partire la “costruzione bassa” delle azioni, il più delle volte affidata ai lanci lunghi di Perina. Dal mercato, per ora, è arrivato Asencio, un attaccante. Ma è proprio il pacchetto arretrato ad aver bisogno di un innesto importante. E con urgenza.

2. Leggendo la formazione, ero convinto che il trio in mediana Broh-Kanouté-Bruccini sarebbe stata la chiave della partita. Mi sbagliavo. Forse il centrocampista senegalese non era ancora al meglio della condizione. Oppure, più probabilmente, la scelta di Baez sulla corsia destra ha complicato il lavoro della difesa – e, a monte, dei compagni di reparto. È andata un po’ meglio con Sciaudone, che ha obbligato la mediana pitagorica ad abbassare il proprio baricentro. Forse, in una gara così bloccata, avrebbe potuto entrare anche prima.

3. Le note positive arrivano dall’attacco. Machach, a parte qualche rara ingenuità, ha giocato una grossa partita. Rivière resta in attesa di avere qualche pallone potabile in più – l’unico a disposizione lo ha trasformato nella più nitida occasione da gol dei rossoblù, a parte l’erroraccio di Baez e il “gol fantasma”. Anche Carretta è sembrato piuttosto propositivo all’ingresso in campo.

Inutile negarcelo: siamo di fronte al momento più difficile per il Cosenza degli ultimi anni. E davanti c’è un filotto di partite (Salernitana e Pescara fuori, Benevento e Frosinone in casa) da far tremare i polsi, con due sfide salvezza all’orizzonte in trasferta (Livorno e Venezia). Potrei tediarvi con il discorso che “la B è un patrimonio della provincia” e che non si può disperderlo solo due stagioni dopo averla ritrovata, ma non lo farò. Così come mi asterrò da tabelle e quote salvezza, perché la vittorie del Trapani con l’Ascoli, il quarto posto dell’Entella e la Juve Stabia alle soglie della zona playoff spero abbiano convinto tutti su quello che scrivo da mesi – e cioè che siamo di fronte a una B livellatissima, in cui tutto è possibile.

Mi soffermerò invece su quello che ora mi aspetto.

Mi aspetto una presidenza seria. E, spiace dirlo, non lo è una che fa un contratto a termine a un direttore generale – stendiamo un velo, invece, sulla querelle avviata da Petrone. Mi aspetto una società che metta a disposizione del tecnico quelle pedine (almeno un difensore e un centrocampista: Trinchera si sbrighi a trovarli) invocate da tempo. Giuro di essere sobrio mentre ripeto che per me questo organico è più forte di quella dello scorso anno, ma vedo anch’io che non basta. Serve gente di carattere che smuova lo spogliatoio e pronta a entrare in campo.

Mi aspetto anche una squadra che la smetta, giocatore per giocatore, di affrontare le difficoltà di una partita con le spalle basse. Ne ho visti troppi, contro il Crotone. Non è rimuginando sul “gol fantasma” di Sciaudone, né col vittimismo che la squadra ne verrà fuori.

Mi aspetto infine, soprattutto, una reazione da Braglia. La sua convinzione (“Se giochiamo così, ci salviamo”, ha ripetuto a fine gara) mi conforta, ma non basta. Spero che non sia una maschera. Molti puntano il dito sui tanti cambi di modulo e formazione in queste prime venti giornate. Per me è l’ultimo dei mali, visti gli infortuni, gli arrivi a scaglioni e i comprensibili tentativi di assestare una squadra in corsa. Il punto è che invece, a volte, il Cosenza – la stessa squadra capace di domare Pisa e Empoli – sembra non conoscere il “libretto di istruzioni” per uscire dalle situazioni critiche in cui viene a trovarsi. E quel libretto, evidentemente, deve fornirglielo e spiegarglielo l’allenatore.

Quella col Crotone – a un certo punto per me è stato chiaro – era una gara che si poteva portare a casa puntando sull’intensità, perché i ragazzi di Stroppa dal 60′ non avevano davvero più benzina. E invece gli undici in campo sono andati avanti a folate, spesso disordinatamente, senza metodo, cercando Rivière soltanto con i cross e mai di sponda. Tante, troppe palle lunghe, giocate isolate e “vurri vurri”. Errori simili a quelli che ci hanno portato nella nostra metà campo a pochi minuti dalla fine a Castellammare di Stabia. E nemmeno questa è stata un caso o (soltanto) figlia di errori arbitrali (il fallo di mani di Cissé).

Perdere serve, altroché. Serve soprattutto a smettere di perdere. Proprio come è accaduto a Pablo di “Liberi dentro”, che spero continuerà a ricordarlo anche fuori dalle Sughere, quando ne uscirà. E se invece Braglia e i suoi fingono di non capirlo, entrambe queste ultime due sconfitte non saranno servite a nulla.

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Andrea Marotta

Andrea Marotta (Cosenza, 1982) è sposato con Sara ed è padre di tre figli (Arianna, Caterina e Tommaso). Si è laureato a Perugia in Scienze della Comunicazione nel 2005. Giornalista professionista dal 2009, ha collaborato con Tam Tam e Segnali di Fumo, Il Quotidiano della Calabria, Calabria Ora, Il Firenze, Il Mucchio Selvaggio e L'Espresso. Lavora in Rai dal 2008, a Firenze dal 2013. E' autore di due libri: "Io Raimondo Ricci, memorie da un altro pianeta" (con Domenico Guarino, Sagep Editore) e "Eravamo tanto amati" (con Andrea Lattanzi e Domenico Guarino, Effigi Editore). Nel 2018 ha vinto il Premio Ghinetti - Sezione Giovani.

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