Cosenza Calcio

Doveva venire Baffone

Braglia è stato uno dei migliori allenatori nella storia del Cosenza, ma ora non lo è più. Metterò in camera il poster di Pillon.

Tra i nomi che circolavano dopo la sconfitta con il Benevento come possibili sostituti di Piero Braglia, quello di Bepi Pillon mi dava maggiori garanzie. Senza nulla togliere a Calori – tre anni fa, subentrando a Cosmi, guidò il Trapani in un girone di ritorno straordinario, anche se non sufficiente a conquistare la salvezza – o ad Aglietti – che nello scorso torneo aveva trasformato il Verona, portandolo in A – il tecnico trevigiano aveva un paio di caratteristiche che mancavano agli altri.

La prima: saper tirare fuori il sangue dalle rape. Andate per esempio a dare un’occhiata all’organico del Pescara di un anno fa, e vi stupirete di come sia stato possibile guidarlo alle semifinali dei playoff.

La seconda: l’esperienza. La sensazione diffusa è che Braglia avesse perso il controllo dello spogliatoio. Al Cosenza dunque non serviva un “sergente di ferro” (in certi casi, può essere controproducente) né un tecnico anagraficamente “alla pari” o quasi.

La terza: le squadre di Pillon giocano bene. E il Cosenza, al netto delle amnesie difensive, ha i crismi per riuscirci. Se cominci a esprimere gioco e ottenere risultati, l’iniezione di fiducia e morale è incredibile. Ti convinci di essere forte. Ed è quello di cui, a cominciare dallo 0-3 di Livorno, hanno bisogno i Lupi. Doveva venire Baffone, insomma. Ma non basta Baffone a tirarci fuori dai guai.

C’è un quarto motivo per cui tifavo Pillon, ed è legato a Kanouté. Con la maglia del Pescara il senegalese fu utilizzato spesso nella prima parte del campionato, per poi sparire anche a causa di un brutto infortunio alla clavicola. Segno che Pillon ne aveva compreso potenzialità e limiti.

Se ricordate bene, già in sede di mercato, proprio attorno a Kanouté ruotò una lunga riflessione tra Braglia e Trinchera, sfociata poi nello sciagurato arrivo di Greco. E vanno bene i gol di Asencio in stile figurine Panini, la ritrovata vena propositiva di Sciaudone e Pierini, ma la salvezza del Cosenza passerà in buona parte dal lavoro che Pillon saprà fare sul mediano.

Visto dal settore ospiti dell’Armando Picchi, Kanouté mi è sembrato purtroppo ancora una volta a lunghi tratti svogliato, quasi indisponente. Se è vero che Pillon aveva chiesto ai suoi di sfruttare le ripartenze, lui è stato spesso quello che le ha rallentate. E passerà proprio per giocatori come Kanouté la parte più importante del lavoro che toccherà a Pillon. Un’operazione psicologica, che faccia trovare a lui e ad altri (penso anche a Pierini e Rivière) le giuste motivazioni in un’annata storta. Più dei moduli e degli uomini, sarà la testa l’obiettivo principale del suo lavoro.

Quella di Livorno è stata, in questo senso, una partita esemplare. Un banco di prova piuttosto limitato, vista la posizione in classifica dei labronici – eppure vorrei ricordarvi il “mazzo” che ci fecero al Marulla all’andata, prima del pareggio di Pierini a tempo quasi scaduto. Nella prima mezz’ora la difesa rossoblù ha ballato e rischiato di soccombere, ma la squadra non si è disunita – non è subentrata la “paura” – e, con pazienza, ha chiuso la gara già al 45’.

Questo Cosenza, al momento, non può condurre la gara a tamburo battente, ma giocare ordinato e creare le premesse per gli errori degli avversari. E, su questo, costruire la propria fiducia. Sarà così anche venerdì, contro il Frosinone secondo in classifica, e soprattutto a Venezia e Cremona, le partite più importanti tra le prossime sei. Ma è al Marulla che bisognerà iniziare a correre, visto che per punti fuori casa i rossoblù sarebbero settimi.

Faccio un inciso per raccontarvi cosa è accaduto a Livorno, sabato pomeriggio, dopo la partita. Era la mia prima trasferta del 2020, e uscivo in auto dal settore ospiti dello stadio Picchi. Non me l’immaginavo davvero di trovarmi a passare in mezzo a un centinaio di tifosi amaranto, sui marciapiedi, ad attenderci ai lati dello stradone del quartiere Ardenza per salutarci, tra applausi e pugni chiusi. Ho pensato che l’amore fa fare cose incredibili, tipo spingere a Livorno 400 persone dopo cinque sconfitte consecutive, così come abbracciare una tifoseria amica dopo uno 0-3 in casa mentre sei all’ultimo posto e virtualmente stai salutando la serie B con mesi d’anticipo.

Chi segue questo blog sa quanto a lungo abbia sostenuto Piero Braglia (fino alla sconfitta di Salerno). Come ho spiegato più volte, non si trattava di una difesa “ad personam”. Lo rifarei. Ci sono invece due cose in cui non credo. 

La prima, che lo spogliatoio remasse contro Braglia. Sarò ingenuo, ma non penso davvero che un calciatore possa mai fino in fondo “giocare a perdere” (c’è una sola eccezione: il calcioscommesse). Può sottovalutare una gara o disputarla con leggerezza, cercando inutili colpi a effetto, ma non sbaglia un passaggio per fare dispetto al mister. La verità è che questo spogliatoio è molto diverso da un anno fa. Le assenze di Palmiero, Tutino e Dermaku non sono solo “tecniche”: si tratta di tre teste che Braglia è riuscito a cambiare. Nella rosa attuale, di teste come loro ne vedo poche. Per tornare al punto, io credo che Braglia non fosse più in grado di fare remare tutta la squadra nella stessa direzione. In mezzo a un mare in tempesta, se il capitano e i marinai sono in confusione, non puoi materialmente sostituire l’intero equipaggio di una nave. Devi sostituire il capitano e cercare terraferma. Non c’è alternativa.

La seconda è che l’esonero di Braglia non può essere la spada di Damocle sul resto della stagione, per la nostra tifoseria e per l’ambiente. Non possiamo permetterci, con tutta la gratitudine possibile, di tenere il tecnico della promozione in B ad aleggiare come un fantasma sui passi falsi (speriamo pochi) e le battute a vuoto nelle prossime 14 giornate. Sarebbe un lusso troppo grande lambiccarci il cervello col pensiero che questa squadra era già forte prima e Braglia no, che era scarsa e Braglia pure, che Braglia era più o meno bravo di Pillon.

Per quanto mi riguarda Braglia è stato uno dei migliori allenatori nella storia del Cosenza, ma ora non lo è più. Noi siamo tifosi del Cosenza, non di Piero Braglia. Metterò in camera il poster di Pillon mentre issa il vessillo rossoblù sul Palazzo d’Inverno, se riuscirà a salvarci. Ma lo farò per il Cosenza, non per Pillon. E vi invito a fare altrettanto. Non per ipocrisia, ma per amore.

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Andrea Marotta

Andrea Marotta (Cosenza, 1982) è sposato con Sara ed è padre di tre figli (Arianna, Caterina e Tommaso). Si è laureato a Perugia in Scienze della Comunicazione nel 2005. Giornalista professionista dal 2009, ha collaborato con Tam Tam e Segnali di Fumo, Il Quotidiano della Calabria, Calabria Ora, Il Firenze, Il Mucchio Selvaggio e L'Espresso. Lavora in Rai dal 2008, a Firenze dal 2013. E' autore di due libri: "Io Raimondo Ricci, memorie da un altro pianeta" (con Domenico Guarino, Sagep Editore) e "Eravamo tanto amati" (con Andrea Lattanzi e Domenico Guarino, Effigi Editore). Nel 2018 ha vinto il Premio Ghinetti - Sezione Giovani.

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