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Cosa rischiano le persone che violano le disposizioni del DPCM

L'avvocato-criminologa Chiara Penna spiega in quali reati potrebbero incorrere coloro i quali violano le disposizione contenute nel DPCM.

Diciamolo subito: il Decreto Legge 23 febbraio 2020 n. 6, così come modificato con Decreto dell’ 11 marzo 2020, che impone una serie di limitazioni alla vita quotidiana degli italiani per il contenimento del coronavirus, non solo appariva necessario, ma poteva essere adottato negli stessi termini almeno due settimane fa, perché fondato sull’art. 16 della nostra Costituzione.

Nessuna militarizzazione, nessun pericolo per la nostra libertà ed i nostri diritti inviolabili, dunque, che vengono invece sacrificati quotidianamente con leggi palesemente incostituzionali e populiste, ma sulle quali nessuno apre bocca, nonostante facciano molti più danni di disposizioni che servono semplicemente a salvaguardare la nostra vita di fronte ad un sistema sanitario al collasso, più che di fronte ad un virus che mortale in sé non è.

Evitare il contagio, rimanere in casa

E siccome non siamo in grado di autolimitarci senza la minaccia di sanzioni e restrizioni forzate, la maggior parte delle attività sono state chiuse, tranne quelle che consentono di farci vivere in modo dignitoso senza distruggerci psicologicamente. In ogni angolo del Paese, senza distinzione, gli spostamenti sono vincolati alla certificazione di comprovati motivi di lavoro, salute e necessità. Sono vietati gli eventi, le manifestazioni che prevedono un grande assembramento di persone, sono chiuse le palestre, i musei, i cinema e tutti luoghi di ritrovo. 

Inosservanza delle disposizioni: cosa si rischia

Si può fare una passeggiata all’aria aperta, certo, ma con intelligenza. Le discussioni più accese, però, riguardano le sanzioni previste in caso di inosservanza delle prescrizioni emanate in seguito alla emergenza sanitaria che stiamo vivendo. Tali inosservanze prevedono, infatti, la possibilità che si configurino più verosimilmente le seguenti ipotesi di reato: l’inosservanza del provvedimento di autorità  e la dichiarazione mendace sulla autocertificazione. Difficile, invece, sostenere il configurarsi del reato di epidemia, a cui molti si riferiscono.

Quando si parla di ipotesi di reato, tra l’altro, è perché esse restano tali finché un Giudice non stabilirà diversamente: non si tratta di contestazioni di natura amministrativa risolte ed acclarate sul momento dalla polizia che effettua il controllo. 

Dalla pena pecuniaria alla pena detentiva

Partendo dal reato di inosservanza del provvedimento di autorità, esso è punito alternativamente con una pena pecuniaria o detentiva. Va specificato che la pena pecuniaria non è una sanzione amministrativa, ma ha natura penale. Quasi sicuramente a seguito della verbalizzazione e della trasmissione dell’atto alla Procura, sarà emesso dal GIP un Decreto penale di condanna al quale bisognerà opporsi nei termini, chiedendo eventualmente l’oblazione o altri riti.

In caso di mancata opposizione resterebbe un precedente penale (con pena sospesa e non menzione qualora ve ne fossero i presupposti). Trattandosi però di contravvenzione, è applicabile, appunto, l’oblazione che consente l’estinzione del reato versando la metà della pena pecuniaria massima prevista, oltre le spese del procedimento (salvo una particolare gravità del fatto). È dunque una norma che tutela l’ordine pubblico, anche se l’interesse tutelato dall’art. 650, non è leso in modo apprezzabile se la violazione del provvedimento attiene solo ad una delle modalità di esecuzione del medesimo, senza pregiudicarne il contenuto essenziale.

Dichiarazione mendace sull’autocertificazione

Quanto invece alla dichiarazione mendace sull’autocertificazione, in cui si spiegano le ragioni di deroga al divieto di spostamento, si richiama il contenuto dell’art. 76 d.P.R. n. 445/2000. Nello specifico, chiunque rilasci dichiarazioni mendaci, è punito ai sensi dell’articolo 483 c.p. rubricato “falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico” (non ché delle leggi speciali in materia) con una pena fino a due anni di reclusione.

L’autocertificazione in questione è, infatti, quella prevista dal D.P.R. 28 dicembre 2000, n. 445, Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa, art. 47: “Dichiarazioni sostitutive dell’atto di notorietà”. La legge prevede, dunque, controlli in capo alle amministrazioni  procedenti, che sono  tenute a compiere  idonei controlli, anche a campione, ed in tutti i casi in cui sorgono fondati dubbi sulla veridicità delle dichiarazioni sostitutive.

Cosa prevede il reato di epidemia?

Più grave e più complessa sarebbe invece l’imputazione per il delitto di epidemia ex art. 438 c.p., previsto anche nella forma colposa all’art. 452 c.p.. Questo perché per la sua configurazione esso richiede, in ogni caso,  la “diffusione” di germi patogeni. La norma è posta a tutela dell’incolumità pubblica nel particolare settore della salute pubblica ed esprime l’esigenza che il contagio di malattie infettive, che abbia già interessato un certo numero di individui, non ne colpisca altri in modo da mettere a rischio la sicurezza della collettività.

Per essere più precisi, secondo un orientamento restrittivo, l’epidemia si ha quando una malattia è in grado di diffondersi nella popolazione per la facile propagazione dei suoi germi, in modo da colpire in un unico contesto temporale un elevato numero di persone. La pena, in caso di condanna, è quella dell’ergastolo per la diffusione dolosa, mentre della reclusione da uno a cinque anni per la diffusione colposa.

È stato però osservato che non incorre nel reato di epidemia colposa chi, sapendosi affetto da un male contagioso, si mescoli alla folla pur prevedendo che infetterà altre persone. Figuriamoci chi esce da casa credendosi in salute.

Cosa dice la giurisprudenza sul reato di epidemia?

Secondo un primo orientamento, infatti, la lesione della salute pubblica deve concretizzarsi in un effettivo danno consistente nella diffusione di determinate malattie, ma altra parte della dottrina ritiene, invece, si tratti di reato di pericolo concreto, in quanto il pericolo connesso alla diffusività del male caratterizza l’epidemia. Pertanto, non sarebbe possibile parlare di epidemia in assenza di una minaccia concreta per una collettività indeterminata di persone.

Nella giurisprudenza di merito si è, dunque, recentemente affermato che, affinché il reato di cui all’art. 438 possa ritenersi integrato, è necessario che la condotta, consistente nella diffusione di germi patogeni, cagioni un evento definito come la manifestazione collettiva di una malattia infettiva umana che si diffonde rapidamente in uno stesso contesto di tempo in un dato territorio, colpendo un rilevante numero di persone.

L’evento che ne deriva è quindi, al contempo, un evento di danno e di pericolo, costituendo il fatto come fatto di ulteriori possibili danni, cioè il concreto pericolo che il bene giuridico protetto dalla norma, rappresentato dall’incolumità e dalla salute pubblica, possa essere distrutto o diminuito (Trento 16.7.2004, in fattispecie concernente la diffusione di virus di specie HIV, HBV e HCV).

Come avviene la diffusione?

La diffusione può dunque avvenire tramite spargimento in terra, acqua, aria, ambienti e luoghi di ogni tipo, di germi patogeni idonei; liberazione di animali infetti; messa in circolazione di portatori di germi o di cose provenienti da malati; inoculazione di germi a determinati individui; scarico di rifiuti in acqua ecc. Si è precisato in giurisprudenza (Bolzano 13.3.1979), che la norma punisce chi cagioni l’epidemia mediante diffusione di germi patogeni di cui abbia il possesso, anche “in vivo” (per esempio, animali da laboratorio). Deve escludersi, dunque, che una persona affetta da malattia contagiosa possa ritenersi soggetto che abbia “il possesso” dei germi che la affliggono.

Alla luce di queste considerazioni, pertanto, invece di preoccuparsi di individuare a quali reati si potrebbe incorrere in caso di violazione, e verificare se si sia passibile di arresto o meno, al posto di fare il conteggio su quali esercizi commerciali siano ancora aperti e quali no, sarebbe allora più auspicabile e più logico che si prendesse coscienza semplicemente del fatto che non si deve uscire se non per i motivi indicati. E questa condotta dovrebbe essere ben chiara da tempo: non per evitare un procedimento penale, ma per aiutare i nostri medici ad essere in grado di  aiutarci in caso di bisogno. 

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Chiara Penna

Avvocato penalista e Criminologa, ha conseguito nel Marzo 2017 il titolo di Avvocato penalista specialista presso la Scuola di Alta formazione dell’Avvocato penalista dell’ Unione Camere Penali Italiane e nel 2012, il titolo di Master di II Livello in Scienze forensi presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza. Autrice di pubblicazioni scientifiche e dei libri: “La vera storia del mostro di Firenze” e “Suoni dal buio. Appunti di musica, cronaca a visioni”, è spesso ospite in qualità di esperta in programmi televisivi e radio nazionali.

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