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E una lunga notte (a Cosenza) si è posata

Com’è strana silenziosa e vuota, Cosenza. Silenziosa e vuota in una giornata che ti accarezza le guance. E una lunga notte...

Stanno trascorrendo le prime settantadue ore di blocco totale, o quasi, per Cosenza. Paradossalmente, mi faccio convinto che la serrata definitiva sia psicologicamente meno laboriosa per la nostra anima: è direttamente l’immissione coattiva della nostra mente in un tubo di metallo, è la zona di un’apnea, è il tumulto di un istante. Passare da una dimensione all’altra. 
La verità è che nemmeno l’emergenza più dura può sopprimere alcuni bisogni essenziali e proprio per questo l’emergenza e i servizi si fanno paura a vicenda: l’una è costretta a causa loro ad ammettere delle porosità; loro a causa sua sono costretti a vivere nella discontinuità radicale che è il contrario della loro ragione istitutiva.

Così vedi scene per strada che ti fanno pensare ai film e ai documentari che raccontavano la fine dell’Unione Sovietica: la fila ai mercati alimentari, con una ritualità delle posture, delle distanze, delle apprensioni; la corsa e la lotta in farmacia per alcuni beni inflazionatissimi e perciò rari, introvabili, quando cerchi di acquistarne uno (ti serva o meno). I soliti matti a bighellonare, la sacralità dei controlli fatti senza guanti (di velluto). Senti la paura di tutto quel che ti fa perdere – e che devi avere il fegato di perdere – per far si che il mostro se ne vada e il prima possibile.

Le opportunità che perdi sul lavoro, inseguendo una burocrazia che ti ha dato poche istruzioni, molte responsabilità e poco corredo materiale; le occasioni di contatto con gli amici coi quali imbottivi di mimi e scenette il grigio in una sequenza manipolata dall’alto; l’affetto dei familiari che stanno appena in un comune diverso o che per ragioni d’età non puoi proprio permetterti di andare a violare nel piccolo fasciatoio della loro dignitosissima e fragile anzianità

Com’è strana silenziosa e vuota, la città. Silenziosa e vuota in una giornata che ti accarezza le guance, quasi primaverile, per dirti che, si, non ci fosse stato questo pandemonio, tu saresti stato là fuori a godertela e lei a godere te dei tuoi errori, della tua voglia di vivere, delle tue pause. E come in ogni blocco che si rispetti incroci le deviazioni: chi esce senza motivo, chi esce senza seguire la prassi amministrativa, chi esce e in realtà sta entrando nella sua vita di sempre perché una casa non ha, chi va a lavoro con un cuore foderato di sassi pesanti come palle di cannone. 

La vittoria nasce dal sacrificio e il sacrificio è in fondo il guado tra alcuni milioni di casi che il mercato ambulante della vita spiana sul suo tappeto mangiucchiato proprio sotto il Duomo o nelle stazioni dove, infatti, i veri ambulanti i primi giorni erano piuttosto incerti sul perché non ci fosse nessuno cui provare a rifilare i propri prodotti. 

Questo Sole già più chiaro, già più pieno, stasera se ne andrà un po’ più languido, nei giorni più lunghi. E una notte ancora più lunga ci si posa addosso e ci ripone, santo e benedetto coprifuoco, con uno schermo in più da guardare e una inquietudine nuova da provare a fermare. 
Cosenza mia. “In ricchezza e in fortuna, in pena e in povertà, nella gioia e nel clamore, nel lutto e nel dolore, nel freddo e nel sole, nel sonno e nel rumore”. (Ovunque Proteggi, Vinicio Capossela)

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Domenico Bilotti

Domenico Bilotti, docente di "Diritto delle Religioni" e "Storia delle religioni" presso l'Università Magna Graecia di Catanzaro. Ha svolto attività di ricerca e di studio in atenei americani ed europei. Ha pubblicato volumi e saggi in materia di laicità dello Stato, tutela dei diritti umani, garantismo penale e diritto di famiglia.

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