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Carceri e virus, “storia di una manovra infame”

“La città appestata, tutta percorsa da gerarchie, sorveglianze, controlli, scritturazioni, la città immobilizzata nel funzionamento di un potere estensivo che preme in modo distinto su tutti i corpi individuali – è l’utopia della città perfettamente governata”. Così scriveva Michel Foucault in Sorvegliare e punire. Non è certo casuale che in piena pandemia, di fronte all’emergenza carcere, la risposta del Governo sia del tutto insoddisfacente. In un luogo in cui è impossibile mantenere distanze di sicurezza, in cui la salute non è garantita neppure in via ordinaria e in cui la paura del contagio è evidentemente fortissima, le scelte scellerate dei giorni scorsi non potevano che provocare le prevedibili tensioni.

Le nostre carceri sono luoghi disumani in cui, in palese violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo (CEDU), i detenuti sono costretti in uno spazio vitale inferiore a 3 metri quadri pro capite. La mancanza di impianti di riscaldamento funzionanti, così come la carenza di acqua, trasformano questi luoghi in vere e proprie polveriere. Non vi è alcuna possibilità di arginare la proliferazione di questo così come di altri virus. Le morti sospette, i danni e i disagi riportati, purtroppo sono l’inizio di un capitolo ancora più buio. In molti istituti, si registrano già i primi contagi e non è difficile immaginare che a breve saliranno in maniera esponenziale. Se è vero, infatti, che questa bestia la si argina evitando i contatti e mantenendo uno stile di vita salubre, va da sé che le carceri italiane saranno l’habitat perfetto in cui proliferare.

Ed è così che all’imbarazzante ministro che continua ad invocare il pugno di ferro gettando benzina sul fuoco, qualcuno ha probabilmente suggerito di virare verso una legge manifesto priva di consistenza, riportando alla memoria la manzoniana “Colonna Infame” e confermando che “la falsa coscienza trova più facilmente pretesti per operare che formole per render conto di quello che ha fatto”. La montagna ha partorito un topolino. Per allentare la pressione si vara un provvedimento già noto e che in questo momento ha la stessa efficacia di una cura palliativa offerta a chi lotta contro la virulenza del Covid 19. I detenuti che potranno beneficiare delle misure sono assai ridotti, ma la cosa più triste è che il carattere premiale delle misure alternative, in questa eccezionale e surreale circostanza, non verrà esteso a chi si è reso protagonista delle rivolte nei giorni scorsi che resterà escluso al pari di tutti i detenuti condannati per reati “ostativi” senza una minima valutazione sull’effettivo stato di salute. Molti di questi detenuti presentano un quadro clinico che li candida a morte sicura in caso di contagio e di intempestivo e inadeguato trattamento di cura.

Si andrà così a cristallizzare un processo del tutto antitetico a qualsiasi principio etico e morale. I buoni avranno la possibilità di salvarsi, i cattivi invece dovranno perire. Verranno disattese irreversibilmente le garanzie poste dalla nostra Costituzione. Nessun diritto alla vita per gli indegni, nessun diritto alla salute. Una deroga evidente a quanto dettato dall’articolo 27, secondo cui “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato“; una deroga pesantissima che reintrodurrà in maniera subdola la pena di morte. Una morte lenta e terribile ma sicuramente certa. E mai così attuali risuonano le parole di Italo Mereu ne La Morte come pena: “[…] Si condanna alla pena di morte una persona, la si costringe negli appositi loculi, costruiti con nome di carceri per ‘conservare’ in vita i condannati a morte”.

Amnistia subito!

*componente dell’Associazione Yairaiha Onlus

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