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Papa Francesco, la Via Crucis e il circuito penitenziario

Da Papa Francesco arriva una spinta innovatrice per far comprendere meglio la vita in carcere. Così la Via Crucis diventa una speranza...

Cinque detenuti, di cui uno al 41 bis, la famiglia di una vittima di omicidio, la figlia di un ergastolano, un’educatrice, un magistrato di sorveglianza, la madre di un detenuto, una catechista, un sacerdote accusato e detenuto ingiustamente, un frate volontario, un poliziotto della penitenziaria: sono gli autori delle meditazioni lette durante la Via Crucis sul sagrato della Basilica di San Pietro. Una serata memorabile che affida a quasi tutti i soggetti coinvolti nel circuito penitenziario, parti contrapposte, vittime dirette e collaterali e autori del crimine, magistrati e personale carcerario, il compito di commentare il cammino di Cristo verso il calvario. La persona che commenta la I stazione è un ergastolano al 41 bis che inizia dicendo: «Crocifiggilo è un grido che ho sentito anche su di me».

La sua crocifissione è iniziata quando era un bambino emarginato e continua oggi che il suo passato è qualcosa per cui prova ribrezzo: «Dopo ventinove anni di galera non ho ancora perduto la capacità di piangere, di vergognarmi del male compiuto … però ho sempre cercato un qualcosa che fosse vita. Oggi avverto, nel cuore, che quell’Uomo innocente, condannato come me, è venuto a cercarmi in carcere per educarmi alla vita».

L’insegnamento del magistrato di Sorveglianza

Se quelle di un detenuto possono sembrare parole scontate per alcuni, l’insegnamento arriva soprattutto dalle parole di un magistrato di sorveglianza, quando commenta la XII stazione ed afferma: «Una vera giustizia è possibile solo attraverso la misericordia che non inchioda per sempre l’uomo in croce (…) E’ necessario aiutarlo a rialzarsi, scoprendo quel bene che nonostante tutto, non si spegne mai completamente nel suo cuore (…) Ma lo si può fare solo imparando a riconoscere la persona nascosta dietro la colpa commessa, così si può intravedere un orizzonte che può infondere speranza alle persone condannate» concludendo con una preghiera «per i magistrati, i giudici e gli avvocati, perché si mantengano retti nell’esercizio del loro servizio a favore soprattutto dei più poveri».

Altrettanto importante è quanto scritto da un agente della Polizia Penitenziaria, che ogni giorno tocca con mano la sofferenza e sa che in carcere – testuale -: «un uomo buono può diventare un uomo sadico. Un malvagio potrebbe diventare migliore (…) Dipende anche da lui. E dare un’altra possibilità a chi ha favorito il male è diventato il mio impegno quotidiano che si traduce in gesti, attenzioni e parole capaci di fare la differenza (…) Capaci di ridare speranza a gente rassegnata e spaventata al pensiero di ricevere, scontata la pena, un nuovo rifiuto da parte della società».

Una lezione, dunque, da parte di chi quotidianamente vive la realtà carceraria e del processo penale, per chi non perde occasione per esprimere giudizi pensando di avere la verità in tasca, negando spudoratamente realtà molto diverse e complesse,  per i propri scopi personali. Questo avviene perché purtroppo il populismo giustizialista ha da tempo eletto il carcere come simbolo e strumento attraverso il quale, in modo assolutamente distorto, si pensa di poter “purificare” o “salvare” la società. Ed in questo sistema violento, la pena diventa il mezzo attraverso cui ristabilire l’ordine, ignorando che la giustizia penale vista in questi termini non è poi così efficace.

L’uscita dal crimine

I tassi di criminalità rimangono infatti comunque alti, anche a fronte di un aumento della durata e della durezza della pena, allo stesso modo in cui  la tendenza individuale alla recidiva resta alta, nonostante il ricorso a forme di punizione. Tale modo di pensare, dunque, non fa altro che incrementare la tendenza a criminalizzare alcuni gruppi di persone, rendendoli apriori più facilmente perseguibili e mostrandoci come possono essere condizionati gli atteggiamenti sociali su certe categorie.

Per fortuna la maggior parte dei Magistrati, degli Avvocati e degli operatori del carcere dimostrano concretamente che non la pensano così, anche con decisioni coraggiose, perché coscienti che i percorsi verso “l’uscita” dal crimine, pur se oggettivamente difficili e tutt’altro che rettilinei, sono possibili attraverso un adeguato sistema carcerario fondato sulla rieducazione e sulla certezza della pena.

Che non vuol dire immutabilità e fissità della stessa, come vanno blaterando coloro i quali hanno fatto di questo principio di diritto uno slogan vuoto di significato. Non vuol dire seppellire i delinquenti senza sconti e renderli invisibili. Bensì recuperare il condannato, monitorarlo, farlo vivere dignitosamente e garantirgli il diritto ad essere riconosciuto come persona diversa da quella che era quando ha commesso il reato per cui è stato arrestato.

La Via Crucis di Papa Francesco

Dunque, nel momento preciso in cui pochi grotteschi personaggi – però con nutrito seguito – perseverano con le loro idee retrograde secondo cui “se difendi i diritti dei detenuti sei un mafioso” oppure “il virus è una scusa per andare ai domiciliari”, mentre il Governo ignora l’emergenza carcere anche di fronte alla Corte Europea dei diritti dell’uomo, che chiede nuovamente spiegazioni urgenti sulla condizione dei detenuti e sulle misure prese in questo periodo per fronteggiare il virus, il Papa decide di mandare in onda una Via Crucis che sbatte in faccia a tutti la complessità della vita e della giustizia terrena.

E lo fa semplicemente attraverso le voci di tutti coloro i quali sono coinvolti in un processo penale, mostrandoci che non c’è solo il bene e solo il male in nessuno di noi, che non c’è spazio per la vendetta di fronte ai drammi dell’esistenza, né per i discorsi ipocriti e limitati di chi si crede intoccabile, irreprensibile e sempre santo. I reati variano e diminuiscono quando ci sono connessioni affettive stabili, quando gli individui hanno degli obiettivi socialmente approvati e quando le persone sono impegnate a raggiungerli legittimamente.

La rivoluzione di un uomo di 83 anni

È certamente un cambiamento culturale complesso ma prima o poi bisogna prendere atto una volta per tutte che il carcere, se visto come lo intende chi pensa di bloccare le carriere criminali aumentando i posti letto disponibili per ridurre il sovraffollamento, diventa solo una scuola di specializzazione per delinquere meglio una volta fuori, alimentando così un circolo vizioso di arresti con i quali si ritiene di poter distruggere il cancro della criminalità.

Resta incredibile il fatto che la spinta innovatrice avvenga da parte di uomo acciaccato di 83 anni, a capo di una istituzione conservatrice, che ancora una volta riesce a catalizzare l’attenzione di tutti, cattolici e non, dimostrando di essere l’unico vero leader democratico e liberale del mondo attuale.

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Chiara Penna

Avvocato penalista e Criminologa, ha conseguito nel Marzo 2017 il titolo di Avvocato penalista specialista presso la Scuola di Alta formazione dell’Avvocato penalista dell’ Unione Camere Penali Italiane e nel 2012, il titolo di Master di II Livello in Scienze forensi presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza. Autrice di pubblicazioni scientifiche e dei libri: “La vera storia del mostro di Firenze” e “Suoni dal buio. Appunti di musica, cronaca a visioni”, è spesso ospite in qualità di esperta in programmi televisivi e radio nazionali.

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