Giustizia e CriminologiaIn evidenza home

Processo da remoto e vento giustizialista non fanno bene alla Liberazione

In una giornata in cui si festeggia la liberazione da un regime totalitario, bisogna allora ricordare di contrastare sempre e comunque qualsiasi deriva autoritaria.

La Festa del 25 aprile non è solo la festa della liberazione dell’ Italia dal governo fascista, ma è anche l’anniversario della Resistenza, perché è una giornata in cui si rende omaggio ai partigiani di ogni fronte che, a partire dal 1943, contribuirono alla liberazione del Paese. 

Se dunque oggi si onora il ricordo di chi ci ha consegnato la libertà, si dovrebbe tenere bene a mente che da questa giornata è iniziato il percorso della nostra democrazia, riflettendo dunque concretamente sui valori della nostra Costituzione, Legge fondamentale diventata da tempo oggetto di interpretazioni fin troppo libere e che oggi deve fare i conti con lo stato di eccezione che viviamo a seguito della Pandemia.

Se infatti i Decreti Legge nonché i numerosi DPCM che impongono delle significative limitazioni alla nostra libertà, sono assolutamente legittimi e necessariamente emanati per il contenimento dell’avanzata del virus,non bisogna smettere mai di vigilare e proteggere i diritti inviolabili ed acquisiti con il prezzo della vita da chi si è opposto ad un regime che non consentiva alcuna forma di critica o contestazione.

Quello che preoccupa, infatti, è che provvedimentiemergenziali adottati a tutela della salute e soprattutto con lo scopo di allentare il contagio ed aiutare il nostro sistema sanitario, stiano riaccendendo idee poco liberali in chi non ha mai abbandonato il desiderio di un accentramento del potere a discapito della democrazia.

Il pericolo è infatti che lo stato di eccezione diventi regola grazie a chi, con molta superficialità, accoglie ad esempio di buon grado – anche solo in teoria – proposte di controllo inquietanti e sinistre, confondendole nella forma e nella sostanza con altre pratiche diffuse che, seppur interferendo nella nostra privacy, non mettono certo a repentaglio il nostro assetto costituzionale.

Di fronte a talune proposte, dunque, chi ha particolarmente a cuore la libertà non può che non avvertire il  timore, per molti esagerato e  distopico, di un passaggio rapido ed indolore ad una ideologia del controllo totale, dato dalla verificata facilità con la quale si è disposti a rinunciare ad importanti libertà personali, come prezzo da pagare per tutelare nuove idee di sicurezza.

Eppure, anche chi è scettico di fronte alla probabilità di una tale deriva, ha sotto gli occhi come il terrore del virus, abbia inculcato in molti l’idea secondo cui essendo il vicino di casa, il collega o un amico un potenziale portatore di infezione, appaia del tutto normale e prospettabile un futuro con un più agevole regime di sorveglianza digitale al fine di scongiurare nuove epidemie. In questa ottica sembra infatti corretto che di fronte al pericolo di contagio, si debba pagare la libertà di uscire di casa con la sorveglianza telematica sui nostri spostamenti e sui nostri contatti, sottovalutando che  una volta fatto un passo del genere, è poi difficile tornare indietro.

La minaccia di un tale intervento, infatti, è racchiusa nella facilità con cui il metodo oggi adottato per difendere la salute pubblica,  domani  si potrebbe adottare anche per combattere ad esempio i terroristi o altre categorie di soggetti individuati come pericolosi. A queste proposte si aggiungono quelle ormai quasi introdotte sulle modalità attraverso le quali debba svilupparsi il nuovo processo penale del futuro.

Se infatti il decreto “cura Italia” interviene per ora a regolamentare lo stato di emergenza fino al 30 giugno prossimo, prediligendo la celebrazione delle udienze “da remoto” , non si comprende per quale motivo non si sia intervenuti al fine di rendere le udienze celebrabili mantenendo le distanze di sicurezza, rispettando tempi di accessi ed orari per scaglionare l’ingresso delle parti interessate e dei testi, evitando così gli assembramenti. Si è colta invece l’occasione per sperimentate l’ingresso di un processo telematico, che nulla ha a che vedere con la modernità e non smaltisce affatto il problema del carico dei processi e della lentezza della giustizia, piuttosto mortifica la Sacralità del Processo.

Le preoccupazioni che le “novità” non restino confinate all’emergenza nascono infatti sia dalla circostanza che da parte del Governo e del Parlamento non vi è stata alcuna rassicurazione formale sul fatto che le misure siano eccezionali, sia dal fatto che permane la voglia di rendere definitiva la “smaterializzazione del processo” in alcune correnti politiche, nonché in una piccolissima parte della magistratura. Un’idea di fondo regressiva, dunque, che si inquadra nella tendenza della crisi attuale di tutte le democrazie liberali e che si sta un po’ troppo sottovalutando.

Quella del rifiuto del processo penale da remoto, non è infatti una lotta per la conservazione di un semplice procedura, bensì una battaglia per la salvaguardia dell’Udienza, della dignità della persona della cui vita si potrebbe decidere senza che il giudice possa guardarla più in faccia ed attraverso un collegamento telematico che incide sulla percezione degli interrogatori, degli esami dei testi e delle eccezioni dei difensori e del pubblico ministero.

È anche vero che la stragrande maggioranza dei magistrati sostiene la assoluta necessità di trattare i processi in un’aula di Tribunale e che proprio oggi il Dott. Paolo Borgna, Pubblico ministero della Procura di Torino, ha condiviso con uno scritto non solo le perplessità già ampiamente esposte da numerosi giuristi e formulate da gran parte dell’avvocatura, ma si mostra preoccupato in relazione a questo tipo di misure affermando – testuale – come: “..contro la “normalizzazione” della misura “eccezionale” oggi introdotta, ci sarà una mobilitazione culturale che si attrezzi a contrastare lo “spirito del tempo”. Spirito che soffia in un’unica direzione, con un’idea dominante: i tempi del processo si possono abbreviare soltanto con meno contraddittorio, meno immediatezza, meno diritti dell’imputato. Norma transitoria? Sappiamo che, in Italia, non c’è nulla di più definitivo delle norme transitorie. Sappiamo che le norme eccezionali tendono sempre ad estendersi. Non è una nostra opinione. Lo diciamo perché è sempre stato così.”

Dunque se da un lato gli operatori del diritto si mostrano per la maggior parte concordi nello scongiurare l’introduzione di simili modalità dopo la fine dell’emergenza, è anche vero che viviamo un tempo in cui la magistratura dopo aver adottato  provvedimenti motivati ed in linea con i principi che reggono la nostra Costituzione, nel pieno esercizio delle proprie funzioni e nel rispetto della separazione dei poteri, si trova oggetto di reazioni e commenti che scadono in un violento attacco al proprio provvedimento, alla stessa giurisdizione ed alle sue prerogative. 

Non si può ignorare, infatti come ogni volta in cui le decisioni dell’organo giudicante o dell’inquirente non siano in linea con le aspettative punitive della società, si sollevi una insopportabile polemica giustizialista.

Toni inappropriati usati da un lato da una classe politica che continua a far solo marketing elettorale, in spregio ai principi dello Stato di Diritto, dall’altro da una comunicazione violenta e spudoratamente falsa da parte di alcune testate giornalistiche che, fomentando l’ormai consolidato populismo penale,  contribuiscono allo stravolgimento dei rapporti tra i diversi poteri dello Stato.

Pressioni continue, dunque, verso l’inasprimento del sistema punitivo da parte di chi con toni allarmistici passa dal divulgare video di inseguimenti tra macchine della polizia e biker disobbedienti, all’idea di una fuoriuscita ingiustificata in massa di boss mafiosi per via del Coronavirus.

Considerato, dunque, che tutti gli analisti sono oggi concordi nel prevedere che non solo l’uscita dalla pandemia sarà molto lunga, ma rappresenterà l’inizio di una fase di transizione verso nuovi assetti economici e politici, non bisogna sottovalutare il fatto che se c’è una cosa che la storia ci ha insegnato è che dalla storia non si impara niente.

In una giornata in cui si festeggia la liberazione da un regime totalitario, bisogna allora ricordare di contrastare sempre e comunque qualsiasi deriva autoritaria. Soprattutto quelle più pericolose, che possono attecchire attraverso forme di controllo sociale informale, introdotte e male interiorizzate, anche se con buone intenzioni, per difendere ad esempio la nostra salute. Ricordando a chi anela a forme di autoritarismo che esisteranno sempre e comunque coloro i quali  useranno tutte le armi a loro disposizione per risvegliare il senso critico di ognuno, soprattutto quando il pericolo di una minaccia alla nostra democrazia esiste, ma non è palpabile.

Tags
Mostra altro

Chiara Penna

Avvocato penalista e Criminologa, ha conseguito nel Marzo 2017 il titolo di Avvocato penalista specialista presso la Scuola di Alta formazione dell’Avvocato penalista dell’ Unione Camere Penali Italiane e nel 2012, il titolo di Master di II Livello in Scienze forensi presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza. Autrice di pubblicazioni scientifiche e dei libri: “La vera storia del mostro di Firenze” e “Suoni dal buio. Appunti di musica, cronaca a visioni”, è spesso ospite in qualità di esperta in programmi televisivi e radio nazionali.

Articoli correlati

Back to top button
error: Contenuto Protetto Da Copyright Cosenzachannel.it
Close

Adblock Rilevato

Supporta Cosenzachannel.it, disabilita il tuo Adblock per la nostra pagina